Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Il vecchio e il fiume
- di Tommaso Chimenti
Padre e figlio a pesca su un natante approssimativo, per àncora un mattone rosso assicurato a uno spago.
Il modo di stare insieme alla domenica.
Il lavoro con le lenze e i dialoghi fatti di gesti e di silenzi. Grattando il fondale, il fiume restituiva oggetti svariati, un giocattolo rotto, un cestello, la ruota di una bicicletta. Se un pesce abboccava veniva restituito alla sua vita d'acqua.
Un remo avanti all'altro, sorseggiando l'onda piccola.
Un fascio di rami a destra, una bagnalora morta e deserta sulla sponda opposta. Lo scenario era sempre lo stesso, sempre diverso. La domenica si che era domenica. Si dimenticava la settimana. Senza guardarsi negli occhi per il troppo sole. Lui alle mie spalle remava cercando il posto migliore per buttare le nostre reti. Tirare fuori dal fango storie del passato. Giocare con la memoria, con la fantasia. E se talvolta rimaneva impigliato anche un pesce nei nostri ami non importava.
Lo rimettevamo nell'acqua bassa e scura a continuare a scodinzolare come aveva fatto fino ad allora. In attesa del prossimo gancio a mezz'asta nel torbido. Del prossimo pesce appena un po' più grosso.
Ma come facevano a vederci i pesci lì sotto per me era un mistero. A scuola mi avevano detto che i pesci non hanno palpebre. Tutto il giorno ad occhi spalancati. Secondo me anche spaventati. Deve essere una fatica. Sarebbe stato l'ultimo genere di animale nel quale mi sarei voluto trasformare. Solo, sotto metri d'acqua, schiacciato dentro litri di stagno ad aspettare la mia ora. Mangiare per essere mangiato.
Ma noi non eravamo lì per quello. Mio padre remava calmo. Scostava con un bastone i rami secchi, toccava il fondale con il remo e imprevedibilmente, impercettibilmente, improvvisamente puntava il dito in quel punto. Fiero come un capitano d'altri tempi. Solo e soltanto lì. Ed allora capivi che la caccia grossa stava per cominciare. Era gioco, mai gara. Era il nostro modo per essere padre e figlio. L'incontro settimanale. L'incontro che mi faceva sopportare tutti i lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato. Poi arrivava la domenica. Piena, ricca, soleggiata.
Quando faceva brutto tempo per me era una tragedia. La televisione ragliava di gol iperbolici, di rigori e moviole ed io pensavo sempre ad una pozza d'acqua con dentro le nostre storie inventate e fantastiche. Come ogni storia dovrebbe essere.
Come ogni storia in fondo è.
Buttava la piccola e casalinga ancora. Un mattone polveroso e rosso tramonto legato da uno spago sudicio. Era stata una mia idea. Ne andavo orgoglioso. L'avevo fatta con le mie mani. Non che mi ci fosse voluto poi molto. Era il progetto, più della realizzazione, che contava. Quella mossa casereccia gli piacque molto ed anch'io pensai in quel momento di piacergli di più.
Ognuno srotolava la sua canna. La metteva in ordine, la controllava. Il filo ben teso, l'amo adunco, appuntito. Uno a prua. L'altro a poppa. Anche se chiamarle prua e poppa era davvero un eufemismo. La barchetta non affondava per puro miracolo. Scalcinata, un tempo doveva essere bianca laccata. Vetroresina si affrettava a dire con lo sguardo mio padre. Sarà stata anche vetroresina laccata ma ne rimaneva soltanto un ricordo. Parecchie schegge ed una flebile striscia rossa appannata ed opaca che la tagliava centralmente proprio sulla pancia laterale.
La tenevamo in garage ed era leggera. Portarla in due nel primo pomeriggio e metterla sul portapacchi mi faceva sentire un uomo. Un vero uomo. Un marinaio di quelli che hanno tatuato sul braccio un cuore ed un nome di donna dentro. E poco importava se era quello della mamma. Chini sulle nostre lenze, gobbi sul nostro daffare. Farfugliavamo con le dita in sacchetti di plastica, cercavamo, mettevamo, inserivamo. La mattina era alta. Lui alzando la testa mi faceva ombra. E quel fresco mi piaceva.
Mi proteggeva dal sole materno.
Mi guardava. Avevo il sole negli occhi ma sapevo che mi stava guardando. Lo capivo dai movimenti della testa. Lo intuivo. Pochi tentennamenti dei lineamenti e c'intendevamo. Avevo dovuto nel tempo imparare il suo semplice e complicatissimo linguaggio. Piccoli fruscii, segnali sommessi, segni dolcissimi. Un dito che batte sordo sul tavolo, un occhio che si chiude, una mano che si gratta la testa. Niente era casuale.
