Indice
- Numero 16 - Maggio 2005
- L'Editoriale - Le notti di maggio
- Pronti a diventare Mascalzoni Latini
- Tutto il mondo è un'isola
- L'uomo che dedicava un Faraglione ad ogni sua donna
- Quella casa irregolare voluta da Curzio Malaparte
- Quando a Capri anche gli scugnizzi parlavano russo
- Le passeggiate anacapresi del professore gentiluomo
- L'incanto di Valeria Corvino è lo strapiombo di Anacapri
- L'insolente pinguino di Punta Tombo
- Quell'odore di ragù sull'isolotto d'Isca
- L'uomo che attraversava il mare cantando
- L'antimeridionalista Fucini scappò da Napoli per trovare il paradiso ad Amalfi
- L'estate cinematografica di Mar del Plata
- Il principe del Tempo
- La farfalla che si lasciò cadere su una scogliera di Anacapri
- Dalle Eolie all'America
- Andiamo a fare due pazzi
- Il libro di Pironti
- Un'isola sospesa nel cielo
- Il reporter dell'Isola
L'antimeridionalista Fucini scappò da Napoli per trovare il paradiso ad Amalfi
- di Vittorio Paliotti
La celebre frase sugli amalfitani.
La città nata da un naufragio.
Gloria e tramonto della repubblica marinara governata dai Dogi come Venezia.
La strada costiera di Ferdinando II. L'Arsenale e la Cartiera.
I primi due alberghi.
Quando la spiaggia serviva solo per stendere la pasta da fare essiccare al sole.
Sta tutta lì, tra la Valle dei Mulini e il mare. Due piazze e un'altalena di strade e stridette che sembrano scavate con le unghie nella montagna e che non si sa proprio come possano contenere un duomo, un paio di antichi conventi trasformati in alberghi, ville e villette; e soprattutto come possano bastare a una popolazione stabile di seimila e più abitanti che nei mesi estivi si moltiplica all'infinito.
E' proprio questa, oggi, Amalfi, perla di una costiera che da lei trae denominazione. Ma vi fu un tempo in cui Amalfi, sinonimo di una repubblica marinara, inglobava tutti i paesini della costiera nonché quelli che dall'alto delle rupi si affacciano su di essa; e vi fu un periodo in cui Amalfi, libero Stato indipendente, aveva colonie, vere e proprie colonie, nelle principali città del Mediterraneo.
A Costantinopoli, in pieno decimo secolo, esisteva un "rione amalfitano" con strade, piazze, negozi, scuole. E così a Gerusalemme dove, addirittura, fu amalfitanamente fondato quell'Ordine che, più tardi, divenne Ordine di Malta. Spirava, insomma, aria d'Amalfi in tutto il Mediterraneo e oltre.
"Il giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in Paradiso sarà un giorno come tutti gli altri" scrisse e sottoscrisse, nel 1877, Renato Fucini. Letterato raffinatissimo e toscano fino alla cima dei capelli, Renato Fucini presentò, nel suo libro "Napoli a occhio nudo", una realtà a dir poco terrificante. Nemmeno uno dei tuguri napoletani sfuggì allo sguardo impietoso, anzi accusatorio, di Fucini che addirittura si compiacque nell'insistere e nell'infierire. Però, uscito dalle porte di Napoli, percorse in diligenza la costiera e giunto ad Amalfi, il suo cuore di antimeridionalista incallito ebbe un palpito del tutto nuovo.
A pochi chilometri da Napoli, Renato Fucini, noto anche come Neri Tanfucio, aveva trovato il Paradiso, appunto. Un paradiso anche olfattivo perché ad Amalfi la brezza marina si mescola col profumo dei limoni che qui, sui declivi montani, crescono rigogliosi.
Gran palcoscenico di un percorso fra i più famosi del mondo, Amalfi come nucleo abitativo rappresentò, al suo sorgere, nient'altro che una tavola cui andò ad aggrapparsi un gruppo di naufraghi. Erano patrizi romani i quali, a bordo di una nave, si stavano dirigendo verso Costantinopoli: ciò avveniva nell'anno 337 dopo Cristo. Incappati in una bufera i naufraghi, dopo mille peripezie, riescono ad approdare a una costa. Sono proprio vivi questi naufraghi (a differenza di tanti altri che insieme con essi stavano sulla nave), eppure da vivi sono pervenuti al Paradiso. E' proprio così che è stata fondata Amalfi.
Da un naufragio, da una nave colata a picco, nascerà una delle maggiori potenze marinare d'Italia, quella repubblica il cui stemma, insieme con quelli di Pisa, Genova e Venezia, campeggia sulla bandiera della nostra marina militare. All'inizio, ma solo nominalmente, sotto il dominio bizantino, la repubblica visse e prosperò in perfetta autonomia dall'839 al 1131. L'apice dello splendore lo visse intorno all'anno Mille, quando altri popoli paventavano la fine del mondo. Navi amalfitane dalla linea snella e dalle vele vibranti solcavano tutto il Mediterraneo e si spingevano fin nell'Oriente esportando legname e importando balsami, spezie, profumi, sete, tappeti.
