Indice
- Numero 44 - Maggio 2009
- L'Editoriale - Gente di Montagna
- Cento anni a colpi di remo
- Da Parigi con amore
- Le gallerie dei conventi nella Sorrento sotterranea
- Andando per mare lungo la costa degli Dei
- La bagnante bionda di Renoir a Capri
- La preziosa bambagina gioiello di Amalfi
- Abbandonato a Montecristo il Magazzino dei pescatori
- Le feste di Anna Carafa nel palazzo di Posillipo
- Il bambino di Scario ha ottomila anni
- Quel sogno a Cabrera
- L'amore del pastore Aci per la ninfa Galatea
- Cadice, la più antica città dell'Occidente
- Il re dei jeans, una chitarra e una Yamaha
- Viaggio in Mauritania
- Il giorno che Cecilia Rufolo andò in sposa a Napoli
- Le Riviere di Maria Gisella
- Abruzzo forte e gentile tra i monti e il mare
- Il reporter dell'Isola
Il reporter dell'Isola
La Statale 17 scivola fra mandorli e olivi, frutteti e vigne. Vigne antiche, alberelli, alti non più di mezzo metro. Uva di Peligno, forse il migliore dei bianchi abruzzesi. Vino complice ed amico, vino gioioso e allegro prima che la terra tremasse.
Intorno la Piana di Navelli sembra indifferente alla paura, è una prateria tutta gialla, gialla di zafferano. Pistilli dorati e profumatissimi. Raccoglierli è fatica di mani, è sudore, è lavoro di esperienza che arriva da lontano.
Sono muto in questa fiamma di miele, c'è il rumore del fiume e una canzone di vento che mi ricorda quando, vagabondo alla ricerca di sottane, venivo ad ascoltare Fred Bongusto che cantava in un night di Roseto. Malinconie, nostalgie Argo. Vecchie storie di vino e chitarre.
La Statale 17 all'improvviso fa una curva e si impenna.
Un doppio tornante, sale. Sale in cerca di montagna. La vecchia Panda scolorita di Angioletto Farace stenta ma resiste. Suda, borbotta, esita, riprende, ingoia benzina, accelera, sale. La strada si arranmpica ripida come una scala a dorso di crinale, come le rocce bianche sulla costa di Orrico.
I finestrini dell'automobile incorniciano un paesaggio di linee verticali. Sono alberi, sono candele di foglie, sono preghiere. Boschi di pioppi e di cerri, l'ombra dei castagni, aceri immensi, il pino nero, l'abete rosso, il larice. E sotto, sentieri di agrifoglio e genziana, petali blu che si chiudono a campana.
Ancora verde, ancora curve. Qualche bava di nebbia, alberi e cielo. Appena lontana la cresta bianca del Gran Sasso, punge un azzurro sporco di nuvole. Nuvole aspre e minacciose, livide e antiche che coprono i tetti grattugiati dell'Aquila. La Panda trema, si inchina, versa una lacrima e taglia lentamente un paesaggio di macerie. Case gobbe, case zoppe, case senza testa. Un mondo millenario di chiese e botteghe, fiori e fontane inghiottite dal nulla.
La prima immagine che mi riempie gli occhi è il ricordo di luoghi che conoscevo e che non ci sono più. Le chiacchiere al bar Florida in piazza Duomo mi sembrano le voci di secoli lontani. Avevo degli amici a l'Aquila, cani sciolti, musicisti, zingari, poeti vagabondi. Non trovo nessuno. Zampe perdute, tracce perdute. La terra dello zafferano non ha più profumi e intorno il silenzio ha un'anima nera. L'anima del diavolo, il ghigno di un Dio cattivo che ha girato la schiena alla città e l'ha fatta crollare. Intorno ombre, figure barcollanti. Balbetto impaurito, come in un bosco di notte. C'è una luce nera, tutto mi sembra buio. Sono un randagio, un bastardo, un cane di strada. Ho portato la mia rabbia di marinaio e il mio abbaiare al destino che buca le vele della vita. Ho portato le fiabe dei fratelli Grimm perché le favole allontanano il crepuscolo e accendono la notte. Ho portato i miei amici cani per far compagnia ai bambini. Ho portato la musica di Al Martino e la magia dei suoi flauti costruiti a mano per cantare e fare cerchio in compagnia. Ho portato le campanelline d'argento di Antonella Puttini, perchè qui le campane non suonano, schiacciate a terra, senza un rintocco, senza un sorriso. Ho portato rosari di corallini rosa, quelli di Costanzo Alberino per recitare preghiere colorate.
Lilli la Comare ha lasciato nella cuccia di Veterino i suoi abiti da sera scollati e generosi, i tacchi a spillo, le ciglia finte, i rossetti e quell'aria da puttana un po' colta, un pò snob e un pò imbronciata. Qui non c'è bisogno di apparire. Basta un jeans, una t-shirt, un grembiulone, i capelli raccolti e un cuore grande. In questa città di tela, sotto le tende blu, dentro un cielo nero con poche stelle bolle un pentolone. L'acqua gorgheggia e fa un buon rumore. Un tuffo bianco, ravioli di Anacapri. Profumo di maggiorana, quella di Paolo Signorini raccolta con amore. I piatti disegnano un sentiero di appetito e sguardi amici. È plastica ma il cibo è musica, non serve la Ginori. Giancarlo Cataldo ha lavorato l'orto, ecco le bottiglie, ecco il pomodoro.
Rosso del Mediterraneo, rosso come una benedizione. Anche all'Aquila la tavola può essere allegra.
Non c'è la luna ma il basilico di Pamela Viva, conservato in barattoli di sale, è fresco e profumato come una notte di agosto al Lido del Faro. Si beve in compagnia. Il limoncello è giallo come una ginestra, è dorato come il miele. Natale e Vittoria Gargiulo hanno riempito bottiglie di vecchie Ferrarelle, hanno imprigionato il sole e il limone nel vetro e mi hanno detto: "abbiamo poco, abbiamo un'emozione, abbiamo la fortuna di un piccolo giardino. Porta queste cose in Abruzzo, portale per noi".
Su ogni bottiglia un'etichetta, c'è scritto: "la vostra montagna è il nostro mare".
Sul notes scrivo: "gli umili sono sempre più generosi dei ricchi".
Lascio l'Aquila alle mie spalle, mi fermo su un belvedere. Giù nella valle il verde scorre insieme al fiume Aterno. Non ci sono più nuvole. Mi addormento sognando la luna che rischiara sopra i tetti di un'Aquila nuova.

