Il reporter dell'isola

Negli ultimi anni di vita il mio padrone Mastro Costanzo era stanco. Aveva le rughe scavate, fatte di solchi come gli scogli a Marina del Faro, lo sguardo perso nel mare di Punta Carena e le braccia non più forti come martelli. Non aveva più voglia di "fravecare", scavare gallerie, costruire vani abusivi, inseguire condoni e sfidare Marco Pollio e i vigili di Anacapri con aumenti di volume e piscine non autorizzate. Costruiva bene il vecchio mastro, meglio di qualunque ingegnere, meglio di questo fighetti di architetti che utilizzano un minimalismo che in quest'isola fa a cazzotti, come in una rissa fra cani e gatti. Mastro Costanzo era rimasto all'antica. Calce bianca, cieli a botte, stucchi ricamati a mano, riggiole vietresi e finestre larghe che si aprivano sui giardini di bouganvilles come enormi tele dipinte da Giovanni Tessitore.
Case, tante case isolane avvolgenti come femmine innamorate. Ma ora non c'era più spazio per il "pirata della cucchiara". Per lui una stagione finita. Era arrivato il tempo dei ricordi e della pensione. Quattro euro svalutati per arrivare a stento a fine mese e quella casetta a Veterino con l'orto coltivato a pomodori, il basilico, il rosmarino. Intorno piante di limoni, fiori di lavanda e il profumo del mare che saliva dalla Grotta Azzurra e addolciva tutto, anche le nostalgie. Era stanco Mastro Costanzo, voleva godersi le partite a scopa con Pasqualino Mazzarella, le fritture di alici di Marco alla Rondinella, le canzoni di Mario Bindi e una bottiglia di vino buono. Si addormentava presto la sera, al chiaro di luna, sotto un pergolato di gelsomini che era un tetto di gocce bianche. Da Sant'Angelo D'Ischia arrivava un maestralino affettuoso che si infilava tra le foglie e frusciava come una ninna-nanna. Mastro Costanzo sognava sua moglie Donna Maria, una anacaprese con lo sguardo orgoglioso che faceva le pulizie all'Europa Palace di Mario Cacace. La bella Ciammurra se ne era andata in pochi mesi con un tumore che nemmeno Angelo Apicella era riuscito a curare. Da allora il mio padrone si alzava all'alba, si scolava una caffettiera, si accendeva la prima di cinquanta sigarette, lanciava un fischio, mi portava una ciotola di latte e biscotti e mi diceva andiamo. Cieli di glicine verso la Migliara. Stradine di muretti a secco, la camminata stanca di un anziano muratore e lo zampettare di un cane fedele, felice di fargli compagnia. Sentieri di amicizia, riflessioni e parole che condividevo ma non potevo ricambiare. Ma il mio abbaiare era sufficiente, lui capiva che ero d'accordo e continuava a raccontare.
Mi parlava di una Capri smutandata e di un'Italia che non gli piaceva. Mi diceva sempre il mio povero padrone Mastro Costanzo, pace all'anima sua: "non ti fidare dei politici Argo, hanno la lingua biforcuta e pensano solo ai cavoli loro. Appena ti distrai, ti tradiscono e ti lasciano solo come un cane". Aveva ragione. Sono un vecchio cronista bastardo che ne ha viste di tutti i colori ma questa volta i nostri governanti mi hanno proprio nauseato. Una campagna elettorale all'arma bianca che dura da troppo tempo, uno strazio eterno e insopportabile. Toni di disprezzo e modi da trivio. Una vergogna internazionale, tribù, cricche, clan, inni da stadio, beghe da vicoli. Serpenti, sciacalli, caimani. Uno spettacolo penoso, una rissa oscena che preoccupa l'Europa e ha scandalizzato anche il Financial Times e l'Economist. Roba da vergognarsi e buttarsi dal più alto dei Faraglioni con una pietra al collo e affogare nel mare degli stolti, dei derelitti, dei colpevoli. Un equipaggio di mezzecalze, furbetti, marionette, cantanti da operetta.
