L'imperioso fascino di Leni Riefenstahl

- di Alessandro Cecchi Paone

Dalla danza al cinema, regista del Reich e intima amica del Fuhrer. Le notti con Hitler e l'avversione di Goebbels. Nel film sulle Olimpiadi di Berlino le commoventi sequenze su Jesse Owens, l'atleta nero americano. La condanna per compromissione col regime nazista. Una vita lunga oltre un secolo reinventata a settant'anni dopo avere sposato un uomo di quarant'anni più giovane.

Può il genio piegarsi alle istanze del male assoluto? E può, quello stesso genio, sopravvivere al male che ha concorso a creare? Questo è il punto fondamentale che ci si trova a dibattere quando si parla di Helene Bertha Amelie Riefenstahl, ai più nota con il soprannome di Leni, la cineasta del Fuhrer.
Leni nacque a Berlino, il 22 agosto del 1902. Figlia di un funzionario governativo, ebbe la sua folgorazione per le arti quando entrò a far parte dell'Accademia russa di danza a Berlino. I suoi primi lavori cinematografici, infatti, riguarderanno proprio il ballo. Ma non come regista: come ballerina. Nel 1925 la sua partecipazione a "La montagna dell'amore" in cui faceva la parte di una seduttrice in un drammone che aveva per sfondo la vita montanara.
Ma Leni era una ragazza ambiziosa, curiosa, e dotata di una mente brillante. Seguiva (e seduceva?) il regista Arnold Franck, carpendone i segreti del mestiere. Franck: lo stesso che Leni denuncerà come ebreo pochi anni più tardi, quando l'ascesa nazista aveva già imposto il suo orrendo tributo razziale.
All'inizio degli anni Trenta, Leni era già una regista. Non ancora affermata, certo, ma aveva già deciso di passare al di qua della macchina da presa. Diresse quindi la sua prima pellicola di grande successo, "La bella maledetta", un altro dramma a metà strada tra il grottesco e lo psicologico, influenzato dalla poetica espressionista di Murnau. E "La bella maledetta", più che un titolo per un film, divenne il titolo di un destino.
Adolf Hitler in persona rimase affascinato dal film. E ordinò di far chiamare la Riefenstahl perché diventasse la regista del Fuhrer. Leni rimase affascinata dall'incontro con Hitler. E tra i due nacque un legame simbiotico, forse ancor più che affettivo. Era la sua amante? Forse. Probabilmente. Quasi sicuramente. I biografi dicono che la fiducia che Hitler aveva nei suoi confronti fosse tale che a lei sola aveva affidato le chiavi del suo appartamento privato. E che i loro furtivi incontri, dopo le undici di sera, fossero tanto frequenti da non lasciare dubbi.
Quello che è certo è che Goebbels, che almeno in un primo momento non vedeva di buon occhio la Riefenstahl, dovette comunque piegarsi al volere hitleriano circa la presenza della donna. Un volere mai giustificato a nessuno.
Leni era bella? Sì, anche se a modo suo. Di una bellezza arcigna, dura e forse nemmeno troppo femminile, almeno nelle spigolosità del tratto. Ma nei suoi occhi c'era la luce visionaria di un talento sovrumano, assoluto, al di là del bene e del male. E questa luce era destinata ad incantare più di uomo così come a provocare la gelosia delle donne del Reich. Lo stesso Goebbels, dicono alcuni biografi, ebbe una relazione con la Riefenstahl, che nel frattempo aveva girato uno dei suoi capolavori, "Il trionfo della volontà", nel 1935, il film che consacrò alla storia della cinematografia il suo talento visivo e l'estetica del regime, figlia di un altro visionario, Albert Speer.
Dopo il 1935 la Riefenstahl venne incaricata di dirigere un film per conto del Comitato olimpico internazionale: è il film sulle Olimpiadi di Berlino del 1936. Leni lavora dirigendo un gruppo di 150 persone tra tecnici ed operatori. Insoddisfatta del risultato cinematografico della gara di salto con l'asta convince personalmente gli atleti a ripetere la prova in notturna, per esaltare la plasticità delle figure stagliandole contro un tripudio di luci.
E poi, la folgorazione. Anche questa estetica. Jesse Owens. L'atleta nero che vinse ben quattro medaglie d'oro, superando con irrisoria facilità gli atleti di "pura razza ariana". La Riefenstahl dedicò ad Owens uno dei più commoventi e partecipati ritratti di atleta che la storia del cinema ricordi. Un ritratto che mandò su tutte le furie le più alte gerarchie del Reich, Goebbels in particolare, che fecero di tutto per ottenere la sua testa, senza peraltro riuscirvi.
La guerra non salvò Leni: la sua compromissione con il regime era tale che dopo la guerra finì anche lei dietro la sbarra egli imputati. Fece quattro anni di carcere, prima che la revisione del processo finì con il proclamarla innocente. Tornata libera, nessuno voleva più affidarle lavori di prestigio. Il suo nome era diventato sinonimo di nazismo. Si reinventò fotografa, partendo per l'Africa e, a settant'anni suonati, acquisendo il brevetto per diventare sub. Nel 2000, a 98 anni, un incidente in elicottero da lei pilotato la costrinse a lunghi mesi di inattività.
Leni Riefenstahl è morta a 101 anni, lasciando un marito (Horst Kettner) di quarant'anni più giovane e una schiera di domande senza risposta circa la sua vita avventurosa e controversa.