Indice
- Numero 19 - Agosto 2005
- L'Editoriale - Nozze di mare
- Il nuovo imperatore di Capri
- L'invidiabile villa di Pollione
- Il telegiornale del poeta falegname di Anacapri
- I grandi misteri italici dell'Isola di Montecristo e della Baia di Ieranto
- Quando il Giglio lancị la sfida a Capri
- Quei relitti in fondo al mare
- La donna nuda che scioglie i capelli e provoca le trombe d'aria
- L'archeologo subacqueo e la tangentopoli al tempo di Caligola
- Una vita in jeans
- Un viaggio felice tra vecchio e nuovo Egitto
- L'onda del blues sul fiume della Ciociaria
- L'11 settembre di Piazza Mercato
- Il pescatore di ricci all'Elba che voleva uccidere il chiaro di luna
- La Favola rotonda
- Una collana di libri nata da un filobus
- L'imperioso fascino di Leni Riefenstahl
- Il reporter dell'Isola
L'11 settembre di Piazza Mercato
- di Rosario Iannuzzi
Il luogo può ben definirsi l'isola degli impiccati.
Vi furono eseguite le condanne dei repubblicani del '99.
La sorte crudele di Luisa Sanfelice si compì nel giorno preciso che, due secoli dopo, sarebbe assurto a simbolo delle stragi del terrorismo.
I fantasmi di Masaniello e di Corradino di Svevia.
Una piazza di traffici e commerci nel respiro della Storia e del mare vicino.
Sono numerose le piazze che possono metaforicamente essere considerate isole. È già il concetto di piazza che nel paesaggio urbano dà l'idea di luogo d'approdo, di scoglio affiorante nel mare magnum metropolitano che la circonda. Se siamo d'accordo su questo, non sarà difficile essere d'accordo su quanto questa metafora possa essere vera per Napoli, città ribollente di spumante umanità proprio come si trattasse di inquieto e turbolento elemento liquido.
Regno del possibile, dell'impossibile e dell'impensabile, Napoli. Catarsi estrema dell'unica rappresentazione teatrale che, sebbene replicata miliardi di volte, riesce a essere originale e inedita ogni volta che ciascuno dei suoi interpreti e autori assolutamente nuovi e inediti la rappresenta, mettendola in scena in maniera quanto mai imprevedibile: la vita. Se siamo d'accordo su questo, non sarà difficile pensare quanto questa metafora possa essere vera per i napoletani.
Bisognerebbe che qualcuno provvedesse ad aggiornare le insegne comunali, oggi un anonimo scudo bicolore giallo e rosso. Troppo anonimo, troppo impersonale. Sarebbe stato più opportuno adottare quei mascheroni simbolo del teatro greco, la tragedia e la commedia, una affianco all'altra. A Napoli succede così, questo è il luogo dove più che altrove si fondono il riso e il pianto, la gioia e il dolore, dove le antitesi sono la regola e le sintesi l'utopia.
In questo mare magnum metropolitano di sorprendentemente caotica armonia degli opposti, le piazza appaiono spesso approdi affioranti nel turbinoso scorrere quotidiano della vita, luoghi di pausa dove lo scorrere cessa, si ferma e la vita rappresenta sé stessa. E allora la piazza diventa osservatorio privilegiato da cui assistere allo spettacolo d'arte varia che è la storia. Sì, la storia, che proprio nelle piazze è stata di scena con ostinazione e persistenza, offrendo sovente il suo lato peggiore quello più crudele spietato. Non di rado, per non dire spesso, sanguinario.
Come accaduto a Piazza Mercato, una delle più antiche di Napoli, teatro di alcune delle tappe che maggiormente hanno segnato le vicende della città, isola della memoria e dell'oblio, che ha visto accadimenti capaci addirittura di cambiarlo, il corso della storia, accadimenti i cui echi rimbombano ancora oggi tra le mura degli edifici che la delimitano, in un'incredibile accozzaglia di caotiche sovrapposizioni architettoniche che solo a Napoli è possibile trovare e osservare nella parte più avanzata del pianeta, non spostandosi dal Primo Mondo.
Isola popolata di fantasmi, la Piazza Mercato del Terzo Millennio, spiriti del trapassato remoto, del passato prossimo, dell'altro ieri e di ieri che, come gli edifici che la contornano, la popolano disordinatamente, l'affollano caoticamente, la gremiscono in un assortimento di razze, genti, culture, estrazioni sociali, in un assordante silenzio che si trasforma in silenzioso trambusto quando si sposta l'attenzione sugli altri isolani, gli altri abitanti della piazza.
