L'Editoriale - Metti una sera a cena

- di Roberto Gianani

Magnifico inverno di costiera. Carezze d'aria e sale. Labbra di rive bianche, spruzzi di schiuma. Sulle banchine lamenti di gatti innamorati e solitudine di cani senza padroni. Reti al rammendo. Osterie di briscola e vino, scommesse, racconti, bevute di Vecchia Romagna. Sigari e rughe di sole. Suoni d'acqua, tempo lento, case bianche. Paesi come rampicanti aggrappati alle colline. Ettari d'uva, vendemmie antiche. Processioni di pini marittimi che scendono giù fin quasi alla scogliera. Ulivi in discesa verso la riva. Pergolati di limoni e giochi di bouganville che ancora resistono al freddo. Qui il sole non è mai avaro. Ci torna in mente "Altri naufragi" il libro di Viviano Domenici, amico affettuoso, inviato del Corriere della Sera, penna d'autore. "Il mare di una volta, le distanze smisurate, i tempi incalcolabili". Le storie d'amore che oggi non si possono nemmeno immaginare. La storia di Jeanne Bonet che si era imbarcata per Thaiti travestita da uomo pur di seguire il suo innamorato, Philibert de Commercom, celebre botanico. Un racconto di isole e fiori. Magnifico inverno sul mare, in questo piccolo paese di costiera. Esilio volontario. Abbiamo tagliato le cime, la città è lontana. Sono lontani i direttori di banca, gli uomini con le cravatte a strisce, i suonatori di trombone, gli equilibristi, le damigelle in lustrini, le civetterie dei salotti e i tradimenti della politica.

Abbiamo girato la schiena agli orologi, alle noie quotidiane. Ai computers, alle scrivanie. A chi non ci vuol bene. Alle cantilene dei compleanni, all'ipocrisia del "tutto bene, tutto a posto". All'ansia di quei quattro soldi in banca che non sappiamo se sono euro o carta straccia. Abbiamo sciolto gli ormeggi, siamo fuggiti dai lamenti dell'anagrafe, dai tranelli dell'artrosi cervicale, dagli agguati dei reumatismi, dai fantasmi notturni. Siamo anime in fuga dai ruoli di una società conformista e benpensante alla quale apparteniamo e che ci piace rinnegare. A mare si dimentica tutto. Tutto è lento e cadenzato da ore lunghe e chiacchiere di vino.
Acque solitarie, spiagge vuote. Baie di silenzi e pensieri. Voli di vento, ali vagabonde. I gabbiani sono abitanti dell'inverno e delle nuvole, della solitudine del mare e dei pescatori. Braccia di sudore e scarifici.
Le ore lunghe dell'attesa senza rumori. Solo il mormorio dell'onda, solo il respiro del vento e del cuore. Lacrime d'acqua sulle cerate e vite aggrappate all'uncino degli ami. I gabbiani sono anime zingare, dietro una poppa, dietro una scia, dietro una lenza di fatica e speranza. Una parte del pescato è anche roba loro, il giusto bottino per una compagnia muta, fatta di lunghi silenzi e sguardi attenti agli umori del vento. Sole basso, l'onda cresce, viene sera. La barca ha bisogno di cime all'ormeggio e risposo. Scende un po' di malinconia e la voglia di tavola e parole.

Sul Tirreno l'inverno è una riflessione lenta e profumata. Un sentimento intimo come una preghiera. Il mare è un pensiero che non ti lascia mai, nemmeno quando il sole fa un inchino e va a dormire tra reti e rughe, pescherecci alle bitte e cime nere di salsedine e alghe. Il mare è un pensiero semplice, un sentimento primitivo: come l'amore, come la gelosia. Il mare è la libertà, il viaggio, il volo. "Davanti al mare le irruzioni della nostalgia, i ritorni e le vittorie dell'emozione". L'emozione della libertà, la voglia di un diario di avventure e parole. I panorami, gli orizzonti della realtà e della fantasia. Il tempo, la memoria, il destino. La ripetizione dei giorni uguali come ieri. Le fughe sognate e la magia degli imprevisti. Il lampo di un incontro che rompe la noia e illumina gli spazi del cuore. Il mare, il fascino, i segreti, gli inganni. I naufragi, gli approdi. La sabbia e lo scoglio, l'acqua e la pietra, la vita. Le incertezze del viaggio e le poche verità che il tempo provvederà a cancellare.
Ci ritroviamo qui in una casa di costiera, in una sera di dicembre. Di fronte alle nostre parole, alla cattiva abitudine di stare a tavola fino a notte alta, presi dall'avventura del chiacchierare e "dell'amicizia di pochi, quella che conta".

È inutile dormire quando scorre il vino e la cucina è buona.
Zia Assuntina arriva con la pizza di scarola e un ruoto immenso di pasta al forno. Il Gladius di Ernesto Spada è "un grand vin". Scende, fa buon sangue e fa bene al cuore. Scioglie i pudori e invita a raccontare. Siamo zingari felici in un piatto di maltagliati rossi che fiammeggiano come l'alba di una nuova tentazione. Metti una sera a cena una compagnia di amici giornalisti e birboni, un po' nostalgici, un po' narcisi, un po' marinai. Mettili insieme a tavola, senza fretta, e senza meta. Luccicano i ricordi, c'è profumo di nuovi sogni. Metti sul giradischi "Forever Young" di Bob Dylan: "Balliamo ancora un po' il paradiso può aspettare, lasciateci vivere per sempre. Per sempre giovani". Non è vero ma un po' facciamo finta di crederci. Scorre il vino, scorrono le parole. Sulla spiaggia il mare disegna curve come labbra di donne.
Siamo ubriachi, ubriachi di mare.