L'isola di Pironti

- di Rosario Iannuzzi

Piazza Dante com'era e com'è descritta in "Libri e cazzotti".
C'erano una volta
Fortunato venditore di taralli, Maria 'a longa originale venditrice di sigarette e un pugile che divenne libraio per tradizione di famiglia.
Un ufficio all'aperto, un luogo di incontri, un'isola calda e accogliente per Tullio Pironti editore nel grande mare tempestoso che è Napoli.

Isole di terra. Quartieri, piazze. Luoghi con una propria identità che emergono nel paesaggio urbano. Luoghi appartati, solitari, sconosciuti e luoghi popolati da una umanità precisa, particolare, che "fa" isola.
Tante sono le isole di Napoli. Scampia è l'isola infelice. Bagnoli l'isola che non c'è. La Sanità è l'isola di Totò. I Quartieri Spagnoli sono un arcipelago. Il Vomero è l'isola centrifuga che ha avuto la sua origine agreste ed è stata l'isola del cinema. Posillipo un'isola di rupi e di baie. Piazza del Plebiscito l'isola delle occasioni perdute. Il Centro direzionale è l'isola alla deriva. Piazza Mercato l'isola dell'oblìo e Piazza Garibaldi l'isola di frontiera.
Piazza Dante è stata un'isola singolare, una grande isola con abitanti molto speciali. In tanti sono scomparsi, molte cose non ci sono più, botteghe e trattorie che ne hanno segnato la vita e la popolarità sono finite. Piazza Dante è sempre un'isola, un pezzo di Napoli diverso, ma oggi è un'altra cosa. Forse è diventata diversa da quando l'ha ridisegnata Gae Aulenti ed è apparsa la stazione della Metropolitana. Piazza Dante è l'isola di Pironti, pugile libraio ed editore, di una famiglia di librai. Pironti la racconta nella sua speciale autobiografia "Libri e cazzotti". Piazza Dante com'era e com'è.
Già una specialissima isola alle origini, fuori le mura della città, distinta dal "continente" Napoli, creata a metà del diciottesimo secolo dai Borbone che trasformarono uno slargo adibito a mercato di secondaria importanza, luogo di sosta per saltimbanchi e picari, maneggio, deposito di granaglie e altro ancora, in un grande emiciclo ornato da ventisei statue a simboleggiare le altrettante virtù possedute da don Carlos, capostipite della dinastia borbonica a Napoli.
Nella nuova piazza avrebbe dovuto trovare posto una statua bronzea raffigurante proprio il Signore di Napoli che fu poi incoronato in Spagna come Carlo III. In attesa che la scultura fosse pronta, un succedaneo in gesso ne occupò il posto. Mai però fu testimone della piazza e delle sue vicende. Infatti, rimase coperto per oltre un trentennio fino a che, durante il periodo repubblicano del 1799, venne decapitato da un rivoluzionario.
Si chiamò Foro Carolino, il luogo, diventando Piazza Dante dopo l'annessione delle Due Sicilie al regno di Sardegna, più o meno quando i Pironti si fecero librai, chiamata così per iniziativa di Luigi Settembrini che la volle simbolo dell'unità culturale italiana nel nome di chi è considerato il padre dell'idioma nazionale.
Tullio Pironti la descrive com'era nel dopoguerra, una immensa isola di autentici "alunni del sole", percorsa dai tram, invasa dagli "emiganti" dei quartieri settentrionali di Napoli, brulicante di librerie e di trattorie storiche. La prima fu "La Quercia" e, poi, in omaggio alla statua della piazza, "Dante e Beatrice", la trattoria di don Antonio Casillo dal profilo greco. Pironti, nato in via Tribunali, ne ha fatto la sua isola prendendo possesso della libreria del padre, don Antonio Pironti, conosciuto e amato, che dominò la piazza prima di lui.
Era un'isola specialissima, Piazza Dante, per i personaggi che la popolavano, una folla di venditori ambulanti che segnarono la storia e il folclore del luogo. Come il venditore di taralli Fortunato che, dal suo banco mobile, serviva la mercanzia rigorosamente in camice bianco. Come Maria 'a longa che vendeva sigarette di contrabbando all'angolo del Cavone. Come don Ciccio 'a machinetta che riparava accendini. Tra molti altri, furono gli "isolani" più famosi di Piazza Dante.
Maria 'a longa è stata la più popolare venditrice di sigarette a Napoli. Fece addirittura scuola e il suo metodo fu copiato da altre donne. Aveva un seno molto ammirato e vendeva le sigarette sciolte, traendole dai pacchetti e offrendole con un'allettante particolarità. "Nella scollatura generosa - ricorda Pironti - con miracoli di equilibrio poneva e tratteneva una diecina di sigarette. Al compratore, che fosse bello o brutto, giovane o vecchio, concedeva di metterle la mano tra i seni e prendere le sigarette. Comprate a quel modo, furono dette sigarette cu' 'o sfizio. C'erano compratori assidui che se ne beavano molto".
Maria 'a longa, una donna bruna, aveva questo nome perché era alta con lunghe gambe ben fatte, "mostrate oltre i ginocchi con un sapiente gioco della gonna, un'attrattiva non indifferente". A parte, si capisce, la suggestiva tabaccheria che erano i suoi seni. A volte Maria 'a longa inseguiva i compratori più audaci, che insistevano troppo sulle sigarette custodite dal petto procace, ma era tutta una scena.
