Indice
- Numero 26 - Agosto 2006
- L'Editoriale - Come è bella la città
- Isole minori, principesse dei mari
- Le città di mare
- La più bella storia d'amore vissuta all'hotel Bellevue
- Ci vediamo al Bar Caiolo
- La pazza avventura da Roccaraso a Procida
- Alla felice scoperta di Castellorizo
- Un viaggio senza tempo alla marina di Novaglie
- Quella boutique in piazzetta dove entravano i divi di Hollywood
- La leggenda nera di George's Island
- Ritorno a Ponza
- Appuntamento a Palmaria
- La bisnonna Desolina mi regalò la sua voce
- L'erba dello stadio Stadio San Paolo ispirò il mare verde di Marotta
- Uno svedese ad Anacapri
- Il reporter dell'isola
L'erba dello stadio Stadio San Paolo ispirò il mare verde di Marotta
- di Pietro Gargano
La canzone era la grande passione dello scrittore napoletano.
I suoi versi musicati ebbero alterna fortuna. Lo schiaffo, in via Toledo, al giornalista Mario Stefanile, giurato del festival di Napoli.
Diceva: "Tutto quello che guadagno da giornalista e da scrittore lo rimetto con le canzoni".
Per il suo funerale predispose una musica di posteggiatori.
Chi ha paura di Giuseppe Marotta? È incomprensibile l'oblio che continua ad avvolgere, a oltre quarant'anni dalla morte, questo straordinario scrittore e poeta, quasi che rivalutarlo rappresenti un rischio per la stessa tessitura critica della letteratura napoletana contemporanea. Ma si sa, Napoli - la Napoli del potere accademico, di ogni tipo - raramente riconosce il talento e soprattutto diffida di chi ha avuto il coraggio di immergersi nella pancia della città, di usare materiali popolari.
Come ha rilevato Vittorio Paliotti - che fu suo allievo e ne ha continuato l'opera - Marotta è l'esempio del grande che scende alla canzone, così come fece Salvatore Di Giacomo. Lo stesso cantore del Pallonetto scrisse: "Sono nato in un vicolo, in un vicolo pieno di scugnizzi, di venditori ambulanti e di comarelle, pieno di gente, ciò che io amo, ma dalla quale non potrò mai essere riamato, perché è la gente che non leggerà mai i miei libri. L'unico sistema per avvicinarmi a questa gente è quello di scrivere canzoni. Le mie canzoni, sì, che gli scugnizzi, i venditori ambulanti e le comarelle potranno cantare".
"A un Premio Strega avrebbe preferito la vittoria in un Festival della canzone napoletana": magari fu detto con qualche malignità, invece era un elogio alla democrazia della sua arte. Nonostante che, come poeta della canzone, conobbe più pene che soddisfazioni: troppi parolieri di piccolo cabotaggio temevano che potesse offuscarli. Accadde pure per i libri.
Giuseppe Marotta nacque a Napoli il 5 aprile 1902 ed ebbe un'infanzia triste. Suo padre - Giuseppe, come lui, allora si usava - avvocato ad Avellino, aveva sposato una irpina e da lei aveva avuto due figlie, Ada e Maria. Ma quel legame si spezzò.
Marotta senior consolò la sua pena con la cameriera Olimpia ed ebbe un'altra figlia, Emma. L'inquietudine finì quando incontrò a Napoli Concetta Avolio, trent'anni in meno di lui. La ragazza era nipote di un presunto guappo, Antonio Fiorentino, e figlia di Ferdinando, nomade suonatore di pianino. Giuseppe, nato da quell'unione in via Nuova Capodimonte, respirò subito musica.
La nuova famiglia tornò ad Avellino, ma durò poco. Per difficoltà finanziarie l'avvocato, oramai anziano, rientrò a Napoli per stare più vicino ai parenti, dai quali sperava di avere qualche aiuto. Andarono a vivere a Materdei, in vico Sant'Agostino degli Scalzi. Nel 1911 don Giuseppe morì e per pagare i funerali Concetta fu costretta a vendere i mobili.
Cresciuta la povertà, Concetta si trasferì con Giuseppe e le due figliastre in un basso sotto la chiesa di Sant'Agostino.
Fece la stiratrice. L'umidità e la fame si tradussero, nel gracile corpo del bambino, in un presagio di tubercolosi ossea.
Giuseppe leggeva ogni pezzo di carta capitatogli fra le mani. A tredici anni scrisse la prima poesia e cominciò a frequentare l'American Bar in via Duomo, di proprietà dei Frustaci. Con Pasquale Frustaci, futuro compositore di grande qualità, e con Peppino Finizio (figlio di Luigi 'o Cacagliello, uomo di rispetto del quartiere) si riuniva nel retrobottega del caffè. Pasquale suonava un vecchio pianoforte; Peppino un mandolino venuto dalla Russia degli Zar, donatogli da un anziano posteggiatore; Marotta improvvisava versi da vestire di note, e le sue prime canzoni furono musicate proprio da Frustaci.
