L'isola di Marlon

- di Valeria Serra

Tetiaroa, dieci miglia a nord di Tahiti, è un atollo formato da un anello di barriera corallina ininterrotto che misura oltre 50 chilometri di circonferenza. Brando lo comprò per viverci il suo amore con Tarita Teripai, la comparsa che conobbe durante le riprese del film "L'ammutinamento del Bounty".

Lei aveva 19 anni ed era figlia di un pescatore di Bora Bora.
Nella sua vita piena di vicissitudini, quella "punta di spillo" nel Pacifico fu l'unica passione incondizionata e duratura dell'attore.
Un anno fa, l'ha comprata un imprenditore di New Orleans per trasformarla in un esclusivo "resort".

Nessuno ha mai dimenticato quell'irrequietezza senza scampo, e il bavero alzato del cappotto color sabbia di quando camminava solo e tormentato sotto i ponti di Parigi. Il cappotto che non si toglieva neppure in quell'appartamento vuoto, ove vagava prima di uscire a rincorrere disperatamente il suo ultimo tango da ballare. Marlon Brando, con quella faccia da perdere la testa. Una faccia che si chiamava desiderio. Lo amavano tutte e tutti, ma lui evase da quel mondo per amare una donna di mare e sposare la verginità di un'isola lontana.
L'amore con Tarita Teripai fu leggendario e memorabile, ma finì come tutti i grandi amori. Quello con la sua isola selvaggia invece, durò fino alla fine. Fino al 2 luglio del 2004 quando Brando lasciò i suoi 160 chili di vita nel letto di un ospedale di Los Angeles. Nel suo testamento aveva scritto che le ceneri fossero disperse nella laguna della sua unica evasione autentica: l'atollo di Tetiaroa, Isole della Società, il cuore della Polinesia.
Sì, colui che era diventato il colonello Kurtz nel set di "Apocalypse now", il film di Francis Ford Coppola tratto dal romanzo conradiano "Cuore di tenebra", di tutte le creature femminili conosciute, rimase fedele solo all'isola che aveva fatto sua. Avrebbe voluto morire proprio a Tetiaroa e non a due passi dalle Academy di Hollywood, che ha detestato al punto da mandare al suo posto una squaw sioux a ritirare nel 1973 l' Oscar vinto come migliore attore per "Il Padrino"; era il secondo Oscar della sua carriera dopo quello ottenuto nel '54 per "Fronte del porto".
Tetiaroa, quella punta di spillo del Pacifico, era stata, nella sua vita piena di vicissitudini, l'unica passione incondizionata e duratura. Isolaatollo con una storia degna di esser ricordata.
In nessuno dei suoi quarantuno film, Marlon Brando guardava il mondo con lo sguardo che aveva sulle spiagge di Tahiti: le immagini riprese sul set del film "Gli ammutinati del Bounty" che nel 1962 girava sulle rive dell'isola polinesiana, lo hanno immortalato, collane di fiori sulle spalle, con gli occhi di chi ha finalmente tregua dai tormenti dello spirito. Ai bordi delle fulgide spiagge dei Mari del Sud, Brando non aveva lo sguardo insondabile dell'attore maledetto di quel meraviglioso tango, ma quello solare e appagato di chi ha scoperto che un paradiso in terra esiste. Esisteva a tal punto che se ne comperò un pezzettino: un atollo perduto nel blu, dieci miglia a nord di Tahiti, uno dei più spettacolari di tutta la Polinesia.
A Tetiaroa l'attore approdò per girare alcune delle scene finali, e fu subito attrazione. Nulla era stato ai suoi occhi più sensuale e più accecante di quella laguna radiosa mescolata con il cielo, chiusa da lingue candide di sabbia.
Brando arrivò in Polinesia quarantenne, e accettò di girare quel film, (di cui l'edizione precedente del 1935 era stata interpretata da Clark Gable), non solo per il ruolo avvincente dell'ufficiale in seconda Fletcher Christian. L'attore era anche irresistibilmente attratto all'idea di trascorrere i sei mesi delle riprese in quella lontana scheggia del Pacifico, che come per altri illustri predecessori, rappresentava il territorio ai margini del mondo dove far approdare la propria indole di libertà e di ribellione. Il film, diretto da Lewis Milestone, come è noto, racconta l'avventura del "Bounty", un veliero della Regia Marina Britannica partito da Plymouth nel 1787 con la missione di trasportare da Tahiti alle Indie l'albero del pane. A bordo, lo scontro tra l'ambizioso e dispotico capitano William Blight e il suo secondo (Marlon Brando) diventa il fulcro narrativo di tutta l'appassionante vicenda.
