Indice
- Numero 2 - Maggio 2003
- L'Editoriale - Profumo di donne
- La Casa Rossa diventa Pinacoteca
- La Poetessa della Grotta Verde fa l'avvocato a New York
- La favola di Monika e Toni
- Quella casa rossa è un autoritratto
- Il salotto di Attilio Scoppa a Caprile
- Con la barca del marinaio Stefano alla Grotta dello Champagne
- La donna che ha un talismano per ogni evenienza
- La mia isola è Taormina
- Gli orologi di Anacapri in fila per tre
- Quell'intervista impossibile a Mona Bismarck
- Pinne, fucili e occhiali alla Canzone del Mare
- Sul monte Solaro c'è un sax che suona
- Toto' è un'isola
- Perché Ponza diventò l'isola di Montecristo
- Ischia al tempo del Rancio Fellone
- Ravello, una rosa per Susan Sarandon
- Quel giorno dell'idrovolante di Ciano a Marina Piccola
- Lettera dal Faro
- Dio è napoletano
- Ad Anacapri ho sentito la poesia
- La tromba Daria
- Il compleanno del pescatore biondo
- Il reporter dell'Isola
Il salotto di Attilio Scoppa a Caprile
- di Giulio Pane
In una piazzetta Caprile ancora segnata da un leccio al centro, come ogni vera piazzetta paesana, in un angolo della curva dalla quale scendevano i vecchi taxi Fiat 1400 dei fratelli Pappone, qualche rara carrozzella e la lava delle torrenziali piogge estive di allora, apriva la sua bottega il primo, ed a lungo unico, negozio di alimentari.
Qui, ordinati in tanti cassettoni di legno, si compravano le fave, i ceci, i fagioli di vari colori, la farina, le cicerchie (quando c'erano ancora), il granone, le conserve, la pasta (che si vedeva anche in certi grandi barattoli di vetro, dietro il banco), eccetera eccetera.
Al di là del banco, alla manovra di una luccicante affettatrice rossa, Attilio riceveva i clienti come padrone, dispensatore, addetto e cassiere, dato che non ebbe, che io ricordi, mai un aiuto, se non di qualche ragazzino che sbrigava d'estate le consegne. In grembiule bianco, capelli brizzolati, occhi azzurri, guance rosate sui pomelli ed un sorriso pronto ed aperto, la matita appoggiata su di un'orecchio, secondo tradizione, Attilio svolgeva il compito di cerimoniere e informatore di Anacapri, anzi di Caprile, isola nell'isola; in certo senso le sue vendite, e gli acquisti dei suoi clienti, erano un corollario delle chiacchiere e delle notizie del giorno.
Ma, fosse la inevitabile lentezza del servizio, fosse il ritmo dei tempi, il negozio di Attilio era diventato anche un punto d'incontro, se non addirittura - angusto com'era - un luogo di ritrovo.
Vi si vedeva talvolta la diafana e anacronistica eleganza della signora Rawnsley, quasi sempre in abito lungo e grande paglia fiorentina. Io sedevo sul sacco delle lenticchie, aspettando l'autobus o gli acquisti di mia madre: "Chi è quella signora, Attilio?" "Ma come, non sapete, è la signora R., un suo figlio è stato eroe di guerra... vive alla Torre della Guardia".
Altre volte vi passava, poco incline ai convenevoli, mister Greenleese, di cui correva voce fosse come un plenipotenziario inglese sull'isola, dicevano anche molto amico di Graham Greene.
Attilio teneva ordinatamente i conti, soprattutto quelli di quanti - e non erano pochi - ricorrevano al pagamento mensile (e talvolta... annuale) delle proprie cibarie. Così, alla fine degli acquisti, c'era anche la cerimonia dell'annotazione su certi quadernetti, sui quali finivano i debiti di tutti (e forse anche le speranze di Attilio di rientrare in possesso del dovuto...).
Un amico di Attilio (un visitatore fisso, serale) era il mite Domenico, che vi si tratteneva a lungo, appoggiato alle casse dei cereali, con la sua borsina di tela blu. Ma la presenza più singolare era quella della dottoressa Moor, che si vedeva più spesso la mattina, con il suo volpino al guinzaglio. Piccola, un po' incerta e caracollante nel camminare, trasmetteva ancora una grande e felice vitalità, che traspariva dai suoi brillanti occhi azzurri. La dottoressa Moor, alla cui morte Graham Greene pubblicherà "Una donna impossibile", traendo materia, spunti e narrazione dai suoi diari e racconti, ha lasciato uno scorcio melanconico e struggente di un Sud avventuroso e di splendida naturalezza. Ella abitava poco più giù, su via Follicara, nella Casa fu Andrea, dove una piccola maiolica all'ingresso ricordava il nome del figlio, scomparso tragicamente giù al Faro. La casa aveva sul muro esterno una grande pianta di Echium, dai fiori violacei, e nel cortile una piccola scaletta in muratura si avvolgeva a spirale su sé stessa per finire all'improvviso, ed offrire da lì un punto di vedetta. Quella curiosa e poetica costruzione m'incuriosiva, ma non ne conobbi la ragione se non dopo avere letto il libro. La dottoressa Moor avrebbe inscritto tra i suoi amanti nell'appendice (ma forse fu Attilio a chiederglielo) anche il gioviale negoziante di alimentari.
Devo ad Attilio, oltre alla sua cordiale amicizia e disponibilità, due piccoli doni: "L'Anacapri civilizzato", opera poco nota di Francesco Alberino - poeta 'illetterato', come si definisce - di cui è stata tratta finora solo una troppo rapida silloge, ed un inverosimile elenco di 'contrannomi', cioè nomignoli convenzionali con i quali alcune generazioni di anacapresi si sono riconosciute nel tempo. Attilio me li dettava tra un cliente e l'altro, e sempre nuovi ne aggiungeva ogni volta. Mi disse di avere anche dato un analogo elenco ad uno studioso di linguistica, ma non seppe indicarmi che cosa ne fosse accaduto.
Molti di quei nomi traggono spunto da cognomi familiari, talvolta curiosamente corrotti, altri - e sono i più buffi - sono il riflesso di osservazioni personali e comportamentali, poi divenute di dominio comune, altri si richiamano ai luoghi d'origine dei loro proprietari. Tracce di mestieri rari o scomparsi, di migrazioni interne, di epica popolare, di patronimici e modi proverbiali, nella storia minima dei nostri luoghi.
Già da soli quei nomi evocano un ambiente di cui vorremmo avere conservato ancora la presenza, come il negozio di Mario il sarto, proprio all'ombra del leccio di Caprile, sui cui gradini ci si sedeva ad attendere l'autobus per il mare, tra i vecchi ferri da stiro a carbonella messi a raffreddare.

