L'artista eremita sui monti di positano

- di Vito Pinto

Alla scoperta di Gianni Menichetti, poeta, pittore e custode di un incredibile zoo personale, salendo per un viottolo tra le rocce. Vive in una casa-padiglione tra 26 cani, tortore, anguille, due ricci e una tartaruga. La favola di Fingualla e Fanny, due asine di rispetto. Il luogo fu scoperto nel 1958 dalla danzatrice australiana Vali Myers, poi divenuta compagna di Gianni per trent'anni. Una radio a pile unico contatto col mondo. Il dipinto della volpe carico di significati e la battaglia per mantenere intatto il suo eden incassato in un canyon.

Il cancello in ferro nell'ansa del ponte sul torrente è il confine tra la rumorosa civiltà di passaggio sulla strada statale 163 amalfitana e quella valle che si addentra accanto al rio Porto, luogo dell'ultimo eden dove si vive il tempo del sogno. Negli anni in cui la speculazione edilizia si spandeva a macchia d'olio, in questo luogo da ultima fiaba dell'età della natura si costruiva al massimo qualche tettoia di ricovero per gli animali. Quello che una volta era il "Giardino del Principe", con in fondo il padiglione moresco, è oggi la casa di Gianni Menichetti, poeta, artista, ultimo e strenuo difensore di questo avamposto della spontaneità della terra. Una battaglia iniziata dalla danzatrice e pittrice australiana Vali Myers alla quale Gianni è stato legato per trenta anni, sino al giorno in cui le ceneri dell'artista furono, per sua volontà, sparse nell'oceano indiano.
"Quando la incontrai - ricorda Gianni fu un'apparizione. Aveva un grande carisma, una forza, un fascino che non si può dire a parole.
Aveva passione, l'umanità di tanta gente messa insieme. Aveva la forza dello spirito. E mi ha lasciato il suo piglio combattivo, l'amore per la natura. Credo di avere del sangue suo nelle vene. Era una grande anima".
Ma ancora oggi la presenza di Vali è palpitante in questo giardino, lei resta lo spiritus loci della Valle dove il torrente Porto scende verso il mare delle Sirene, sino a quell'antico mulino d'Arienzo che lo scrittore e giornalista russo Misha Semenov trasformò in villa per curare la sua nevrastenia con il vino e il sole di Positano.

La salita al "giardino" non è agevole: si procede su un viottolo in terra battuta, tra "scale" intagliate nella roccia, sorpassando il torrente su pietre emerse, protetti da ontani, ornielli, lecci. Edera e felci primordiali addobbano i bordi del cammino. Heyli, con fare attento e quasi premuroso, chiude il corteo con amicizia canina. Più su, nello spiazzo del giardino, altri 25 cani attendono Gianni. E con loro galline, tortore, girini, pesci rossi, anguille. Animali che vivono la loro vita senza correre il rischio di essere mangiati. Memorabili sono state le asine Fingualla e Fanny, quest'ultima vissuta 40 anni senza mai aver lavorato un solo giorno della sua vita. E rispettata sino ai suoi 14 anni è stata anche la scrofa Ramona, che provocava periodiche devastazioni nei campi dei lontani "vicini". Persino i ricci Hetty e Spinoza vivono tranquilli tra le zampe dei cani e dei gatti, mentre sorniona Winnie la tartaruga trascina i suoi cento anni nel robusto carapace.
Agile, Gianni si arrampica per il noto cammino mentre ricorda che quassù d'inverno il sole sorge alle 14 e tramonta alle 16. Lui, paziente eremita di spiritualità orientali, trascorre le giornate di lavoro ad accudire gli animali e a dialogare con le voci della madre terra, a meditare sul mutare delle stagioni che vestono e denudano gli alberi, offrono boccioli di sambuco e profumi d'erba rinata; a sera si raccoglie nella lattiginosa luce di una lampada a gas, scovata tra le mille, vecchie cose ammucchiate da un rigattiere napoletano, a scrivere poesie, ad ascoltare musica da una radio a pile, a dipingere la volpe così cara a Vali e la salamandra, divenuto simbolo della sua battaglia in difesa della verginità di questo canyon.

Nel suo padiglione-casa tra i monti, in fondo al "Giardino del Principe", non v'è corrente elettrica, l'acqua è quella delle sorgenti dei monti, posti a precipizio di stalattiti, che giunge in tubi e tra rocce rivestite di capelvenere ad alimentare una vasca, quasi ninfeo pompeiano. Dal giardino lo sguardo spazia sul mare di Positano: l'isola de Li Galli si offre alla vista quasi sirena distesa a mostrare al cielo i seni nudi. Il silenzio è rotto solo dallo scorrere del ruscello tra massi e pietre levigate. "Qui - annotava Vali - possiamo vagare nei sogni e nella valle. Abbiamo grotte e rupi e minuscole creature selvagge, piante e alberi e un ruscello e cascate. Questo è difficile da trovare ovunque oggi si vada". Un'oasi naturale dell'anima dove persiste il profumo del rosmarino e quello del mare, un mondo incantato, sospeso tra i tempi della natura e l'ansia di un "progresso" che vorrebbe violentarla.
"Continuano a provarci - dice Gianni con banali pretesti di voler costruire dighe per fermare non si sa cosa, vista la tranquillità del ruscello. Ma so che sarebbero solo preliminari per una speculazione edilizia. E' incredibile pensare che oggi una delle imprese più difficili è lottare per mantenere intatta questa valle con il suo microsistema naturale, nel suo stato amazzonico, lussureggiante, con le sue specie rare di piante. Il mondo mi sta circondando ed io mi sento assediato".

