L'antologia delle isole

- di Mino Rossi

Conversazioni con giramondo incalliti, velisti, skipper, cambusieri e mozzi. Impressioni e nostalgie, amori e panorami. Apriamo da questo numero la nostra antologia di mare che è anche un'agenda di stravaganze e di emozioni, di racconti, impressioni e approdi inconsueti.

L'isola di Robinson Crusoe
È sempre là, a seicento chilometri dalla costa del Cile, nel Pacifico sud-orientale. È l'isola di Robinson Crusoe, grande due volte l'isola d'Ischia, nell'arcipelago Juan Fernandez, sul parallelo di Santiago, 500 abitanti nel clima bizzarro dell'oceano e 300 visitatori all'anno, scogli e altre due isolette di origini vulcaniche, disabitate, a farle da contorno. Daniel Defoe non la vide mai. La immaginò nel suo studio londinese di scrittore ascoltando i racconti del marinaio scozzese Alejandro Selkirk che, quando l'isola si chiamava Màs a Tierra, vi soggiornò da naufrago quattro anni, agli inizi del 1700, nella sua leggendaria capanna fra capre e conigli. Oggi, chiamata Robinson Crusoe, è un'isola di tedeschi e spagnoli, e di alberi di sandalo profumati, con un aeroporto di fortuna su una striscia di terra lungo il mare che i piccoli aerei disertano dopo la stagione delle aragoste perché non reggerebbero il vento. Ci si arriva più lentamente, due giorni di oceano, con le navi che, da Valparaiso, fanno la rotta per l'isola di Pasqua, duemilacinquecento chilometri al largo. Maurizio Chierici, inviato del "Corriere della sera", l'ha visitata qualche anno fa raccogliendo la storia di Venerdì, il servitore fedele di Robinson Crusoe. Il vero Venerdì, che si chiamava Guillermo, era un misquito del vicereame del Guatemala dimenticato a Màs a Tierra dalla nave corsara di Bartolomeo Sharp. L'indio rimase sull'isola un anno e sei mesi lasciandola all'arrivo di un'altra nave pirata. Il vero Venerdì vi sbarcò 120 anni prima del naufragio dello scozzese Selrik. La fantasia di Defoe ha unito le storie di Selrik e Guillermo che sono diventate le vite di Robinson Crusoe e di Venerdì.

L'albergo di Tetiaroa
Notizie pessime da Tetiaroa, l'atollo polinesiano dei pesci colorati, 32 chilometri a nord di Papeete, che Marlon Brando comprò nel 1965 dopo avervi girato il film "Gli ammutinati del Bounty". Vi costruiranno un albergo di lusso. Addio al paradiso terrestre dei tempi di Matisse e Gauguin. Il cemento oltraggerà il panorama di capanne e spaventerà le specie rare di uccelli. L'atollo è composto da una dozzina di isolette con grossi problemi di approvvigionamento tanto che le guide turistiche consigliano visite brevi di non più di tre giorni. Ma, allora, che senso ha un grosso albergo?

Sotto a chi Tonga
Scarto Ibiza. Voglio andare a Tonga. Voglio andare agli antipodi, nell'emisfero australe dove gli abitanti dovrebbero camminare a testa in giù. Vivono su un'isola nella parte inferiore della Terra, sotto l'equatore, sul Tropico del Capricorno, dove scatta il cambio di data: percorrendo pochi metri si passa da un giorno a quello successivo. Direbbe Marzullo, se lo mandassero sul 180° meridiano a est dell'Australia: "Qui il giorno finisce e il nuovo giorno nasce. Fatevi una domanda e datevi una risposta". Re Tupou IV risponde che è sceso da 200 a 139 chili per le cure del dottor Puloka, un medico oscenamente magro a Tonga, isola di obesi ghiotti di carne di montone.

Cammelli al Madagascar
Ma che cosa raccontava Marco Polo del Mandegascar, come lui chiamava l'isola-continente parallela alla costa africana del Mozambico nell'Oceano Indiano Australe? "Qui non ci sono cammelli" è la comunicazione secca di un nostro inviato molto speciale. Eppure il viaggiatore veneziano scrisse che ve n'erano tanti e che gli abitanti non mangiavano altro che "carne di camelli". Ci sono mai stati cammelli nell'isola di Madagascar? Il nostro inviato assicura di no. Scrive facendo una rima involontaria: "Io mangio tutt'al più carne di zebù". Dove non lo dice. Forse sull'altopiano di Antananarivo, la tumultuosa capitale che gli isolani chiamano familiarmente Tanà, oppure sotto una palma di cocco a Nosy Be immaginando la costa africana a 400 chilometri, di là del canale di Mozambico, e inseguendo l'ondeggiare di una malgascia odorosa di ylang-ylang, il fiore più profumato dell'isola. Non ci sono cammelli nel Madagascar. "Non ci sono cammelli" conferma il nostro inviato che conclude: "Domani mi arrischierò a provare una bistecca di coccodrillo".

