In volo da Francoforte alla Fiera di Orlando

- di Lia Giovanelli

Solo uomini nella sala d'imbarco e gli italiani sono molti. Gli inconvenienti dell'attesa e le banalità delle conversazioni improvvisate.
Champagne o vino del Reno sull'aereo della Compagnia tedesca. Dieci ore di viaggio. Che cosa si compra in America.
Un personaggio straordinario, una donna d'altri tempi accolta, all'arrivo, da una festosa folla di parenti.

Aeroporto di Francoforte, sono solo le 11 di mattina e sono già stanca morta. Ci dobbiamo imbarcare tra breve per Orlando (perché si dice imbarcare visto che si tratta di un aereo e non di una barca?) e il volo dura altre dieci ore. Conquisto un posto a sedere nella sala, appunto, d'imbarco, e mi perdo nei pensieri tipo i porti e gli aeroporti, il mare come il cielo è altrettanto affascinante, blu e attrattivo, e mi guardo intorno aspettando che Luis torni dal bagno. Sono sempre nervosa quando si allontana, ho visto troppi film dove qualcuno sparisce in un aeroporto lasciando il povero protagonista in un paese straniero, dove nessuno capisce la sua lingua, senza documenti e senza soldi, e immediatamente implicato in storie pericolose.
Mi chiedo dove stiano andando tutti quanti e perché mai, in questo caso, a Orlando, ma osservando i passeggeri, quasi tutti uomini, mentre tengo sempre controllata la porta dei bagni, mi accorgo che la maggior parte, come noi, è probabilmente diretta alla stessa Fiera, un evento di portata internazionale che riunisce tanta gente, e, in questo caso, tanti italiani visto che il nostro Paese è leader di quel settore.

Tutti stanno parlando al cellulare, leggono giornali finanziari, lavorano sul portatile, si scambiano saluti e commenti e sono sicura che anche Luis, finalmente ricomparso, si dedicherà a breve alle stesse occupazioni, ma vedo che si ferma a pochi metri da me, salutando cordialmente una delle poche coppie presenti. Abbasso velocemente gli occhi fingendo di dedicarmi ad una rivista: non ho voglia di parlare con nessuno ma, con questa ossessione di tenere sotto controllo Luis perché non sparisca, intercetto il suo sguardo che mi dice sillabando "alzati subito e avvicinati almeno per un sa-luto di cortesia". Va bene, arrivo.
Vengo subito coinvolta dalla signora sull'interessante argomento "la mia straordinaria ricetta per far passare il tempo in aereo" che consiste nel bere un paio di fluttini di champagnino e appisolarsi. Ma come parli? mi verrebbe da dire. E forse esageri anche un po' con gli alcolici, e poi non credo proprio che la Lufthansa viaggi a champagne, al massimo vino del Reno, non è mica fallita come l'Alitalia. Ma ahimè, non è finita. Mi mostra orgogliosa un enorme bagaglio a mano che solleva facilmente da terra perché vuoto e destinato a riempirsi con tutti i fantastici acquisti che farà negli Stati Uniti, dove, si sa, si compra tutto a pochissimo, cambio euro dollaro eccetera, e io immagino questa valigia piena di abbigliamento immettibile, di occhiali griffati e luccicanti di GG, DG, CC, di scarpe modello sex and the city e, mi viene in mente la frase di Izzo "il senso della vita nel fare le valigie", un commento, ti prego, solo uno piccolo. Ma questa volta lo sguardo di Luis mi dice che basta, è sufficiente, posso tornare a sedermi e, please, no comment, please.

Riconquisto la mia postazione e la mia rivista, e, meraviglia delle meraviglie, sta cominciando una parte interessante del viaggio. Si sta muovendo nella sala d'imbarco, ormai pienissima, una donna che proprio non ha nulla a che spartire con quanti stanno aspettando. Età indefinita (sessanta o settanta?), corporatura robusta, abbigliamento scuro, a strati, da Germania dell'est prima della caduta del Muro, oppure da repubbliche ex Unione Sovietica, no, decido invece che viene dalla Georgia, paese che mi attrae, tanto verde, tanto rigore e tanta guerra. Capelli grigi che sfuggono da uno strano basco di panno, scarpe che hanno visto decine di risuolature, una capiente e pienissima borsa di pelle nera sdrucita e logora, oltre a un pacco incartato con grande cura e tanto spago. Sorrido e le faccio un segno per cederle il posto, ma, ricambiando un mezzo sorriso, si avvicina al banco dove le efficientissime hostess stanno distribuendo informazioni inutili in tutte le lingue del mondo e, senza scomporsi, recupera una sedia comoda e con braccioli, evidentemente destinata al personale e, sempre senza scomporsi, mi si avvicina trascinando il suo bottino con uno sguardo che ricorda altre e ben più importanti battaglie della vita.

