Il sogno di Nina

- di Ester Chica

Le onde e la risacca, e una spiaggia di sabbia bianca. Storia di una piccola donna in attesa di un bambino. "Lui è la mia isola".
I giorni più emozionanti della sua vita. La bella notizia.

Nina era minuta. Aveva le mani piccole e pesava poco. Era una sua caratteristica, sin da bambina. Però, gli occhi di Nina erano grandi e guardavano lontano. I suoi capelli, lunghi e neri, erano lisci come un lago d'estate e talmente lucidi che ci si poteva specchiare dentro.
Quella mattina si svegliò presto e quando tese la mano sul lato opposto del letto capì di essere sola; si voltò dall'altra parte e si riaddormentò. Sognò il mare e cavalloni enormi che sbattevano contro gli scogli, formando una forte risacca che spingeva negli abissi tutti coloro che osavano sfidare le onde.
Nina era tra la schiuma e una macchia rossa di sangue la circondava, allargandosi sempre di più fino a colorare tutto il mare.
Fu allora che sentì una voce che le diceva: "Alzatati tesoro, il caffè è pronto".
Lei cercò di rispondere che non poteva, che la risacca era forte e doveva essersi ferita visto che perdeva molto sangue. Ma non le uscì di bocca nemmeno una parola, solo un lamento leggero.
Erano trascorsi pochi minuti quando sentì nuovamente la voce di prima che le diceva: "Guarda che sono le sette, è tardi".
Il copriletto arancione si era mescolato al rosso del mare e il mondo di Nina era diventato color porpora. Non voleva sottrarsi alle onde, doveva riuscire a salvarsi con le sue forze. Ma Aldo, suo marito, accese la luce e le andò vicino con in mano una tazza di caffè.
Nina aprì finalmente gli occhi, lo guardò stupita e gli disse: "Era importante superare la risacca". Aldo sorrise e le rispose: "Lo so amore, ma devi andare in ufficio".
Era una giornata di fine novembre e un'ondata di freddo, eccezionale per quel periodo, aveva messo in ginocchio la città. Aldo alzò la tapparella della finestra e la stanza fu invasa da un chiarore giallastro quasi innaturale. Nina riconobbe la luce e i colori della neve. Si alzò dal letto, prese la mano di suo marito e se la appoggiò sul ventre.
Aldo aveva mani grandi, sempre calde, che per Nina erano come una medicina. Lui la strinse a sè, piano, sentì l'odore dei capelli di lei e l'alito ancora caldo di sonno.
Nina, che aveva appoggiato il viso sul torace del marito, avvertì il battito morbido e regolare del suo cuore.
Aldo le disse: "Amore, ce la faremo". Lei si sottrasse all'abbraccio, fissò il pavimento e rispose: "Non lo so".
A cospetto del marito e senza tacchi, appariva ancora più piccola.
Le spalle sottili e un poco curve la facevano sembrare una ninfa venuta da un mondo lontano, a cui nemmeno lei sapeva di appartenere.
Nina e Aldo si erano sposati con la chiara intenzione, detta una sera di estate mentre sorseggiavano una birra in riva al mare, di avere una famiglia e soprattutto dei bambini.
Lei se li era sempre immaginati quei bambini.
Erano caldi e bianchi, morbidi al tatto e profumavano come il latte.
Erano passati cinque anni da quella sera di estate e quattro anni da quando Nina e Aldo si erano sposati, ma i bambini non erano arrivati. Erano rimasti in cielo, come in attesa di un segnale che non c'era stato.
Nina quella mattina uscì di casa indossando il suo cappotto lungo, gli stivali per la pioggia, la sciarpa e il cappello. Appena varcata la soglia del portone sgranò gli occhi e si guardò attorno. La neve, che non si era mai vista in quella città di mare, aveva coperto i tetti delle case. La strada era bianca e il passaggio delle macchine disegnava strisce marroni che scomparivano dopo pochi minuti, coperte dai fiocchi che cadevano fitti e in continuazione. Gli alberi si erano piegati per il peso della neve e i bambini camminavano imbacuccati, con i guantini stretti nelle mani delle mamme.
