Indice
- Numero 16 - Maggio 2005
- L'Editoriale - Le notti di maggio
- Pronti a diventare Mascalzoni Latini
- Tutto il mondo è un’isola
- L'uomo che dedicava un Faraglione ad ogni sua donna
- Quella casa irregolare voluta da Curzio Malaparte
- Quando a Capri anche gli scugnizzi parlavano russo
- Le passeggiate anacapresi del professore gentiluomo
- L’incanto di Valeria Corvino è lo strapiombo di Anacapri
- L'insolente pinguino di Punta Tombo
- Quell'odore di ragù sull'isolotto d'Isca
- L'uomo che attraversava il mare cantando
- L'antimeridionalista Fucini scappò da Napoli per trovare il paradiso ad Amalfi
- L'estate cinematografica di Mar del Plata
- Il principe del Tempo
- La farfalla che si lasciò cadere su una scogliera di Anacapri
- Dalle Eolie all'America
- Andiamo a fare due pazzi
- Il libro di Pironti
- Un'isola sospesa nel cielo
- Il reporter dell'Isola
L'estate cinematografica di Mar del Plata
- di Paolo Calcagno
L'incanto dell'oceano dove si tuffa il padre di tutti i fiumi, il riflesso magico della luce sulle onde, la folla degli argentini che amano il mare. E, soprattutto, il Festival internazionale del cinema nell'Auditorium con i due monumentali leoni marini che segnano la soglia di accesso alla grande spiaggia.
Una passerella di artisti famosi nell'alternarsi di pellicole affascinanti e originali.
Il film del napoletano Vincenzo Marra.
È il riflesso. È il riflesso magico della luce che rimbalza sull'acqua, sia con il cielo imbronciato di nubi, sia con l'abbagliante luce del sole che sosta basso, bassissimo. È quel luccichio a giustificare il nome della città, Mar del Plata (mare d'argento). Su quella sponda dell'Atlantico dove, più a nord, si tuffa nell'oceano il padre di tutti i fiumi, il Rio de la Plata, il mare colma di significato il nome di quel meraviglioso Paese, l' Argentina, e della ridente Mar del Plata, immancabile meta turistica estiva degli argentini che amano il mare. Ma non solo.
Da venti anni, sul finire dell'estate, in marzo, Mar del Plata, ospita per dieci giorni il Festival Internacional de Cine, che è cresciuto fino a diventare il principale appuntamento cinematografico dell'America Latina. L'entusiasmo e l'abilità del presidente del Festival, Miguel Pereira, hanno trovato terreno fertile nella insaziabile passione per il cinema della popolazione locale, e degli argentini in generale, inguaribilmente e piacevolmente afflitti dal virus "de la pelicula".
Nelle venti sale che ospitano i 320 film del Festival le poltrone vuote sono rare, a qualsiasi ora, fin dalla prima proiezione delle 9,30, allo storico Auditorium, incastrato nella elegante costruzione liberty, di fronte ai due monumentali leoni marini che segnano la soglia di accesso alla grande spiaggia.
L'"encanto del Cine" non risparmia nessuno a Mar del Plata: giovani e anziani, da soli e in compagnia, perfino famiglie intere, disciplinatamente, attendono il loro turno alle biglietterie, nelle chilometriche code del "peatonal", già ore prima della proiezione. E non a caso nella decade festivaliera è stata toccata la cifra-record di circa 110mila biglietti venduti.
È un "tango" languido e struggente quello che vede avvinghiato il pubblico del Festival di Mar del Plata ai film in cartellone. Un "tango" che esalta e stordisce, che scuote l'animo e accarezza i pensieri. E a ritmo di tango scorrono le immagini dei film della categoria "Vita di artisti", dedicati al sensuale rituale argentino, da "Los guardianes del Angel" di Adriàn Lorenzo e Juan Pablo Martinez a "Tango Salòn, la confiterìa Ideal" di Jana Bokova e a "Tango, un giro extrano" di Mercedes Garcia Guevara. Bàrbaro (stupendo), come dicono da queste parti.