L'ammutinamento del "Bounty" e l'arrivo a Tahiti nella baia di Matavai, segnano l'inizio di un altro film nel film: scesi a terra Fletcher Christian e i suoi fedeli equipier, sperimentano l'inebriante dolcezza e il candore ammaliante della società polinesiana. Finzione e realtà si Marlon, s'innamora di un'indigena, scelta tra le numerose comparse per interpretare quel ruolo. È la figlia di un pescatore di Bora Bora, ha diciannove anni e una bellezza folgorante: si chiama Tarita Teripai.
Marlon Brando smette i panni dell'attore: quell'incantevole comparsa, fuori dal set diventerà sua moglie. Per coronare il sogno manca ancora una dimora degna di quell'amore estremo, ed è allora che decide di acquistare Tetiaroa, che per quasi dieci anni sarà l'intonso rifugio della sua vita coniugale.
Tetiaroa è un atollo formato da un anello di barriera corallina ininterrotto che misura oltre cinquanta chilometri di circonferenza.
L'unico passaggio di comunicazione tra l'oceano e la radiosa laguna che contiene dodici isolotti (i "motu" polinesiani) è largo quel tanto da far passare la carena di una barca ma è transitabile solo durante la fase di alta marea, quando la passe arriva ad essere profonda un paio di metri. È allora che la vita dell'oceano, e squali, mante, pesci corallini e tartarughe, si spingono nei chiari fondali lagunari.
Tetiaroa, quando Brando la vide, era un grido di purezza, come se mai l'essere umano l'avesse calpestata: eppure una storia pregressa ce l'aveva. Nel 1800 era stata la residenza estiva dei Pomaré, la famiglia reale polinesiana, e nei primi anni del '900 passò di mano ad un dentista inglese console a Tahiti, un certo Walter Williams che l'ebbe in cambio per le cure dentali che fece a tutta la famiglia Pomaré. Fu la sua casa di vacanza fino a quando Marlon Brando, nel 1962, la volle per sé e Tarita. Da allora pochissimo è cambiato: nel 1973, dopo il naufragio della sua liason amorosa, Marlon Brando lasciò Tetiaroa alla sua consorte dopo avervi fatto costruire un piccolo lodge decidendo così di aprirla al turismo.
L'amore per quell'esigua lingua di sabbia corallina non era tuttavia mutato, e saggiamente, non volle in nessun modo snaturare la naturalità originaria dell'atollo. Impose che i bungalow, una decina in tutto, fossero costruiti utilizzando esclusivamente materiale indigeno, legno di cocco e sabbia; durante i lavori di costruzione vietò l'uso di diserbanti, insettifughi e di qualsiasi sostanza chimica. Chi voleva vedere Tetiaroa e sperimentare il suo incanto primitivo doveva fare i conti con la natura controversa che è propria degli atolli: niente aria condizionata, niente generatori e bibite fresche. Solo l'habitat selvaggio, non addomesticato, privo di artificio. In fondo, Tetiaroa gli somigliava.
Riserva marina e ornitologica, Tetiaroa, cameo della Polinesia francese, concentra la fauna e i paesaggi più assoluti del Pacifico.
Un anno fa, l'ha comprata Richard Bailey, un imprenditore di New Orleans. I lavori sono in corso per trasformare quello spartano rifugio in un esclusivo resort che si annuncia carico di stelle. Bailey assicura che sarà rigorosamente rispettato il contesto naturale e che l'impatto sarà minimo. Il resort "Le Brando" - promette il magnate americano - interpreterà la massima espressione dell'eco-lusso. C'è solo da augurarsi che Queimada o Sayonara continueranno ad essere soltanto film di superiore levatura, e non già l'appellativo di una superior suite.