Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Il reporter dell'Isola
Èstato un inverno umido e nero. Sull'Italia è piovuto di tutto: dallo scioglimento delle camere al crollo delle borse, dall'impennata del petrolio alle morti bianche, dalla munnezza alla mozzarella con la diossina, dall'Alitalia ai disastri dell'economia. Una tragedia.
Romano Prodi è bagnato come un pulcino, la signora Flavia cambia al marito la canottiera, le mutande, i calzini e le ruote bucate della bicicletta. Romano versa lacrime calde e si appoggia alla spalla della moglie. Ha perso il giro d'Italia, ha perso anche il manubrio, è fuori pista, è saltato di sella. Gli è mancato il controllo del gruppo, tutto si è sfasciato, è andato gambe all'aria, uno scivolone senza la possibilità di rialzarsi. Un amico del "Resto del Carlino" mi dice che il ciclista di Bologna verrà per qualche giorno a Capri, all'Hotel la Palma, a leccarsi le ferite. Aspetto conferme. Se viene lo accompagnerò in pellegrinaggio alla chiesetta di Cetrella, deve confessare molti peccati e ritrovare l'ispirazione.
Intanto l'Isola è un deserto di turisti e di idee. Piazzetta nel vento, mare mosso, politici da operetta, vele stracciate, cultura stracciata, valori stracciati. Malinconia, sempre malinconia. Solo i morti non piangono più. La mia cuccia di cane sciolto è bagnata di lacrime e pioggia, vado in continente ad asciugarmi il pelo e cercare notizie. Angioletto Farace mi presta una vecchia Panda con la marmitta scoppiettante, la vernice arrugginita dal sale che arriva da Punta Carena e sulle fiancate le scritte Viva Anacapri, Viva i Ciammurri.
Nel borsone metto un panino con la mortadella che mi ha preparato Pasquale De Martino, una bottiglia di Falanghina che mi ha offerto Ernesto di Cocktail, la fotografia di Costantino Federico con la fascia tricolore, un libro di Rafaele Vacca, una ciocca del pelo di Lilli la Comare, una canzone di Guido Lembo e un paio di Tod's che ho trovato fuori la villa di Diego della Valle sula strada del Faro. Nella tasca esterna infilo un'armonica per suonare My Way, una immaginetta di Salvatore Ciuccio a cavallo di un destriero bianco e un cornetto d'argento che mi regalò Luca di Montezemolo quando era innamorato perso di Edwig Fenech. A quei tempi il presidente aveva un'aria meno triste e sconsolata, le rughe non dichiaravano le cattiverie dell'anagrafe e Capri era l'isola della passione e del mare. Nostalgie, Argo, nostalgie. Bacio la foto di Emma Marcegaglia, la signora d'acciaio, pugno di ferro e guanti di velluto. Mi piacciono i suoi capelli di rame. Andrò a trovarla in viale dell'Astronomia e le porterò un profumo di Carthusia.
Straccio il programma elettorale di Silvio Berlusconi e anche quello di Veltroni e li butto in una pattumiera di viale De Tommaso. Dal Solaro arriva un applauso di consenso, il sole ha un abbaglio di luce sorridente, lo scirocco soffia una canzone di solidarietà. La natura è con me, il Dio dei randagi è con me, il protettore dei cani è con me. Parcheggio la Panda e mi avvio al cimitero. Una sosta lunga accanto a Vittorio Aum-aum e Giovanni 'O Zattero. Prego a lungo, piango a lungo. Sul notes scrivo: "chi vi ha conosciuto non vi dimenticherà mai. La vostra leggenda fa onore all'Isola". Amici veri, uomini di sacrifici e fatica, gente con gli occhi sinceri e il cuore anacaprese. Cuori valorosi, cuori di chi aveva dignità e coraggio. Vittorio e Giovanni erano fierezza, erano bandiera. Ancora un inchino, ancora una preghiera. Sotto l'arco del cielo immagino un volo di colombe bianche e la musica dell'Ave Maria.
Metto in moto la Panda e scendo alla Marina. All'edicola di Immacolata compro un quotidiano, soliti titoli: crescita economica zero, violenza dilagante, politica sfasciata, criminalità sempre più organizzata. Tristezze Argo solo tristezze. Meno male che Ciruzzo Lembo ha una faccia da amministratore contento e se ne va a pescare. Abboccheranno le pezzogne e se le potrà cucinare olio e limone. Attenzione alle spine signor sindaco, attenzione alle spine. Capri è una rosa pericolosa, un poco punge e un poco profuma.
La nave bianca della Caremar parte puntuale. Sul ponte fumo tre marlboro con il pelo nel vento e il pensiero fisso a Veltroni e Berlusconi. Odio il rap e non mi chiamo Jovanotti. Non mi fido, non mi fido, nessuno dei due si chiama Guido, il primo è un ex comunista sfrenatamente ambizioso e quindi per i miei gusti non affidabile, il secondo è un arzillo vecchietto figlio della chirurgia plastica, non in pace con l'età, con un io ipertrofico e una bocca larga come quella di un cannone. Un cannone che spesso spara cazzate assolutamente indigeribili.
Non mi fido, non mi fido.
Il porto di Napoli mi accoglie con il solito casino. Dopo i sepolcri di Via Marina, attraverso periferie da quarto mondo e comuni ancora colpiti dal peso di centinaia di tonnellate di munnezza che ancora li sommergono. Una barbarie disumana, giardinetti sepolti, rifiuti incendiati, decenni di indifferenza e mal governo. Mondo cane, mondo sporco come il latte dello scandalo Parmalat, un latte di sangue per un esercito di offesi, traditi, truffati, ingannati, violentati, calpestati. Poveri cristi ridotti a mendicanti dei propri diritti, dei propri soldi rubati, delle proprie dignità stuprate. Rosso come i pomodori della Cirio di Cragnotti, come le cooperative di Giovanni Consorte, come la Ferrari di Chicco Gnutti, come gli slip di Fabbrizio Corona. Marmellate di euro e cacca, purè di malcostume, compromessi e marchette come questa periferia che è un disastro. Sul notes con la bic rossa scrivo: "in Campania la camorra assedia la repubblica italiana". Piango, mi dispero, accelero. Prendo la via Appia Antica, poi la Aquileia e la valle del Sabato. La panda attraversa distese di prati e frutteti, boschi di querce e di pini.
Salgo a 368 mt sul livello del mare, Ceppaloni, Ceps Latrorum, mi accoglie ridente con i suoi 3414 abitanti, quattro chiese e la Rocca di Barba che ospitò papi, re e imperatori: Ruggiero il Normanno, Onorio II, Federico II, Alfonso d'Aragona e Clemente Mastella.
Nelle stradine del centro storico, vecchie locandine dell'Udeur, bandiere a mezz'asta, manifesti a lutto, proclami stracciati, immaginette di Sandra Lonardo: donna, moglie, politico martire e santa. Il mastellismo è morto. Entro nella chiesa della SS Annunziata a zampe scalze, mi inginocchio e mi faccio il segno della croce: "Ora pronobis", la caduta degli dei porta sempre una preghiera di dolore.