Senonchè il guappo voleva che il figlio diventasse onesto ragioniere e papà Frustaci voleva che il figlio si occupasse del bar, così il mandolino fu sequestrato, il pianoforte smantellato e il trio sciolto.
A 17 anni Marotta falsificò la data di nascita e fu assunto dalla Compagnia del Gas per leggere i contatori. Al rientro a casa scriveva poesie e racconti pubblicati, gratis, da piccole riviste come Il capriccio e Il trionfo dell'amore.
Nel 1920, con gli squattrinati amici del Caffè Uccello in via Duomo, fondò il quindicinale Il roseto.
Come autore esordì a 23 anni con due canzoni cantate nella Piedigrotta Mascolo. Usando le parole come ricami, filtrò un'inguaribile nostalgia per i vicoli e il mare della sua città. Arrivarono i giornali veri, La tribuna illustrata, Noi e Il mondo. Quando ebbe il primo assegno di cento lire, gli sembrò di sognare. Si risvegliò quando la Compagnia del Gas lo licenziò, nel 1924. L'anno dopo prese il treno per Milano, cercando la fortuna. Invece ripresero i digiuni, finché non scrisse alla Mondadori e venne assunto come dattilografo e correttore di bozze. Non sapeva battere una riga a macchina, eppure fece carriera.
Nel 1926 fu assunto come redattore a Novella e ne diventò caporedattore. Prese una casa a Porta Garibaldi, segno di raggiunto benessere. Passò alla Rizzoli, se ne andò nel 1933 e visse di collaborazioni. L'amata madre morì nel 1937. Sfogò il dolore scrivendo. Il primo romanzo, Tutte a me, uscì nel 1940, seguito da Mezzo miliardo.
Era appena apparso il fortunatissimo L'oro di Napoli (Premio Bagutta 1947), quando decise di tornare a Napoli, dopo 22 anni, con la sua sposa Pia Montecucco. A Milano non fa freddo, come dice il titolo di un suo libro, e all'ombra della Madonnina aveva avuto davvero tanto. Ma la nostalgia fu più forte di tutto. Presero una casa al Vomero, in via Solimena. Nacquero due figli, Giuseppe e Luigi.
Era una grande firma, oramai. Aveva lavorato anche nel cinema, a partire dal 1942, sceneggiando film di Vittorio De Sica (L'oro di Napoli) e di Cesare Zavattini (Questi fantasmi con Eduardo e Mario Soldati). Continuò a firmare critiche cinematografiche.
Una commedia scritta a Napoli nel 1956, Il califfo Esposito, fu un esplicito racconto del periodo laurino.
Vincenzo Morvillo raccontò che una volta un ammiratore, in Galleria, chiese a Marotta se gli rendessero di più i libri e gli articoli sul "Corriere della Sera" e su "L'Europeo" oppure le canzoni. Marotta rispose: "Quello che guadagno lo rimetto tutto con le canzoni".
Al Festival del 1955 la dignitosa Napule sotto e ncoppa fu eliminata. Stessa storia nel '56 con Passione amara. L'anno dopo un brano di Marotta fu addirittura escluso dalla gara, a opera della commissione presieduta dal giornalista Adriano Falvo.
Uno dei giurati era il critico letterario de "Il Mattino", Mario Stefanile.
Lo scrittore lo schiaffeggiò davanti alla libreria Lupi in via Toledo, mandandogli all'aria gli occhiali.
Finì in tribunale. Terza bocciatura nel '59 - ma in gara - con Mbraccio a te e Stella furastiera. A consolarlo dell'ennesima bocciatura al Festival ('E ddoie Lucie), nel '61 arrivò il successo di Mare verde nel Giugno della canzone napoletana: Nun è campagna, È mare, mare verde, È 'nu golfo d'erba e 'na scugliera 'e fronne ca luntano se perde sotto 'o cielo d'està ... E pÈstu mare verde senza fine suonno d''a vita mia cchiù carnale e gentile tu cammine cu mme...
La musica era di Salvatore Mazzocco.
L'idea del mare verde era venuta a Marotta mentre guardava una partita del Napoli sul prato dello stadio "San Paolo", da poco inaugurato. Nel 1962 - l'anno di un altro crac al Festival con 'O destino - tutti i testi delle sue canzoni vennero raccolti in un libro edito a Napoli dalla Libreria Scientifica.
Negli ultimi anni soffrì di cento mali, veri e immaginari. Scelse una nuova casa, al Monte di Dio, forse anche perché nel palazzo abitava un cardiologo cui chiedere continui consigli. Morì a 61 anni, il 10 ottobre 1963, per un edema polmonare, nello stesso giorno del disastro del Vajont.
Il suo testamento lo aveva affidato a un articolo per il Canzoniere della Radio: "Sotto quale canzonetta napoletana nacqui?... Io nel mio funerale ci voglio proprio una musica di posteggiatori: mi seguano, come mi hanno preceduto, le canzonette. Quando sarò calato lentamente nella buca esplodano le note furiose, rampanti, di Funiculì funiculà".