Le "tavole amalfitane" rappresentarono da allora, e per secoli, una sorta di codice marittimo e di codice commerciale cui si attenevano tutti i naviganti del Mediterraneo. Ed era amalfitano, secondo una tradizione però contestata, quel Flavio Gioia cui venne attribuita l'invenzione della bussola.
La repubblica amalfitana, già minata da lotte intestine, crollò nel 1135 quando i pisani, suoi rivali sulle rotte marine, la invasero e la saccheggiarono. Aristocratica non meno di quella di Venezia (e come Venezia guidata da Dogi) l'antica repubblica amalfitana offre tuttora le sue orme all'ammirazione dei visitatori: nella zona della "grande marina", infatti, esistono ancora, accanto a due grandi navate, dieci dei ventidue pilastri di quelli che, nel Medioevo, furono i maggiori arsenali del Mediterraneo. Qui, armatori di mezzo mondo venivano a commissionare navi; una tempesta distrusse tutto, tutto salvo quei pilastri.
Altra testimonianza della prosperità di quella repubblica è data dalla presenza di una cartiera tuttora funzionante: gli amalfitani avevano imparato dagli arabi, con i quali erano in rapporti di affari, le tecniche per la produzione di carta pregiata.
Amalfi è comunque un paradiso senza una ben delineata frontiera dal momento che essa ingloba l'intera costiera, con le sue torri saracene, con la sua "grotta smeralda" (ove un fenomeno antico produce effetti analoghi a quelli della grotta azzurra di Capri: cambia solo il colore), con i suoi dirupi, con le sue rade, soprattutto con i suoi panorami. Nota inizialmente a pochi privilegiati (Giovanni Boccaccio nel Trecento fu uno dei primi ad accorgersene), i quali avevano l'ardire di imbarcarsi su navi da carico o di percorrere a dorso di mulo sentieri scoscesi, la costiera amalfitana incominciò ad essere scoperta dai forestieri soltanto nella prima metà dell'Ottocento, quando Ferdinando II di Borbone re di Napoli fece costruire la strada, lunga 35 chilometri, e tutta a curve e dossi, che va da Vietri fino a Positano e che, attraversando paesini come Maiori e Minori, Cetara e Conca, Atrani e Praiano, lascia a maggiori altitudini Ravello e Scala, Agerola e Furore. Tuttora la strada, da un lato la montagna, dall'altro lo strapiombo sul mare, è la stessa che fu aperta dal sovrano di casa Borbone.
Nella seconda metà dell'Ottocento si erano già aperti sulla costiera, anzi proprio ad Amalfi, i due alberghi tuttora più celebri, vale a dire il Luna e il Cappuccini: entrambi ex conventi fondati nel Duecento e poi degradati al rango di ruderi, erano stati ristrutturati l'uno dalla famiglia Barbaro e l'altro dalla famiglia Aielli. Arrivarono così i primi ospiti.
Nel 1879 all'albergo Luna soggiornò per tre mesi Enrico Ibsen che qui scrisse "Casa di bambola". Nella camera numero 15 dell'albergo Luna soggiornò, nel 1921, un anno prima della marcia su Roma, Benito Mussolini. Tuttora nella hall del Luna è esposta la fotocopia ingrandita della lettera autografa che, in data 18 ottobre 1921, e su carta intestata "Il Popolo d'Italia", Mussolini inviò al proprietario. Fu proprio in quel periodo, inizio degli anni Venti, che Amalfi, con la sua costiera, diventò nota a un pubblico più vasto di estimatori. A quell'epoca, va ricordato, l'attività vera di tutta la costiera era rappresentata dalla pesca e dalla fabbricazione della pasta alimentare: i maccheroni, per intendersi.
Le stesse due piazze di Amalfi, quelle che oggi sono disseminate di botteghe con i souvenir, negli anni Venti erano solo un immenso mercato di pesce. La spiaggia, invece, era interamente occupata dagli stenditori allestiti dalle fabbriche di pasta per l'essiccazione del prodotto. Ai bagni di mare, infatti, quella spiaggia non serviva. I forestieri, ad Amalfi, venivano da novembre a marzo solo per godersi il sole invernale, anzi per guarire dai reumatismi, e i più erano in carrozzine a rotelle. Lo stesso Mussolini era venuto ad Amalfi per curare, o alleviare, i postumi della ferita che s'era prodotto a una gamba durante la prima guerra mondale.
Meta preferita di scrittori e di poeti, fra cui il premio Nobel Salvatore Quasimodo (che qui volle venire a morire), Amalfi è appartenuta all'immaginario di non pochi romanzieri popolari. Colpì soprattutto, un secolo fa, quel Francesco Mastriani, napoletano, che rimase l'unico autore italiano di romanzi d'appendice in grado di competere con i francesi, maestri in questo genere letterario. Mastriani intitolò "Il barcaiolo d'Amalfi" uno dei suoi romanzi di maggior successo. C'è la storia, in questo libro, di una giovinetta straniera del tutto insensibile all'amore la quale trova nei viaggi l'unica sua ragione d'essere. Ma poi, giunta ad Amalfi, la ragazza decide che è giunto il momento di fermarsi. E di chi è il merito? Ma di una barcaiolo naturalmente. Spalle erculee, pelle bruna, occhi di brace. E' lui che la traghetta verso il Paradiso.