Da una vita, Tullio Pironti lavora a Piazza Dante e vi trascorre tutti i giorni, dal mattino alla sera, interrompendo il lavoro in libreria per la puntuale colazione nelle trattorie della piazza, personaggio popolarissimo come lo era stato il padre, ma ancora di più perché, inventandosi editore, Tullio Pironti ha fatto di Piazza Dante il suo ufficio all'aperto dove riceve la visita di amici, autori, professori universitari, artisti, aspiranti scrittori.
Quando si allontana dal bancone dei libri, Pironti si affaccia sulla soglia della libreria e guarda la piazza che è diventato il suo regno e la sua isola, il luogo di suo padre e il suo. Si può dire che Piazza Dante e i Pironti librai siano nati insieme. Per Tullio è un posto franco, un tempio consacrato alla conoscenza e all'umanità dove accogliere tutti, famosi e sconosciuti, attratti dalla sua simpatia e dalla sua generosità. Piazza Dante è l'isola calda e ospitale nel mezzo di quel mare tempestoso che è Napoli.
Nella sua isola Tullio Pironti è stato pugile, prima che libraio. Di ritorno dalle vittorie sul ring, dove si batteva con molta tecnica, mirando a prendere pochi pugni, si pavoneggiava a Piazza Dante, campione popolarissimo per le fotografie e le cronache sui giornali sportivi. Poi la piazza è stata l'isola del suo lavoro dove sono approdati i filosofi più noti, che gli commissionarono la pubblicazione della rivista internazionale "Metaphorein", e gli autori del suo nutrito catalogo, da Giò Marrazzo a Tahar Ben Jelloun, a Fernanda Pivano, e poi il gallerista Lucio Amelio, il professore Giuseppe Galasso, e intellettuali e artisti, pittori, e vecchi pugili, e personaggi sorprendenti che nell'isola di Pironti trovano amicizia e ospitalità.
Una tana, un rifugio, un luogo eletto, l'isola degli incontri, degli scambi, della conoscenza dalla quale Pironti non s'è allontanato mai, sentendosi straniero in qualunque altra parte del mondo. "Nessun uomo è un'isola" è il bellissimo titolo di un libro di Thomas Merton.
Parafrasandolo, si potrebbe dire: ogni uomo ha un'isola. Tullio Pironti ce l'ha. E' Piazza Dante che rimane un luogo convulso, di una popolazione in perenne movimento, e la statua bianca di Dante è come il faro dell'isola, la torre splendente che sembra dare a tutti l'orientamento.
Questa è l'isola dove Pironti è Pironti, e non potrebbe esserlo meglio da qualunque altra parte, il luogo dove ritrova se stesso, dove ha costruito la sua forza e il suo coraggio, dominando la piazza dalla soglia della sua libreria, percorrendola da padrone spavaldo del territorio, come sanno fare gli isolani sulla loro terra circondata dal mare, ammirandola e mostrandola agli ospiti, descrivendone la storia e le storie dei personaggi di un passato romantico ma incancellabile.
Un'isola di naviganti e naufraghi, l'isola degli alunni del convitto "Vittorio Emanuele" e dei ragazzi che vi approdano per giocare a pallone, un'isola-stadio in certi pomeriggi estivi, e un'isola sempre aperta agli incontri, al sole delle giornate stordenti, alle fughe sotto la pioggia, al silenzio della controra, alla folla dei passanti eterogenei. Napoli col suo mare e i quartieri grandi, e quelli poveri, isolati, isole chiuse, sembra lontana, al di là dello stretto dello Spirito Santo, Scilla e Cariddi di un traffico che è spesso tempesta.
I naufraghi sono quelli senza meta, sono i ragazzi che, con le ombre della sera, si accucciano sotto il faro di Dante, e là bivaccano la loro vita di sogni e di fumo. I naviganti sono tutti quelli che, a Piazza Dante, hanno un'attività. Arrivano di mattino presto e gettano l'ancora nel porticciolo che è il loro negozio, molti dei quali hanno una storia antica, sono porti di famiglia. Si conoscono tutti, come la gente di mare.
Un'isola di pietra, Piazza Dante, con pochi alberi, poche aiuole, e di sera le luci dei bar e dei ristoranti come un'isola turistica, vivace, un'isola che ha una sua tradizione di odori e sapori. Ma, soprattutto, isola di libri, con le bancarelle e i negozi di libri, e il "molo" di Port'Alba dove le librerie si susseguono e si addensano.
Piazza Dante si stende davanti al mare del traffico che ne lambisce la riva più lunga, onde incessanti di automobili, tempesta e risacca fino alle più placide ore della sera, alla calma e al buio della sera quando poche luci illuminano l'isola che non ansima più, si placa, riposa, e la cosa più visibile resta la statua bianca di Dante, il faro della cultura che dà il nome all'isola.
Anche le saracinesche della libreria di Tullio Pironti sono abbassate quando il giorno finisce, e avanza la notte, e Piazza Dante è un'isola deserta, senza più abitanti, naufraghi o naviganti. Tornano il giorno dopo agli approdi soliti nel passaggio veloce e convulso che trapassa la piazza, e Tullio Pironti è là, puntuale, sulla soglia della sua libreria, davanti alla sua isola, sognando il mare che non c'è, cullandosi al suono di quello che c'è.