Indice
- Numero 37 - Maggio 2008
- L'Editoriale - Giochi di schiuma
- La balena di Montecarlo
- Quei transatlantici di una volta
- Sul treno azzurro da Mosca a Pechino
- Quella terrazza sul mare
- La mitica Malibù del cinema italiano
- Quel bar di Forio che ospitò il mondo
- La dieta mediterranea
- Fantasmi e orrore a Capri
- Diario di bordo veleggiando nel mare più pulito d'Italia
- La cartolina di Napoli
- L'Elba ai tempi della guerra
- Le vacanze della signora Vera
- L'aereo di Khaled
- La bacchetta dell'archeologo
- Mare e cultura un turismo da rilanciare
- Il reporter dell'Isola
L'aereo di Khaled
- di Giuseppe Pompameo
L'illusione di una vita in Italia, la magra esistenza da clandestino, la missione per un dirottamento sorvolando l'isola di Pantelleria dove un giorno era arrivato su un barcone di fuggiaschi disperati.
Il sogno del ritorno a casa, in Tunisia. Ma, in vista della costa africana, un colpo di pistola.
Un colpo alla tempia di un ricordo. Quindi silenzio, silenzio e nuvole che scivolavano fuori, che tu - strana sensazione ti ci sentivi dentro, ti sentivi anche tu un po' aria, un po' cielo, un po' nuvola, nuvola di passaggio sopra l'isola di fuoco. Dài, che mancava poco, che cosa ci voleva arrivare vivo, almeno mezzo vivo, a casa, almeno vivo. In fondo, cosa sono ottanta chilometri per un aereo? Neppure il tempo di un sogno ad occhi aperti, di un'ombra che ti passa accanto, che ti scivola dentro, come un brivido.
A Khaled volare non era mai piaciuto.
Mai. Perciò, quel pomeriggio di fine aprile, quando s'era ritrovato sull'aereo, per sentirsi più sicuro non aveva potuto fare a meno delle sue solite pillole nere - fa niente che fossero per il mal di mare, sarebbero andate bene lo stesso, considerò -, un paio le teneva ancora in tasca, più o meno da due anni, dallo stramaledetto giorno del viaggio, dello sbarco. E poi, quella coltre celeste, soffice e sconfinata, a volte infida, non era, forse, una specie di immenso mare in cui ti perdevi, nell'attesa, bestemmiando e sperando che facesse terra?
L'"Organizzazione" gli aveva assegnato l'"Operazione" qualche settimana prima, indicandogli ora e tratta, fornendogli il biglietto per il volo delle sedici, per quel giorno di metà settimana tanto simile - s'era messo a pensare, mentre da lassù, intanto, riconosceva i riflessi metallo, minacciosi come lame, disegnati nello scirocco dal nero vetroso dell'ossidiana - ad un altro giorno così, di quasi giugno, in cui, a rotta inversa, su un barcone di disperati salpato di buon'ora da Sousse, puntava dritto verso l'isola.
Pantelleria, Italia, il sogno di fronte, il più vicino alla costa, al ritorno a casa - già, il ritorno a casa -, dopo uno, due, tre, cento, mille giri, chissà, su quella giostra, in quell'Eldorado che vedeva tutte le sere in televisione.
Ma sì, un bel gruzzolo di danaro da metter via e, al più presto, di nuovo in Tunisia, col petto e il portafoglio gonfi; magari, se poi fosse andato tutto bene, ci si poteva pure restare, laggiù, in Italia (certo, però, non a morire, perché per quello c'è sempre tempo e a casa propria), magari trovare un lavoro, una donna, magari avere dei figli da portare ogni estate a fare i bagni ad Hammamet, insomma una famiglia, un'altra vita, e 'affanculo al dolore, a quella zozza solitudine, ad un'alba di tarda primavera sul Mediterraneo che non finiva mai, tanto era lunga, per mare, quella distanza d'andata, su per giù ottanta chilometri, perché è sempre più lungo il viaggio che si fa per non guardarsi indietro, per non fare in tempo a crepare di nostalgia.
A Khaled volare non era mai piaciuto. Mai. Figurarsi quel giovedì pomeriggio di quasi maggio. Ma l'"Organizzazione" aveva stabilito così, che il volo di linea Roma-Il Cairo dovesse essere dirottato, destinazione Algeri, e lui, stavolta, non si era potuto tirare indietro, avrebbe rischiato la pelle se avesse detto di no, se avesse rifiutato la missione.
L'"Operazione" era cominciata all'aeroporto di Fiumicino: far passare la pistola era stato un gioco da ragazzi, alla faccia dei controlli, dei metal-detector, della polizia. Poi quelle poche ore di viaggio, lassù, in attesa, col cuore impazzito.
Press'a poco sopra la Calabria era entrato in azione. "Che nessuno si muova, se no vi ammazzo tutti... l'aereo è dirottato!" col suo italiano da scuola serale, mezzo rimasticato, e poi, lungo il silenzio terrorizzato della carlinga, di corsa verso la cabina di pilotaggio, sempre col dito sul grilletto, a tenere a bada prima le hostess, poi comandante e secondo pilota.