Ma non è solo tango e bandoneon. A due passi dalle onde argentate di Mar del Plata, sugli schermi e nel buio delle sale, la musica è la grande protagonista della ventesima edizione del Festival Internacional del Cine. Il logo del fotogramma di pellicola a forma di onda andrebbe arricchito di una nota musicale a forma di barca per rendere onore alla incisiva presenza della musica nei titoli in programma, da "La Musica cubana" di Germàn Oral, in cui il maestro Pio Leiva, star del Buena Vista Social Club, in ritardo a uno show radiofonico, sale su un taxi all'Havana ed entra talmente in confidenza con il tassista Bàrbaro da decidere di formare insieme un gruppo musicale; a "El Milagro de Candela" dello spagnolo Fernando Trueba, dove accompagniamo il grande pianista cubano Bebo Valdés, 85 anni, da quaranta anni in esilio a Stoccolma, nel suo viaggio a San Salvador de Bahia, in Brasile, alla ricerca delle forme pure di musica africana, lì preservate assieme ai riti religiosi. Il musicista locale Mateus introduce Valdès nella comunità afro-bahian e lo guida a Candeal , la "favela" che, grazie alle iniziative di Carlinhos Brown, si è trasformata in una comunità modello, in cui non circolano né armi, né droga.
Il "miracolo" di Candeal l'ha realizzato l'attività del Conservatorio musicale dove grandi artisti di ogni parte del mondo, fra cui Caetano Veloso, Marisa Monte e Gilberto Gil vengono a incidere i loro dischi. A Candeal, dunque, la musica si rivela come strumento miracoloso, motore di ogni iniziativa, attraverso il quale la gente della "favela" brasiliana riguadagna la sua autostima e nutre la speranza che la realtà può mutare in un mondo migliore.
La virtù salvifica della musica, inoltre, ha il suo grande inno nello straordinario film di Jean-Luc Godard "Notre music". Presentata "fuori concorso", la nuova opera dell'iconoclasta maestro ginevrino è un viaggio dantesco nei "tre regni" dell'inferno, purgatorio e paradiso dell'avventura umana. Sequenze di film e documentari sono mescolate senza criteri cronologici da Godard per mostrare l'"inferno" dei massacri degli indiani d'America e il devastante avanzare delle legioni romane, i macelli dello sbarco in Normandia e gli attacchi alla baionetta della prima guerra mondiale, gli epici scontri medioevali e la pioggia di bombe sulle grandi città europee.
Godard osserva fra i fumacchi del suo "avana" l'uomo che elimina se stesso, sterminando popolazioni e, persino, razze. "Ma - commenta Godard - niente potrà cancellare la cultura che ha caratterizzato una comunità. E, soprattutto, niente potrà zittirne la musica. La musica ci rende invulnerabili ed eterni".
Nel "Purgatorio", alla Settimana del Libro di Sarajevo, Godard incontra Olga, una giovane israeliana che cerca confronti schietti, non contaminati dalla politica, ma ispirati ai principi della psicologia e dell'etica. Più tardi, al telefono, qualcuno informa Godard che Olga è stata uccisa da un poliziotto israeliano in un cinematografo di Tel Aviv. La giovane aveva una borsa e si era rivolta al pubblico perché si fermasse in sala con lei a difendere la pace in Medioriente. Ma gli spettatori avevano creduto che Olga fosse una kamikaze palestinese, pronta a farsi esplodere, ed erano scappati terrorizzati. Polizia ed esercito erano accorsi prontamente e un gendarme aveva sparato a Olga. Accanto al suo cadavere c'era la sua borsa. Con molta prudenza gli artificieri l'avevano aperta ma, anziché cariche di esplosivo, dentro c'erano soltanto dei libri.
Infine, nel "Paradiso", una ragazza danza in un giardino, sulla riva di un fiume, dove incontra un marine americano. Quel soldato non è solo. L'occhio disvelatore di Godard ci fa scoprire che il "Paradiso" è circondato e sorvegliato dalle truppe degli Stati Uniti.
Bàrbaro (stupendo), come dicono da queste parti.
Con Godard e Trueba sono tanti i maestri del cinema venuti al Festival di Mar del Plata, da Carlos Saura a Oliver Stone, da Volker Schlondorff a Istvàn Szabò. L'Italia è stata presente con "Vento di terra" del napoletano Vincenzo Marra, un apologo significativo e molto apprezzato sulla periferia partenopea e su Secondigliano che da un anno occupano tristemente le cronache di giornali e televisioni.
Il regista inglese Hugh Hudson, premio Oscar per "Chariots of Fire", e i suoi compagni di giuria, però, hanno scelto di "battezzare" con l'acqua della riva atlantica di Mar del Plata i più sanguigni e attuali contenuti e le più originali e spontanee forme cinematografiche della cultura musulmana consegnando al marocchino Ismael Ferroukhi il "Golden Astor" del miglior film per il suo affascinante "Le grand voyage"; alla sua concittadina Yasmine Kassari l'"Astor d'argento" per il delicato "L'enfant endormi"; e al regista iraniano Mohsen Amiryoussefi il premio speciale della Giuria per "Jab-e talj" (Sogno amaro).
Bàrbaro (stupendo), come dicono da queste parti.