Nemmeno un colpo di tosse.
In cima ai nostri ami non c'era né pane né qualche vermicello. Non pasturavamo l'acqua intorno alla nostra barca. Ma eravamo dei pescatori a tutti gli effetti. Anche il nostro piccolo stereo portatile lo avrebbe detto da lì a poco. La nostra cassetta preferita cominciava con "Il pescatore di asterischi" di Samuele Bersani. E lui non cantava ma so che dentro lo faceva. La radio, la barca, il sole, anche il silenzio era il suo modo per dirmi "ti voglio bene". Ed io lo avevo sempre saputo. Capito. In quei momenti non c'era bisogno di parole.
Con eccitazione era arrivato il momento di gettare l'amo. L'acqua non era molto alta. Forse un paio di metri, non di più. Se ci fossimo ribaltati comunque io avrei saputo arrivare a riva. Sapevo nuotare. Il problema sarebbe stato infradiciarsi il giubbotto regalatomi per Natale con le mille tasche. Lo adoravo. Mi portavo sempre dei foglietti per annotare quello che vedevamo, che trovavamo. Eravamo cacciatori più che pescatori. D'oggetti s'intende. Il nostro gancio rovistava sul fondo fangoso e se ne poteva sentire il rumore dolce sul letto del fiume. Sembrava di violentare i segreti dell'acqua.
Calma e scintillante. Un gigante assopito e noi a frugargli nelle tasche come piccoli topi di campagna alla ricerca di una briciola di formaggio. Ma non rubavamo. Prendevamo in prestito.
L'amo s'incastrava. Le nostre teste si alzavano. Ci guardavamo. L'uno abbagliato, l'altro ombroso. Uno cieco, l'altro annerito nella luce. Un uomo nero al timone. Detta così avrei anche potuto aver paura di quelle fattezze sconosciute, talmente informi. Ma sapevo che dietro respirava piano mio padre. Sapevo che le sue parole non sarebbero mai arrivate. Sapevo che me ne stava dicendo a milioni con il solo lasciarmi vedere la vita con i miei occhi. Io, a differenza dei pesci, avevo le palpebre per poterle chiudere ed apprezzare ogni volta il colore dopo quell'infinitesimo frammento di buio. Così erano le mie parole per mio padre. Che non parlava. Forse, mi sono sempre detto, non lo avrebbe fatto nemmeno se avesse potuto. Sarebbe stato lo stesso un tipo silenzioso, uno di quelli che non ha bisogno di fiumi di parole per farsi comprendere, uno di quelli che basta un cenno per capirsi, per trovarsi. Non burbero né duro. Soltanto non amava i fronzoli. Andava alla sostanza senza dimenticare la poesia di un piccolo, quotidiano, insignificante gesto. Quelli erano pochi ma alla nostra tavola non mancavano mai.
Sentivo il gancio metallico strusciare tra le pietruzze levigate e coperte di muschio verde, lo sentivo affannarsi a scovare un anfratto, ingarbugliarsi tra le canne portato dalla corrente.
Recuperavo il filo e lo trascinavo.
La massa nera a prua teneva sempre il cappello ben calzato sugli occhi e la faccia a guardare i cerchi dell'acqua, le piccole evoluzioni delle minuscole onde. Forse sognava di esseri microscopici che nei loro costumini aderenti facevano surf. E le nostre carpe sarebbero stati i loro squali californiani ed il canneto le palme e la nostra barchetta decolorata una nave da crociera immensa e lussuosa attraccata al largo. Forse sognava e nei suoi sogni c'erano mille parole. Forse dormiva soltanto. Si assopiva e mi parlava. Ogni tanto mi scriveva dei biglietti. "Bravo" o soltanto un "+" su dei foglietti bianchi che ho ancora in un cassetto. Grattando il fondale, il fiume ci restituiva qualcosa. Era uno scambio alla pari. Noi non lo facevamo sentire solo e Lui ci regalava qualche piccolo oggetto che non gli serviva più. Un tronco, una sbarra di ferro, un giocattolo rotto, i raggi di una bicicletta, una lattina, un cestello di una lavatrice. Con ogni oggetto recuperato dall'acqua mio padre costruiva delle piccole sculture. Solo con la roba tirata fuori dall'acqua. Sembrava che dicesse che l'acqua li pulisce dall'uso che l'uomo ne fa. L'acqua li purificava. O forse pareva a me che lo dicesse.
Una volta trovammo un anello. Ci guardammo per un attimo. Lo ributtammo subito in acqua. Dondolava mentre riscendeva come piuma senza padrona. Fino a sparire.
Quella volta mi guardò come per dirmi: "A noi non servono gli anelli per unirci". O forse parve a me che lo dicesse.