Brava signora. Le farei un applauso per questa mossa che mi consente, tra l'altro, di osservarla meglio. Dritta come un fuso, si siede con le mani in grembo, e la vedo perfetta sul ponte di terza classe di un bastimento diretto, cento anni fa, ad uno dei tanti moli di Manhattan. Ma cosa vai a fare signora della Georgia in Florida?
Le mani sovrapposte e senza un tremito raccontano una vita di lavoro, lavori di casa, lavori nei campi, comunque lavori pesanti, ma parlano anche di bambini lavati, nutriti e accuditi e, sono certa, tanto accarezzati da queste mani, anche quando, ormai grandi, se ne andavano via lasciando le stesse mani ad asciugare in fretta una lacrima. Raccontano di freddo e di fatica, e delle tante stagioni della vita che passano, ma raccontano anche di sogni e speranze dalla terra di Majakovskij. "Per il pane va bene, per la pace va bene .... ma la primavera?"

I miei pensieri si interrompono sull'annuncio di imbarco immediato, e quando i tedeschi dicono immediato è davvero così. Mi accomodo sulla poltrona dell'aereo e, visto che il viaggio è lunghissimo, faccio un po' "casa" sotto gli sguardi divertiti di Luis che mi osserva mentre sistemo tutto con cura, giornali, penne per scrivere, cuscini, calzette e plaid, bicchieri con succo d'arancia, gentilmente offerti dalle premurose assistenti.
Trovo i tappi per le orecchie e la mascherina e, prima di allungarmi e dormire, per quanto sarà possibile, sento Luis che mi sussurra: "Se vuoi, posso cambiare il posto con il mio amico, così tu chiacchieri con sua moglie di acquisti americani bevendo champagnino". Merita un bacio mentre mi assicuro che si sia allacciato la cintura, non si sa mai dove può andare a nascondersi anche su un aereo!

Dieci ore dopo arriviamo. Ho davvero dormito tantissimo e adesso sto bene e voglio rivedere la mia signora dell'est che puntualmente ritrovo al nastro dei bagagli. I bagagli arrivano subito e tra le mille valigie rigide, samsonite grigie e nere come da copione compare la Valigia per eccellenza. E come altro avrebbe potuto essere la sua valigia? Naturalmente è grande, anzi grandissima, e poi è marrone, di un cuoio che ha attraversato mezzo secolo di storia senza perdere il suo ruolo e la sua dignità.
È piena, questa sì, è davvero piena, ed è a questa che pensava Izzo quando parlava del senso della vita. Per la signora della Georgia è uno scherzo sollevarla (ovviamente non ha rotelle) e portarla, insieme agli altri suoi ingombranti bagagli, per i lunghi corridoi dell'aeroporto verso l'uscita. Anche se volessi non potrei aiutarla, impegnata come sono a non perderla di vista (e non perdere di vista anche Luis che naturalmente non mi aspetta, e cammina come se stessimo lasciandoci sfuggire l'ultimo taxi disponibile).

Siamo all'uscita e non faccio in tempo a formulare un pensiero di saluto che un gruppetto di uomini, donne e bambini, da dietro la transenna che ci separa dalla parte comune dell'aeroporto, si lancia verso la mia signora sommergendola in un abbraccio festoso. In una serie di bellissimi fotogrammi vedo gli uomini più giovani che si affrettano a toglierle tutto dalle braccia. Valigia, borsa, pacco e soprabito finiscono in altre mani, gli uomini più anziani si avvicinano con rispetto facendo quasi dei lievi inchini, immediatamente un bambino piccolo le viene messo in braccio e lei si china a baciarlo, mentre le donne più giovani continuano ad abbracciarla, accarezzarle le braccia, il viso, i capelli e i bambini più grandi si aggrappano alle gambe, tutto con grandi esclamazioni di gioia e nella commozione comune, compresa la mia, che non riesco a staccarmi dalla scena.
Quando finalmente tutti ci avviamo all'uscita sono sola, ma Obama mi sorride da un grande manifesto e, nel Paese dove un nero è diventato Presidente, non posso avere paura, e poi la Florida è lo Stato delle primavera, anche quella di Majakovskij, e la mia signora della Georgia è qui che doveva arrivare.