Indice
- Numero 22 - Aprile 2006
- L'Editoriale - Compleanno all'acqua di mare
- La goletta del bambino piemontese
- Il viaggio verso Capri al tempo dei vaporetti della Span
- L'alloro magico di Virgilio
- Quell'alba sul mare e la colomba che guidō i fondatori di Cuma
- Gli amici del muretto a Marina di Campo
- L'onda verdeazzurra che carezza Chiaia di Luna
- Le principesse del mare
- La suggestione di Stromboli raccontata da Stefanino
- La musica del mare
- Sei uomini in barca
- Lettera da San Pietroburgo
- Quando Eleonora Duse andō a Parigi a sfidare Sarah Bernhardt
- Quelle ville di Posillipo
- L'officina delle navi rinnovata nel porto di Napoli
- Il segreto dei Templari
- Il reporter dell'isola
Il reporter dell'isola
Tetti di coppi e vecchie tegole stese nel nuovo sole. Me ne vado scodinzolando per Marina Grande. Intorno mura di case bianche, qua e là un po' azzurre, un po' rosa. Lenzuola fresche di bucato affacciate sul porto, bancarelle di tshirt e costumi colorati. Il profumo delle colazioni di Aldo: pane di forno a legna, pomodori di Matermania, origano, basilico e una fetta di fior di latte. Morsi di fame vera, fame del mediterraneo, sapori da sbocconcellare. Buongiorno al cappello di paglia di Gil "il francese", alla testa riccioluta di Riccardo Federico, ai capelli nel vento di Paola De Angelis. Risate di bambini, convenevoli di mamme orgogliose. Mi salutano gli occhi neri di Wendy Alberino, la donna marinaio più coraggiosa di Capri. Una ragazza che i gommoni li fa volare, li governa, li lancia nel mare. E i tubolari diventano farfalle, papillon, aquiloni. L'isola si sveglia dopo il lunghissimo letargo del solito inverno noioso con le mareggiate, i silenzi, i collegamenti interrotti, le polemiche, le proteste di sindaci poco ascoltati con il porto che diventa la marina dei desideri perduti. Un miraggio, un'illusione, l'ombra di un passato dove qui si sbarcava sempre e gli alberghi, d'inverno, erano pieni. Al bar Vuotto si consumava cognac francese, le signore vestivano Dior, il violino di Paolo Falco suonava Chopin e le parole raccontavano di libri e cultura. Si respirava un'aria di conoscenza, di un sapere saggio e discreto. Le lancette dell'orologio del campanile sembravano muoversi sonnacchiose, a rilento, quasi prudenti, per non disturbare. Da Gemma i ravioli erano fatti a mano, il pollo al mattone deliziava il palato e non metteva paura, il vino era buono. All'Hotel La Palma il camino era acceso. Un musicista dietro il pianoforte, una coppa di champagne, la luce di un abtajour, una sottana profumata, lo sguardo perso di un corteggiatore. Fino a qualche giorno fa, invece, Marina Grande è stato il luogo del buio, delle luci spente. Un porto senza approdi, senza taverne, senza chitarre, senza storie di donne. Con i bar che abbassavano le saracinesche prima dell'ultima corsa dell'autobus per la Piazzetta e le partite a scopone che finivano prima del telegiornale delle venti. Una grande banchina svanita, cancellata, sbiadita. L'unico porto del mondo che non ha più una storia, che non ha un racconto.