Come sconfortato da tanta insolente incomprensione, si ferma per un attimo nel suo parlare sui sistemi della natura: intorno è il respiro del tempo, il battito dell'universo. Su questo giardino Gianni Menichetti vi giunse 38 anni fa, ancor giovane, in compagnia di un lama tibetano, amico di Vali Myers, la quale abitava questo luogo sin dal 1958, con il marito Rudy Rappold, architetto viennese. Erano gli anni in cui Positano era frequentata da John Steinbeck e Tennessee Williams: quest'ultimo si ispirò proprio a Vali per tracciare il profilo di "Carol", il principale personaggio femminile dell'Orpheus descending.
Lasciata l'Australia da prima ballerina del Teatro di Melbourne, Vali si era trasferita a Parigi, dove conobbe Jean Cocteau, Janet Genet, Gabriel Pommerand e il grande musicista zingaro Django Reinhardt.
Quando giunse per la prima volta a Positano e scoprì, per caso, questa valle, se ne innamorò immediatamente, mettendosi subito in moto con l'allora sindaco, il marchese Paolo Sersale, per avere la possibilità di abitare in quel padiglione moresco che le leggende vogliono fatto costruire da Gioacchino Murat.

"Fui subito rapito dalla bellezza di questi luoghi - dice Menichetti - e dal fascino di Vali. Così decisi di venire a vivere qui, insieme a quella che sarebbe diventata la mia ispiratrice per il resto dei miei giorni." E questa valle fu la "musa ispiratrice" per Vali Myers, che la riproduceva nei suoi quadri, insieme a quella volpe che di tanto in tanto faceva capolino nel giardino. "Sono come una volpe e fiera di sopravvivere -scriveva Vali - come quelle creature d'oro fulvo che la stupida gente chiama astute e animali nocivi". Una passione che è stata trasmessa a Gianni nel corso dei lunghi anni vissuti insieme in questo "canyon selvaggio - scriveva Vali - che con i suoi suoni, i suoi profumi mi sembra un paradiso per il quale il mio cuore grida".
Scrive sea poems Gianni Menichetti e dipinge Yamlika, regina dei serpenti da una omonima favola de "Le mille e una notte". "Scrivo versi da anni. Ascolto la natura e la traduco in parole. La poesia della natura non muore mai. E ritraggo la natura e le sue creature. Credo non ci sia nulla di più bello.".
Racconta in poesia ciò che raccoglie in sensazioni di natura, in musicalità dell'anima; traduce in dipinti amori lontani che hanno il volto di Vali, passioni presenti che scorrono come torrenti, che si ergono come gli alberi del suo regno, che ti guardano con gli occhi ipnotici della volpe o della mimetica salamandra. Ritratti fiabeschi, poesie miniate come manoscritti monastici ed icone di una sua interiorità sospesa tra mito e religiosità. Ti scruta, Gianni, con i suoi occhi neri, profondi, incastonati in un viso da antica sapienza. Spicca il turbante indiano, il segno sulla fronte di una improbabile casta, le due basette a riccioli, lunghe sino a raggiungere le spalle: retaggi di tre lunghi viaggi in India.

Ma come definire Gianni Menichetti?
"Non so definirmi. Sono un eremita in un mondo selvaggio - dice - innamorato della natura, un uomo libero nell'anima i cui problemi nascono col mondo esterno a questa valle". Senza gli aggeggi della modernità,
Gianni Menichetti vive la sua felicità intima e quotidiana in modo semplice, privo dei sogni materialistici di sempre nuove conquiste di benessere, di lusso. "Il mio sogno pensiero ad alta voce - è la mia libertà interiore che conquisto giorno dopo giorno". Il pensiero ritorna a Vali, dice : "E' dentro di me, nelle mie vene".
Nel silenzio aleggia una domanda inespressa, la intuisce, risponde: "La morte è un sonno, perciò non so dove andrò; non so cosa c'è oltre. La vita è bellezza anche se è una grande battaglia. E in questo canyon la vita è un sogno divenuto realtà ed una realtà che continua ad essere sogno." Si ferma, quasi alla ricerca di nuove parole dell'anima; gli occhi di profondo nero si alzano a guardare quello spicchio di cielo sopra la Valle che mostra ancora tracce di azzurro; dal greto giunge la voce del ruscello, un leggero alito di vento carezza le fronde dell'ontano, s'ode in lontananza uno sperduto grido di volpe.
Quasi a commiato, dice: "A volte sto in lunghi silenzi ad ascoltare...".