L'angelo di Pukhet con le ali di metallo

- di Gloria Peria

Un giovane uomo di Portoferraio, che si distinse col suo elicottero nei soccorsi agli scampati dello tsunami, ucciso da un natante nelle acque della Thailandia che aveva eletto a sua seconda patria.
Il sogno di una vita migliore, di uguaglianza e amore. Il ricordo degli amici dell'Elba. I funerali sulla spiaggia di Khao Khad e le ceneri disperse tra le onde dell'Oceano Indiano, il mare che più di tutti amava e conosceva.

Un portoferraiese di 45 anni, Gigi Peria, è deceduto a Pukhet in Thailandia mentre stava nuotando probabilmente dopo essere stato investito da un natante. Era un espertissimo nuotatore (aveva per anni gestito un Diving Center nel sud-est asiatico) e si era congedato da Lorenzo, un amico italiano, nel pomeriggio sulla spiaggia tuffandosi e chiedendogli di raggiungerlo successivamente. Ma quando Lorenzo è entrato in acqua, di Gigi Peria non c'era traccia e le ricerche non avevano esito fino al giorno successivo quando il corpo inanimato del portoferraiese veniva rinvenuto su una piccola spiaggia dove era stato probabilmente trasportato dalla corrente.
Peria aveva una ferita sulla testa, un taglio che ha fatto pensare ad un investimento da parte di un natante con l'urto che probabilmente, facendogli perdere coscienza mentre era in acqua, lo ha ucciso. Gigi Peria era una persona molto mite e schiva che godeva della unanime stima sia tra i suoi concittadini che nella nuova patria che si era scelto e dove aveva impiantato un'attività commerciale non dimenticando la sua passione per le immersioni. Ultimamente aveva lavorato con una troupe televisiva francese. Lascia la moglie, una quarantenne originaria di Udine. I funerali di Gigi Peria, organizzati secondo il rito buddista, si sono svolti a Pukhet, il suo corpo cremato e le ceneri disperse in mare.
Da quest'assurda storia mi è venuta la scelta di scrivere questo brano in prima persona, come se fosse lui a scriverlo. E' un escamotage usato per avere l'illusione che sia ancora presente.
"Mi scaldo al sole, sdraiato sulla spiaggia di sabbia bianca, finissima, intorno c'è un intenso profumo di fiori e io faccio andare la mente dove vuole. Penso che sono un sopravvissuto al disastro di due anni fa, lo tsunami.
Sono scampato per un pelo a quel terribile muro d'acqua che ha travolto tutto, speranze, desideri, odio e amore, miseria, squallore, esistenze appena iniziate. Rimpiango di non essere stato lì, in quel momento.
Avrei respirato forte e poi mi sarei tuffato nel fango, cercando di salvare qualche vita, qualche bambino portato via dalla corrente là dove il grigio si confonde con l'azzurro, dove sembra che niente sia cambiato. Ero al confine con la Malesia, sono tornato poche ore dopo lo tsunami, gli occhi pieni di dolore e rabbia. Grazie alle mie ali di metallo, come dice il piccolo Hawoong, ho sorvolato le alture dell'isola. Tutto il corpo incredibilmente teso nello sforzo di individuare un braccio proteso verso il cielo con appeso uno straccio, un segnale di vita. Li ho trovati, caricati sull'elicottero e portati in salvo.
Tanti, ma non abbastanza. Sei un angelo? Mi hanno chiesto. No, non lo sono mai stato e non lo diventerò mai. Sto sfidando la morte, sto sfidando il potere che indugia sulle immagini televisive invece di agire, sto sfidando la burocrazia che consuma il tempo al telefono e al computer invece di organizzare il soccorso, sto sfidando.... i miei sensi di colpa.... Perché non ero presente nell'attimo della catastrofe e quale destino mi riservano gli dei? 'Vedo che passi molto tempo nel mare, giovane occidentale. Stai attento a non starci troppo perché le divinità che vivono nell'acqua possono legarsi a te e volerti tenere con loro per sempre.'
Qualche anno fa, nella giungla, la vecchia malese, una cascata di capelli bianchi, ispidi come stoppa, pochi denti in una bocca troppo grande e un viso simile ad una piccola prugna solcata da rughe profonde, sentenziò il verdetto.
