Ilde Naro

- di Alessandro Bergonzoni

Convergere o divergere, detergere o lavare, unire o separare, avere o non avere, un saluto a Hemingway, apparire o essere, sparire o non essere, un saluto ad Amleto, ricchezza interiore (tre chili di intestino, un chilo di colon, quattro metri di cavo orale), o ricchezza esteriore, orologi da caviglia, eccetera, eccetera?
I soldi non sono tutto, esiste anche l'oro, l'incenso, la mirra, l'avorio, le cose, le banche, i marinai, i fari e chi più ne ha più ne ha.
Ogni volta che si disserta sulle convergenze e sulle divergenze si arriva a parlare per via socio cultural mediatico estatico ieratico anche della ricchezza interiore ed esteriore. Per quanto riguarda la ricchezza il nostro atteggiamento assomiglia sempre di più a quello di un alce in seggiovia, di un pellicano in deltaplano: siamo sull'impacciato e questo è un dato di fatto e in ogni fatto c'è una dose di verità e una parte di smania: la smania seduce e la regione ci conduce, ma dove? Per chi? A chi? A come? Di che? Che cosa? Per a che? Ma quando?
Non è semplice dare un senso alla ricchezza in genere o addirittura all'opulenza. Opulenza copulo dal fiorentino copulo, Enza dal latino abbreviato "ecceed'enzam", cioè assisimbolicamente e metaforicamente "possiedo fin troppo".
Sia ben chiaro che io non ce l'ho né con chi ha né con chi non ha anche se so che da un punto di vista di convergenze e divergenze il mondo è fatto di gente che ha tutto e di gente che non ha niente, di chi ha tanto ma non è felice, di chi è felice ma non ha tanto, chi ha poco non è allegro, chi ha tutto ma è infelice, chi è ricco ma sta andando sotto al tram, chi è povero ma guida il tram quindi è più fortunato, chi aspetta quel tram non è né povero né ricco e sta solo perdendo del tempo, chi è pieno di tempo ma non sa cosa farsene, chi sa cosa farsene ma ha fretta e la fretta si sa fa i gattini ciechi, chi è talmente ricco che ai gattini gli compra gli occhiali...
Insomma, come diceva Hemingway, avere e non avere non è la vita forse è solo un modus vivendi o se sei schiacciato dal benessere anche morendi. Alle volte ridare senso al concetto di ricchezza nel divergere può voler dire far ritrovare ciò che ognuno di noi può avere perduto per sempre: chessò un paio di occhiali la verginità le chiavi un portafogli una moglie una villa il buonumore o le lenti a contatto.
Le ricchezze sono tante e vanno come dicevo all'inizio da quella interiore a quella esteriore sei nasi dieci orecchie; ricchezza morale: sono talmente buono che mi merito sei milioni al mese, sono talmente altruista che voglio la ricchezza altrui.
... E poi c'è la ricchezza pura, quella senza olio e senza sale (cfr. il testo "la ricchezza azima e altri testi"); la ricchezza spirituale (oggi ho comprato un prelato) ma non sa cos'è (povertà spirituale); ricchezza mentale (ho comprato tre migliardi di caramelle alla menta e sto male ma sono ricco di spasmi di fitte, sono zeppo di nausea quindi ho tanto di tutto); ricchezza di familia: con tredici figli, sei suoceri, un nuoro e altri parenti sardi...
Convergere o divergere? Possedere o non possedere? Quanto possedere? Sedere o non sedere? Vogliamo dimenticare la fortuna? Il privilegio, la colpa, il destino? Anch'io posso ogni tanto avere problemi di questo tipo ma fingo da fungo, cioè mi immuschio, mi lascio crescere nel bosco della vita e faccio orecchie da mercante: se posso cioè vendo i lobi al migliore offerente e se poi non me la sento dirò mea pulpa cioè questo è il succo del grande arancio della vita.
E' inutile vangare e rivangare, immalinconirci o porci domande da porci, abbattersi come sequoie segate dalla lama del dubbio. Perché andare sempre a Canossa quando possiamo passare da Gubbio?