Finalmente è tornata la primavera che porta gli sguardi a mandorla dei turisti orientali, le gambe nude di femmine belle, camicie appena sbottonate e braccia strette a fasci di fresie. Ogni tanto passa qualche bermuda coraggioso. Un gruppetto di ragazzi palestrati mette in bella mostra un campionario di toraci orrendamente tatuati. Lucia apre con allegria la sua bottega di parrucchiera. Due gatti si inseguono e scompaiono nell'ombra di un portone. Arriva un miagolio di corpi. Il piacere mischiato alla musica dei dialetti, al brusio di un motorino. Richiami, voci, odori, profumi. In qualche casa già si cucina una zuppa di fave con pancetta e pecorino. Di fronte, poggiate quasi sulla riva, seggiole di vecchietti con la faccia dentro il primo cielo di primavera. I cuori intiepiditi e i pensieri a ricordare lontane stagioni di sole, quando il mare era il viaggio e i muscoli non avevano paura. Alle spalle un borgo di piccoli archi, giardini, ringhiere e botteghe che si stringono intorno alla farmacia di Peppe di Donna, fascinoso cordiale, brizzolato. Una faccia da Richard Gere che al cinema ha preferito le aspirine e la salute dei capresi. Poco lontano l'altarino di un santo, la minuscola cappella di una madonnina alla quale rivolgersi per chiedere sostegno, soccorso, aiuto. Offerte, preghiere, fiori. Mi faccio il segno della croce e mi infilo nella Piazzetta della Fontana. Intorno vicoli per poeti e sognatori. Terrazzini maiolicati, porticati di bouganvilles che si arrampicano dovunque. Ancora panni stesi, la gabbia di un canarino, il giardino fiorito di anemoni di Fabrizio e Fernanda Fiore. Mi rinfresco il pelo sotto l'acqua di una cannola, riprendo il cammino tra case strette l'un l'altra, come intrecciate, abbracciate, cucite. C'è un sole spensierato, allungo il passo, mi strofino il pelo lungo il muro di una casa un po' scorticata, un po' graffiata dalle unghie del vento. Il libeccio è stato duro questo inverno, per molti giorni ha impedito ai pescatori di uscire per mare. A Marina Grande l'acqua mordeva le banchine. Albertino Maresca ha tenuto al riparo la barca nel porto piccolo, protetta e sicura dall'affondo di qualche onda malintenzionata. Gli ormeggi ben stretti a poppa, i nodi rinforzati a regola, le cime di prua avvinghiate al corpo morto. La barca è un'amante per tutti i pescatori. Femmina, curve, rifugio, passione, avventura. Dopo mesi di terra, Albertino è uscito per mare solo oggi. Libero e solitario nel suo viaggio tracciato dal volo di un gabbiano. Andrà a largo, calerà centinaia di lenze di profondità. Ascolterà i rumori, si lascerà trasportare dalle correnti, l'occhio attento, le braccia e il bolentino pronto a tirare. Lo sciacquio diventerà musica, sarà compagnia. Intorno solo azzurro. Lontano il profilo di Ischia, stesa sulla spiaggia dei Maroniti, sembrerà una donna in attesa dell'amore. Albertino tornerà verso sera con il pozzetto luccicante di pezzogne, merluzzi, pesci bandiera e polipi da cucinare alla luciana. Lo aspetterò per cena. Natale Gargiulo porterà il basilico e i limoni di Veterino, Giancarlo Cataldo l'olio di Tiberio. Il sugo del sole per nutrire il mare. Le damigiane di Giannantonio Di Tommaso riempiranno bicchieri di un bianco appena frizzantino che scende giù veloce e interrompe qualunque nostalgia. Sul fuoco le padelle di Lino De Martino avranno luci di allegria. Ai fornelli il patron di Paolino è un maestro d'arte, figlio di una tradizione che viene da lontano, erede della sapienza di una volta. C'è la passione per una cucina antica, quella di mamma Michelina. Severa, attenta, niente si può sprecare. Gli occhi chiari, i capelli raccolti, il grembiulone, le mani sagge. L'acqua che bolle, si cala la pasta, la cucchiaia, il primo assaggio. La tavola apparecchiata, i tovaglioli bianchi, annodati. Rumore di posate, odori di una cerimonia che è il sapore della vita. Intorno parole, programmi, profumi, banalità eterne, chiacchiere di paese, confessioni, profumi, piccoli inciuci, sfottò senza rancore. Parole rassicuranti che si inseguono sul filo di racconti che partono dal mare e approdano in un bicchiere di vino. Riccardino D'Esposito porterà il casatiello con il salame, il formaggio e le uova sode. Una corruzione, un capriccio, una lusinga per bocche affamate. Ancora vino. La chitarra di Claudio Coppola troverà gli accordi di Luna Caprese, Guido Lembo tornerà a cantare. Un invito alla musica, a sentire il profumo dell'isola che solo la sua voce sa regalare. Uno chansonnier che racconta la strada, l'emozione di un incontro, il volo riuscito di un sogno. Uno che non si è mai fatto coinvolgere dal rumore stupido del successo. Una vela bianca, una vela isolana. Il terrazzo di via Truglio si riempirà di rose, "Chiodo fisso" mollerà gli ormeggi. Il vecchio gozzo sarà di nuovo con la prua dentro il maestrale. Canterà Guido e scriverà canzoni. Balleranno i guarracini, faranno festa i pescatori. Gianna Maria del bar Alberto preparerà torte capresi. Lo zucchero filato disegnerà la scritta "Guido sei un campione". Nella taverna Anema e Core si stapperanno le bottiglie e schizzerà schiuma di mare.

