L'Editoriale - Fuga D'Agosto

- di Roberto Gianani

Occhi tristi, affacciati su un'isola sgualcita da sogni perduti e vele strappate. Vele silenziose e discrete, lente e antiche che lasciano il posto al chiasso dei motori. Un chiasso che graffia l'anima dei marinai e offende la religione del mare. "Chiasso di acque aggredite", onde falciate, schiume ferite quando la scia diventa fumo e benzina e il mare è una lacrima grigia. Scafi smargiassi, barche corsare, arrembaggi alla pace dell'isola, agguati sulle rotte di lentezze offese.
Le vediamo qua, nel porto di Marina Grande, quando la mattina scendiamo a prendere i giornali, quando Capri comincia a svegliarsi, già agitata. Già stanca, reduce da un sonno disturbato che nemmeno il caffè doppio e bollente di Roberto Staiano riesce a rincuorare.
Se ne stanno all'ancora e ai pontili: queste che non possiamo più chiamare barche. Sono motoscafi, motoryacht, mega yacht.

Hanno i vetri fumè, troppi rollbar, troppe antenne sopra il ponte, troppo acciaio e lo slancio aggressivo. Così stupidamente aggressivo da essere volgare. Sempre più grandi, sempre più spavaldi, sempre più cavalli dentro quei motori. Le osserviamo andare via rumorose. Staccano le cime o tirano su l'ancora a tarda mattinata e non per navigare: vanno là dietro, a mezzo miglio di distanza a rubare il silenzio agli anfratti più belli di quest'isola. Baie tradite come quella di Cala Ventrosa. Tutte insieme là, l'una a fianco all'altra, per vedere e farsi vedere. Per farsi preparare, nella noia del primo pomeriggio, uno stucchevole soft-drink, e fingere di credere che la felicità sia quella. Una felicità ottusa, indifferente al mare, quel mare che vorrebbe essere solo sfiorato, rispettato, non ferito. Sono troppi anni, troppe estati che ci diciamo sempre le stesse cose. Siamo ingenui, forse un pò romantici: speriamo sempre che l'estate successiva tutto cambi. Niente è cambiato, abbiamo deciso di lasciarla un pò quest'isola. Smontiamo il nostro presente di capresi, lo conserviamo in un borsone e lo trasportiamo via. Torneremo alla fine dell'estate. Torneremo su una barca a vela nel silenzio di una canzone sussurrata dal vento, con un bicchiere di bianco e in tasca una poesia. Torneremo per riprenderci la lentezza del tempo. La nostra è una fuga, sentivamo forte il tumulto di troppe derive buie e il bisogno di volare lonano.

Siamo su una terrazza nascosta, una terrazza di costiera sul mare di Raito. Il paese è piccolo: coppi, pietre, mattoni, pareti bianche di calce e un violino che racconta amori lontani. Respiriamo il profumo di gelsomini e lavanda, respiriamo il sale che apre l'anima e la fa volare. Questa terrazza è una tolda. Gli occhi baciano il cielo, navighiamo. L'acqua è laguna e scintilla, luci come fiori di sole nel silenzio del mare. Passano navi vere, la linea bassa e muscolosa di un cargo, un vecchio vaporetto dipinto di blu. All'ora del tramonto escono i pescatori. Sudore di braccia, mani di calli e fatica e reti stese per farle benedire dal mare. Una volta amavamo agosto a Capri: il cuore palpitante dell'estate. Oggi, agosto ci toglie il piacere dell'isola perché il cicaleggio maldestro del mondo spegne il dolce rumore delle onde. E ci viene da pensare ad altri mari: mari lontani, mari che abbiamo navigato tra le pagine. Non quelli facili e suadenti delle isole dei tropici, ma un mare più complesso, più interiore, com'era quello di Algeri per Albert Camus. Quel genio è scomparso troppo presto: era il 4 gennaio del 1960, un mattino freddo e terso. Lui s'era appena messo in macchina dalla Provenza verso Parigi, col suo editore e amico, Michel Gallimard. Poi l'incidente che lo strappò alla vita. Albert Camus, l'abbiamo amato subito, quando poco più che adolescenti leggemmo Lo straniero.

In quel romanzo, Algeri era un'accecante sciabola di luce, che avrebbe cambiato per sempre il destino di un uomo qualunque. E anche il nostro, o meglio, il nostro senso di "giustizia". L'uomo in rivolta era nato ad Algeri nel 1913, e ha amato quella sua città come si può amare una ragazza bella e problematica, seducente e imprendibile. Diceva che Algeri profuma di mandorla amara; parlava della fortuna di possedere il sole e il mare, e della sventura di sapere che un giorno bisognerà perderli. Li perse, nei suoi anni francesi di impegno civile e di scrittura; e forse per questo poi li ha saputi scrivere, pensare. Come succede a tutti, quando si parla di qualcosa che è lontano. Come del mare appunto. Quello ideale, desiderato e sempre troppo distante dalla vita che si vorrebbe vivere. Ad Algeri non siamo mai andati, ma leggendo Camus ci siamo convinti potesse essere uno dei nostri posti, se la guerra civile durata dieci anni non l'avesse resa esangue. Sembrava fatta per noi la città mediterranea di quelle pagine piene di riverberi: città, per chi conosce lo strazio del sì e del no, della ribellione e dell'amore. Laggiù, c'è una fiamma che lo attende".

Perché lui scriveva che ad Algeri - si può amare quello di cui tutti vivono: il mare, e le terrazze sul mare. Qua di fronte al nostro scrittoio abbiamo appeso un foglio con le sue parole. E in questo agosto snaturato da così maldestri e finti marinai, quelle parole ritornano come un ricordo di immensa tenerezza, una riflessione che è un pò malinconia: "Sono cresciuto sul mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da allora aspetto. Aspetto le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido. Paziento, cerco con tutte le forze di essere gentile. Mi si vede passare per belle strade dotte, ammiro i paesaggi, applaudo come tutti, porgo la mano, non sono io che parlo. Mi lodano, sto un pò soprapensiero, mi offendono, mi stupisco appena. Poi dimentico e sorrido a chi mi oltraggia, o saluto troppo cortesemente chi amo". Forse siamo fuggiti solo per ricordare.