La perla di Labuan
Bisogna andare a Mompracem. Ma dov'è Mompracem? Lo sa il corsaro Sandokan? Lo sa, ma offre indicazioni vaghe. Mompracem è un isolotto a nord-ovest della baia del sultanato del Brunei lontano centinaia di miglia dalla costa.
Il sultano Hassanal Bolkiah Mu'izzaddin Waddaulah, 57 anni, terzo uomo più ricco del mondo, due mogli e quella voglia di Maria Grazia Cucinotta non esaudita, non aiuta, non dice, non sa, resta insensibile nel suo palazzo di 1778 stanze, mangia aragoste del Maine e paté del Perigord e poi chiude la bocca. Si propongono in soccorso tredici fotografi-viaggiatori che hanno realizzato a Milano la mostra "Sulle tracce di Sandokan" organizzata da Aigo Comunicazione per l'Ente del Turismo di Sarawak, lo stato più esteso della Malesia, pepe, cacao, palme, legno e petrolio. Mompracem è l'isola di Kuraman. Trent'anni fa questa è stata l'intuizione del giornalista veneziano Giulio Raiola e del suo compagno di viaggio Rolando Iotti.
Sono confuso. Un'isola salgariana vera c'è. È Labuan nel mar Cinese Meridionale, grande poco più di Pantelleria. Chiedo notizie al capitano Yanez. Fuma e resta muto. Vedo numerose isole sulla carta, non vedo l'isola di Marianna Guillonk, la perla di Labuan. Una perla che si chiama Marianna. Ci rinuncio.

I somari di Santorini
Tutti d'estate vanno a Santorini, rocce nere, acqua azzurra e tramonti rosa, all'estremità meridionale del mare Egeo. Così l'ha descritta il giornalista Piero Sardo. La perla dell'arcipelago delle Cicladi, con la suggestiva baia a forma di falce di luna, è quel che resta di un vasto cratere vulcanico semisommerso, grande sette volte Capri. Santorini è vino (liquoroso), ma anche pistacchi, capperi e una misteriosa fava, scrive Sardo. Meta di crocieristi di lusso e del giro giovanile che va per isole, Santorini ha perduto da qualche anno la quiete estiva che richiamò i primi viaggiatori di un turismo più selezionato e avventuroso. Grappoli di case bianche baciate dal sole stanno a strapiombo sul mare, come l'abitato di Thira. Al villaggio di Oia si può salire a dorso di somari. Ma Donatella Caruso ci invia una cartolina dalla spiaggia di Perivolos e dal "Wet Stories", disco-bar con musica pop-rock dal vivo, balli sfrenati sino alle cinque del mattino. "È qui la vita" scrive Donatella. "La stanchezza me la tolgo andando a fare il bagno a Vulcano, nel mare delle Hot Springs, dove la temperatura è elevata a causa di sorgenti d'acqua sulfurea". Vulcano è la maggiore delle isolette che sono fiori di roccia nella baia di Santorini. Efaristò, grazie, Donatella della cartolina.

Atolli perduti, il mare s'innalza
Tuvalu, a metà strada tra l'Australia e le Hawaii, è un arcipelago di nove atolli di 10 miglia quadrate, la metà di Manhattan, abitati da diecimila polinesiani. Il ciclone Bebe nel 1972 dette la prima scossa. Da allora la barriera corallina cresce ad un ritmo inferiore rispetto all'aumento del livello del mare. È l'effetto del riscaldamento della crosta terrestre. Inondazioni e uragani stanno spopolando gli atolli. Un tuvaliano su quattro è già andato via, ha abbandonato i foruncoli di sabbia alla mercè del Pacifico. Posti incantevoli definiti la sala d'aspetto del paradiso, senza tv, destinati a scomparire. Gli anziani vogliono rimanere, si rifiutano di fuggire, perpetuando il rito della pesca al tramonto quando gli uomini degli atolli si tuffano in mare a caccia del cibo per la cena. Fra 50 anni, l'arcipelago potrebbe non esistere più.