I vivi, gl'isolani di oggi, quelli che convivono gomito a gomito con i fantasmi, e li attraversano, fendendone le inconsistenze in una convivenza fatta di morbosa indifferenza, instabile, precario ma indissolubile legame. Sì, Piazza Mercato è un'isola di vivi e di morti, un'isola dove i vivi, sempre meno, sempre più rari, sempre più sperduti, sanno dei morti. Sempre di più, sempre più numerosi.
Fanno finta d'ignorarli, fanno anzi di tutto per offenderne ricordo e vestigia. Ma è una recita, la loro, è un offendere per dimostrare nella maniera più viscerale e teatrale e, quindi, più... napoletana, il riconoscimento dell'altro che non è conseguenza dello scambio, dell'accettazione, dell'omaggio. È il riconoscimento legittimato dall'offesa, dall'insulto, dalla sfida.
Piazza Mercato, lo dice il nome, era la piazza dei traffici, degli affari, dei commerci, vicina al mare e dunque vicina al nuovo, all'ignoto, alle opportunità. Cosa ne sia stato oggi di quei traffici, di quelle ricchezze è facile vedere. Nulla. Non è lì che la più grande città del Mezzogiorno, più piccola di quanto non lo fosse agl'inizi del Novecento, oggi svolge i propri affari. Piazza Mercato è diventata isola dell'oblio e del ricordo, dove si sa che la storia ha fatto storia.
Luogo dove, per secoli, sono state eseguite le condanne capitali della città, a cominciare dalla più celebre di tutte, quella di Corradino di Svevia, assurto da subito al ruolo di beniamino dei napoletani forse per il suo aspetto, per la sua giovinezza. Sebbene la sua sia stata un'eccellentissima testa a cadere, non fu la prima e non fu l'ultima. E forse non fu neanche la più importante, per i destini della città. Oltre alle condanne eseguite ai danni di ladri, truffatori assassini e oppositori dei regimi e dei governi susseguitisi nei secoli a Napoli, ce ne fu una particolarmente importante, simbolicamente, caduta in un giorno che un paio di secoli dopo, ai nostri giorni, si sarebbe caricato di sinistri significati.
Fu proprio in Piazza Mercato, infatti, che venne giustiziata Luisa Sanfelice, una delle protagoniste più note e affascinanti della più sfortunata e sgangherata edizione delle rivoluzioni borghesi, la Repubblica Partenopea.
Fu in quest'isola cittadina che si compì il destino della bella e romantica Luisa Sanfelice, repubblicana quasi per caso, dopo che si era compiuto il destino degli altri repubblicani. Fu in questa piazza che aveva già veduto tanti e tanti accadimenti, come la rivolta di Masaniello, che i reali di Borbone compirono la loro vendetta, suggellando col sangue la clamorosa sconfitta del Terzo Stato a Napoli.
Era un undici settembre del 1800. Una data che sarebbe diventata tristemente nota in tutto il mondo un paio di secoli dopo, quando avrebbe ridato il via ad una strana guerra tra due mondi, due civiltà che mai avevano smesso di odiarsi, ma solo attraversando fasi di tregua, da quando avevano cominciato a differenziarsi: il mondo musulmano e quello cristiano. Nell'Undici settembre napoletano, la Sanfelice fu impiccata e quel giorno, oggi possiamo usare questa espressione, fu probabilmente l'Undici settembre della borghesia napoletana. Un evento simbolico che sancì la fine di un'utopia perché quella classe sociale, ovunque trionfante in Europa, non era stata capace di esserlo all'ombra del Vesuvio.
Anzi, dopo la terrificante esperienza vissuta per mano di Lealisti e Sanfedisti, rinunciò a riorganizzarsi per proporsi, come accadde ovunque nel resto d'Italia e d'Europa, quale classe sociale propulsiva e propositiva, limitandosi a interpretare ruolo di comparsa sul palcoscenico pubblico napoletano.
Forse Piazza Mercato è ancor più metafora d'isola proprio per questo. Forse Napoli è oggi così com'è, e forse a Napoli il popolo è ancora oggi più plebe che altrove in Italia ed Europa, proprio per quell'Undici settembre di un paio di secoli fa. Forse.