Era il 28 di novembre e per molti era un giorno come gli altri. In realtà, dall'altra parte del globo c'erano persone che facevano la guerra, le bombe che cadevano e i civili che morivano. Per Nina e Aldo era un giorno diverso: erano in attesa di una notizia importante. Quella mattina Nina andò, come sempre, in ufficio. Guardava continuamente l'orologio. Il tempo le sembrava infinito. Il caffè con le colleghe, il pranzo alla mensa, la riunione pomeridiana le apparvero come lunghi momenti, dilatati oltre ogni immaginazione.
Finalmente, alle sei del pomeriggio la campanella suonò. Lei trasalì, afferrò le sue cose e corse per strada. La strada era a tratti bianca e a tratti bagnata poiché la temperatura era salita e aveva smesso di nevicare. La luce gialla, che al mattino lei aveva visto entrare dalla finestra, adesso colorava i palazzi.
Le macchine correvano e nel buio i fari la puntavano minacciosi.
Quando finalmente entrò nel laboratorio di analisi cliniche di Via Trieste, si mise in fila per aspettare il suo turno. Giocherellava, facendo scattare il bottone a clips della sua borsa, quando sentì una mano sulla spalla sinistra, dalla parte del cuore. Si voltò, ma non c'era nessuno. Era l'ultima della fila e la donna con le buste della spesa, che la affiancava, aveva entrambe le mani impegnate.
Nina ricordò che quel tocco lo aveva già sentito circa dieci anni prima, seduta su un divanetto della sala d'attesa della clinica "Villa Margherita", dove suo padre era stato ricoverato di urgenza per un intervento al cuore. Stava ripensando al pavimento bianco della clinica e alla porta grigia, sempre chiusa, della sala operatoria, quando sentì una voce che la chiamava. Si voltò e vide Aldo. Suo marito, con indosso il giubbotto grigio di piuma d'oca che lei detestava, la stava fissando. Nina, dopo aver notato che gli occhi di lui erano più verdi del solito, gli prese la mano e disse: "Sei venuto, mi avevi detto che non ti potevi liberare".
Aldo rispose abbassando lo sguardo: "Ho mandato all'aria tutti gli appuntamenti, volevo esserci anche io".
Quando fu il loro turno, andarono verso l'impiegato che distribuiva i referti delle analisi, tenendosi per mano. Nina guardò l'uomo e pensò che, nonostante il camice bianco e i modi molto professionali, era poco più di un ragazzo. L'uomoragazzo con il camice bianco tese loro una busta bianca che lei afferrò repentinamente.
Nina e Aldo camminarono verso casa, continuando a tenersi per mano. Erano passate le otto e la piazza antistante il portone del loro condominio si era svuotata. Le macchine avevano ripreso un'andatura veloce visto che la neve si era sciolta quasi completamente ed era stata sostituita da una poltiglia beige da cui arrivava un odore di ferro.
Quando finalmente furono dentro casa non si tolsero i soprabiti, ma si guardarono. Nina aprì la busta, ne lesse il contenuto e cadde per terra.
Aldo non capì.
Lei gli spiegò, dopo, che nella busta c'era un foglio che diceva che, se tutto fosse andato bene, dopo circa otto mesi avrebbero avuto un bambino.
Quella notte Nina non dormì, ma rimase seduta sul letto a pensare a quel figlio, mentre Aldo, suo marito, si rigirava russando tra le lenzuola. All'alba si sentiva sfinita, ma il sonno non arrivava. Si alzò dal letto e guardò fuori dalla finestra. Oltre il cornicione si vedeva un pezzo di mare e i tetti dei palazzi. La neve era scomparsa e il cielo era terso. Tornò a letto, chiuse gli occhi e finalmente si addormentò.
Sognò le onde e la risacca; lei era sulla terra ferma. I piedi di Nina erano piantati nella sabbia bianca e sottile e alle sue spalle c'era una fitta vegetazione. Si voltò e prese a camminare, piano, diretta verso il centro della sua isola.