'Quando succederà?' le chiesi titubante, indeciso se fosse opportuno saperlo.
La vecchia mi guardò con i piccoli occhi dall'iride scolorita e bisbigliò che ogni momento sarebbe stato buono per unirmi agli dei che abitano gli oceani e che sarebbe stata un'unione indissolubile, senza ritorno.
In tutte le mie reincarnazioni precedenti ero stato sempre un animale acquatico e il mio rapporto profondo con il mare forse si spiegava così. Ora, sono ancora qui, su quest'isola lontana migliaia di chilometri da quella della mia infanzia e aspetto che il destino si compia. Non farò assolutamente niente per ostacolarlo, non ho un'Itaca dove tornare vittorioso, come hanno fatto generazioni di eroi stanchi di guerre, di cavalcate nei deserti e di sangue di nemici uccisi.
Ogni isola è la mia isola o forse, meglio, la mia isola non si trova in questa dimensione terrena e niente mi appartiene veramente. Da qualche tempo ho deciso di vivere come se il prossimo minuto fosse l'ultimo.
Il sole è già sceso troppo sul mare, devo affrettarmi se voglio nuotare lungo il promontorio di Laem Ka Yai e godermi quest'acqua sempre tiepida e trasparente. C'è un'onda lunga che accarezza un grande tratto di costa. La corrente va in direzione della spiaggia. Quando sarò stanco di nuotare mi farò trasportare dal mare verso la terra."
Il giorno in cui il suo corpo è stato trasportato dal mare sulla spiaggia di Khao Khad, una folla silenziosa ha ricoperto la sabbia di fiori profumati. Le sue ceneri sono state sparse nell'immenso oceano indiano, nel luogo del mondo che amava di più.
Così Gigi ci ha lasciato, tradito da quello stesso mare che lui amava e che ben conosceva. Parlando con il suo amico Lorenzo, che vive in quei bellissimi luoghi e che gestisce un ristorante, rimesso in piedi a fatica dopo lo tsunami anche con l'aiuto di mio fratello, ho avuto solo conferme di quanto Gigi ha fatto per dare aiuto, per cercare di sostenere i connazionali e non solo, dedicandosi anima e corpo alle ricerche degli scomparsi dello tsunami, lavorando giorno e notte.
Nell'e-mail di quei giorni mi raccontava di quanta dignità esprimesse la popolazione Thai di fronte alla tragedia, di come fossero uniti compostamente nella desolazione dovuta alla perdita degli affetti e delle loro povere case, capanne costruite in riva al mare, piccoli ristoranti e locali costruiti con la fatica di una vita di lavoro. Mi raccontava che tanti soldi inviati per aiutare queste povere persone erano poi finiti nelle tasche di chissà chi, e non se ne dava pace. Mi raccontava di bambini rapiti, degli avvoltoi che delle tragedie fanno un business. Mi raccontava di come fosse dura dimenticare quei corpi ammassati, scomposti in attesa di essere cremati per evitare epidemie.
Mi raccontava dell'egoismo di certa gente che rimase al riparo nelle proprie casette-villette, aggrappata alle tende di seta, per paura di essere contaminata e di esporsi al pericolo.
Mi raccontava dei suoi incontri, dei suoi viaggi, l'ultimo dei quali in Vietnam dove ancora nascono bambini con gravi malformazioni, causate dalle bombe chimiche sganciate dagli americani durante la guerra. Mi raccontava dello sfruttamento di bambini tenuti con catene ai piedi, nascosti in capannoni, in Cina, che lavoravano giorno e notte per produrre e far arricchire con il loro sudore le grandi multinazionali. Mi raccontava di un sogno di un mondo costruito sulla spiritualità, sulla fratellanza e il rispetto dei nostri simili, di qualsiasi colore e razza, di un mondo in cui ognuno avesse la possibilità di vivere dignitosamente, amato per come è, e non per come appare.
Mi chiedeva spesso dei suoi amici elbani, ai quali va il suo e il nostro abbraccio: a Fabrizio, a Giordano, ad Alviero, a Giulio, ad Adalberto, a Dante, a Luigi, a Danilo, a Uberto, a Marco, a Giovanni, a Claudio, a Franco, a Francesco, ad Arcangelo, a Franceschino, a Mario, a Carlo, ad Angelo, a Massimo, a Florio e a tutti gli altri che gli hanno voluto bene.