Il viaggio dell'italiano che scoprì un affluente del Rio delle Amazzoni

- di Margherita Mellini

Nel 1924, sul rimorchiatore "Floriano Pexoto", l'elbano Ernesto Puccini navigò lungo i canali fluviali infestati dai piranhas del terzo più grande fiume della terra.
L'equipaggio comprendeva anche un ministro plenipotenziario italiano presso il governo boliviano, un fotografo e un pittore spagnolo.
La difficile navigazione attraverso i fitti intrighi di alghe e liane e la scoperta dell'ultimo tratto fluviale che non risultava sulle cartine.
Fu chiamato Rio Puccini per onorarne lo scopritore.

Il Rio delle Amazzoni è il terzo fiume della terra ed attraversa il continente sudamericano da occidente ad oriente. Si tratta di un corso d'acqua notevole, alimentato da numerosi affluenti di piccole e grandi dimensioni. Uno di questi affluenti porta il nome di un emigrante proveniente dall'Isola d'Elba: Rio Puccini.
La storia di quest'uomo è abbastanza originale, anche se forse assomiglia a tante altre piccole grandi storie di emigrazione italiana, e mi è stato possibile ricostruirla grazie ad un lungo memoriale scritto dal fratello di Ernesto, Andrea Puccini.
Cominciando dalle origini, nel 1906, Giasone Rebua, uno zio armatore, chiese ai due fratelli di condurre in Sud America un rimorchiatore costruito in un cantiere livornese. Lo zio infatti era originario di Porto Azzurro, uno dei porti elbani, ma da cinquant'anni si trovava a Miranda, in Brasile.
Ernesto svolse con responsabilità e successo questo compito, viaggiando attraverso l'oceano e, successivamente, lungo i fiumi di tutto il continente latino. Una volta arrivato, decise di rimanere in questa nuova terra per tentare la fortuna.
Iniziò come macchinista nella marina fluviale dello Stato, ma presto, grazie ai risparmi messi da parte, si sposò con una ragazza brasiliana di origini italiane e si trasferì a Corumbà dove fondò, insieme al fratello Andrea ed ad un socio salernitano, Nicola Buonocore, un piccolo cantiere navale. Nel corso degli anni il cantiere crebbe notevolmente e i due fratelli Puccini erano famosi nella zona per le loro capacità imprenditoriali e per la loro laboriosità tanto che Ernesto venne definito "l'armatore del Mato Grosso".
In un romanzo di Ulderico Tegani che narra le vicende di un italiano che tenta di far fortuna in Brasile, questi fratelli elbani vengono riportati come esempio di "volontà e tenacia, energia e perseveranza, pazienza e fede" nella loro semplicità di uomini di un certo successo e benessere, ma sempre grandi lavoratori.
Nel 1924 si presenta di fronte al Puccini un ingegnere inglese, Villos Fanghen, che dal governo boliviano aveva ottenuto in concessione un milione di ettari di terreno da sviluppare con l'agricoltura e dove impiantare un'industria di legname ed una linea di navigazione. L'inglese aveva bisogno però di qualcuno che l'accompagnasse nell'esplorazione della zona, intorno al lago Gaiba, e così partirono, insieme ad una decina di persone, sul rimorchiatore "Floriano Pexoto".
L'equipaggio era composto da due fuochisti, un marinaio, un cuoco ed uno sguattero; erano poi presenti la moglie del Fanghen, il marchese Medici di Marigliano, "ministro plenipotenziario del governo italiano presso quello boliviano, che era interessato ad inviare nella zona un gruppo di coloni italiani", un fotografo e pittore spagnolo, Miguel Perez, un paraguaiano esperto di bestiame, Iuan B. Cameron, e due cacciatori.
La spedizione partì da Corumbà la sera del primo luglio ed iniziò a navigare attraverso i canali fluviali, sopportando i fastidi dati dal clima tropicale e stando molto attenta ai piranhas che infestavano le acque. Vennero effettuate esplorazioni nei luoghi che incontravano lungo il percorso, scendendo a terra e spingendosi in escursioni nell'interno.
Rifugiatisi al lago Gaiba per una tempesta, scoprirono casualmente, attraverso un'apertura nell'intricata vegetazione, un accesso ad un altro lago, l'Ubeiba, e di qui al Mirin. Fu molto dura aprirsi il varco attraverso i fitti intrighi di alghe e liane, e in quest'occasione il Puccini dimostrò grande forza fisica e caparbietà, specie nella scoperta dell'ultimo tratto fluviale, che non risultava dalle cartine, ma della cui esistenza si era tanto convinto da, infine, trovarlo.
Proprio per il valore dimostrato dall'elbano in questa scoperta, Fanghen, con l'accordo unanime di tutto l'equipaggio, propose alle autorità boliviane di chiamare il nuovo fiume "Rio Puccini". Prima di rientrare a casa, quando si trovavano ancora sulla nave, fu fatto un brindisi per il felice avvenimento, e, non avendo nient'altro a disposizione, "riempirono i calici" con acqua ardente di canna, un liquore molto forte distillato nella zona.
La famiglia Puccini è rimasta, da allora, sempre nella zona. Grazie alle imprese ed al carattere del suo capostipite, che ha saputo distinguersi, ma l'ha fatto sempre lavorando con onestà ed umiltà, è molto ben integrata e stimata nella regione del Mato Grosso.
Come questa, tante altre piccole storie si potrebbero narrare di straordinarietà nell'ambito di un avvenimento ordinario nella sua naturalità, quale l'emigrazione. Sono tutte le storie eccezionali di nostri conterranei che fanno parte, attraverso i racconti di famiglia e tra amici, della nostra memoria collettiva e condivisa.