Sulla verticale di Scilla e Cariddi aveva perfino minacciato di far saltare in aria l'aeroplano con l'esplosivo
(ma non era mica vero, se l'era inventato per far più paura, e, soprattutto, per darsi un po' di coraggio). "Niente Cairo, niente Egitto, si va dove dico io, dritto su Algeri!" aveva urlato, impugnando più forte la pistola, il calcio sudato stretto nella mano destra. E, intanto, laggiù, ecco l'isola, le palme inquiete nel vento, nel balbettio intermittente dello scirocco, proprio come il dannato giorno in cui aveva messo piede in Italia, stremato, ma felice, il cuore colmo di belle speranze, belle illusioni.
Allora, quella pietraia che chiamavano Pantelleria gli era parsa un piccolo, meraviglioso Eden, una traccia di paradiso in mezzo a terrazze, viti, fichi d'india, a palme e dammusi calcinati dal sole, ad agrumi dolci, rossi e gialli di sole al tramonto, il fuoco del vulcano soffiato dalla carezza voluttuosa e agra dello scirocco che inventa, erode la terra, la costa. Già, lo aveva deciso lì per lì. Al diavolo "La Grande Causa", l'"Organizzazione". Sì è vero, erano stati loro a prenderlo dalla strada, a dargli da vivere, offrendogli un tetto, un letto, erano stati loro a reclutarlo, a procurare a lui, clandestino, i documenti falsi, e poi copertura, protezione, soldi, tanti soldi... sì, loro. Ma quando, un attimo fa, era passato sopra l'isola e, per un momento, aveva rivisto, da lassù, se stesso di spalle che sbarcava, s'era sentito tanto solo, tanto meno giovane e più disperato di quel giorno ormai lontano. Già, lo aveva deciso proprio in quell'istante, un istante - si sa - a volte può capovolgere una vita. "Ehi, tu, comandante, cambia rotta, che me ne torno a Tunisi, a casa mia, e niente storie, niente scherzi, capito...?". Poi, mentre dal parabrezza panoramico, nella caligine bassa che velava ancora l'orizzonte, aveva cominciato a intravedere la costa africana, in gola gli era scoppiato un grido, come di animale ferito, braccato, e, rivolta l'arma verso di sé, l'aveva puntata alla tempia destra, quella dei cattivi ricordi. Una frazione di secondo e via un colpo, uno solo, di sfioro, per avere il tempo di piegare le gambe, di strisciare col corpo lungo la parete fredda della cabina, fino a terra. Il tempo, insomma, di prender tempo alla sua vita, al destino.
"Presto, comandante, presto... fate presto, bastardi, più in fretta... correte più veloce, cazzo, più veloce che potete, che altrimenti non ce la faccio... Allah è grande...".
Ora mancava davvero poco, qualche rantolo, ancora un po' di sangue a colar giù, dalla fronte, sulla morbida, innocente, placida moquette color avion della cabina, a intingere di rosso, rosso vivo, quel silenzio attonito sopra le nuvole, rotto soltanto dal controcanto ovattato dei motori. Almeno a morire in pace a casa sua ce l'aveva quasi fatta. Dài Khaled, dài, che intanto la vista si annebbiava, le forze lentamente si consegnavano ad una strana specie di sopore, il cuore e la mente andavano sempre più piano, come a voler risparmiare quel grumo di energie superstiti. Fuori, le ultime nuvole, bianche e rosa, fuggivano via, mentre l'aereo cominciava a scendere nell'aria scartavetrata del tramonto.
Dài Khaled... il respiro affannoso a scandire le miglia celesti, i chilometri di cielo, i minuti, i secondi. Dài, che mancava poco. Eccola, eccola là, Khaled, ecco, laggiù, la linea della costa, la terra, come un orizzonte verticale il profilo, sempre più nitido, della pista, l'aeroporto.
Finalmente a casa. Per sempre. Forse non era troppo tardi. Cos'erano, ormai, altri dieci, venti chilometri per quel maledetto, benedetto aeroplano? Un'inezia, un giro di motore. Neppure il tempo d'un sogno definitivo, di un'ombra di passo che ti scivola dentro o che ti inghiotte, che, se non ti salva, almeno ti riscatta il finale, quello sì, almeno quello. Come un brivido nero, il ricordo del riflesso affilato e scuro dell'ossidiana che ancora sale da laggiù, dall'isola, che sfiora il riverbero arancio metallo della fusoliera nel tramonto, e, torvo, ti abbaglia, ti sputa dolore e sollievo, ti si appiccica addosso, ti segna, ti oscura, ti spegne e t'accende, ti attraversa l'ultima attesa, l'ultimo viaggio, l'ultimo pensiero del giorno, l'ultimo sguardo, l'ultima immagine, l'ultimo respiro e l'ultima speranza, l'ultima illusione, l'ultima promessa e l'ultimo silenzio, l'ultimo orizzonte, l'ultimo volo, prima che faccia sera.