Per Silvio Berlusconi i ventiquattromila baci di Adriano Celentano sono diventati ventiquattromila voti velenosi, al vetriolo. Una canzonetta di rime tossiche, virulente, maligne. Un tormentone di brogli, sospetti, porcherie di palazzo. Per Romano Prodi, che ormai indossa un faccione da bull-dog arrogante, le colline sono in fiore: garofani, margherite, rose nel pugno. Tutte insieme all'ombra di querce rinsecchite e ulivi tremolanti e timorosi della falce di Fausto Bertinotti. Mentre il Cavaliere si allena al pianoforte del Quisisana e canta My Way, nel salotto buono di Claudio Pancheri e Marisa Garito il professore strimpella alla chitarra O' Sole Mio. Intanto il paese litiga, si azzuffa, si spacca, si divide. Le coalizioni si scontrano, si combattono, prevaricano leggi, consuetudini, regole di civiltà e innanzitutto ignorano la salute del paese.
Solo a Capri si rispetta la par condicio. Qui si accolgono tutti, si fanno soldi con tutti. Euro, sterline, yen, dollari. Il sindaco Ciruzzo Lembo si porta a pescare Walter Veltroni e Alessandra Mussolini, Gino Paoli e Iva Zanicchi. Sapore di mare e zingara, pescatori e nomadi, marinai e vagabondi. Tutto va bene, questa è una terra senza confini, senza frontiere, un paradiso da sempre aperto a tutti. Una volta c'erano poeti, scrittori, attrici famose, regine. Oggi qui si riuniscono i faccendieri per costruire leghe, mezze leghe, complotti, alleanze, unioni, polpettoni e cofecchie da imbroglioni. E arrivano veline, culattoni, calciatori, palazzinari, nuovi ricchi, pataccari, giornalisti, imprenditori d'assalto, politici, gran mignotte, portaborse e gran cafoni. Intorno per le stradine dell'isola un cocktail di rolex e silicone, tacchi a spillo, seni abbondanti, scollature voluttuose, donne provocanti a tempo pieno, pantaloni che scendono, magliette che salgono. Uomini che dimagriscono, scolpiscono l'addome, cancellano le occhiaie. Perché se oggi essere belli è diventato un obbligo, come dimostra l'ansia da messa in piega di Cheire Blair, qui a Capri il fascino è un imperativo categorico. Un'isola viziata senza impegni e senza pensieri. A dimostrazione che qui della politica non se ne frega nessuno, i quattro bar della piazzetta si sono divisi le sedie a metà. Da una parte le poltroncine della destra, dall'altra le poltrone e le chaise-longue della sinistra. Un carezza a Massimo D'Alema e un bacio a Gianfranco Fini. A conferma che a Capri tutti se ne fottono di tutto e che i duelli fra i partiti non interessano nessuno. Qui bisogna solo divertirsi, andare a vela e di notte sballarsi di musica al Musmè.
Mentre il popolo dei vip consuma in via Camerelle la cerimonia dell'eterno apparire, a Marina Grande la barca di Stefano Ricucci affonda con tutti i marinai, gli scatoloni, i rocciatori, gli scalatori, i finanzieri e i furbacchioni. Ragazzacci viziati che giocano con gli immobili, le banche, i giornali e sognano i soldi, solo i soldi. Io che non leggo e non parlo di finanza non ho capito nulla della vita. So solo che per ora l'unica salva è Anna Falchi. Vestita di bianco, i seni marmorei e la grande bocca malinconica, si è aggrappata a un salvagente ed è rimasta in mezzo al mare.
Le fanno compagnia mamma Karina, il gatto Dino che dorme in una cuccia di Louis Vuitton e Bodie il pechinese che beve acqua minerale e mangia solo la carne di cavallo di Zagarolo. Il tramonto di Lady Finanza. La Falchi è ritornata Cenerentola e forse porta pure un po' sfiga. Devo dire, però, che questa volta non mi commuovo nemmeno un po'. Mi bevo un caffè al bar di Roberto Staiano, mi accendo una Marlboro, saluto Elsa Martinelli. L'ex regina delle manniquen ha le gambe ancora toniche, gli zigomi inchiodati appena sotto gli occhi e un completo azzurro mare del suo amico Rocco Barocco. Passa il taxi di Adriano Federico "amico dammi un passaggio fino a Veterino". C'è una bella luna che accarezza gli ulivi. Ascolto un vecchio blues, do un bacio a Lilli La Comare e me ne vado a letto. Domani è un'altra truffa.