Indice
- Numero 51 - Maggio 2010
- L'Editoriale - La festa delle rose
- La nazione arcobaleno
- Las Vegas, buon compleanno
- La vita errabonda del dandy che moŕ a Capri
- Una nuotata indimenticabile nella Grotta Azzurra
- Quell'unica gita a Capri di Rea con Sophia Loren
- I giocolieri del vento vanto di Cava de' Tirreni
- Le magie dell'andaluso che dimoṛ a Venezia
- Com'era allegra Napoli al tempo del petisso
- Quando i casali punteggiavano la piana di Sorrento
- Arriva un'altra estate con pinne, fucili e occhiali
- La costa del Vesuvio meta dei vip dell'Antica Roma
- Il ponte migratorio fra le Eolie e l'Australia
- Quelle bare del Ghana a forma di elefante
- L'isola di Rosa
- L'eterna sfida del cuoco prestigioso
- Quel mare rosso sangue
- Un amore a Procida
- Il reporter dell'Isola
L'isola di Rosa
- di Giuseppe Pompameo
Nostalgie, sogni, lontananze, amore, una voce al telefono e una lettera appassionata scritta con l'inchiostro del cuore sul mare delle Azzorre fra Sao Jorge e Terceira in una notte di luna fredda.
Capì subito di aver sbagliato terra. No, quella non sembrava proprio Sao Jorge.
Nel preciso istante in cui Augusto sentì che, laggiù, non c'era Rosa fu come se la sua isola, nave di vento, fosse salpata per un'altra destinazione, destinazione sconosciuta.
- Ma, voi, cosa ne sapete dell'amore? E che ne sai, tu?
- Io, niente, sai com'è, Augusto, non son mai diventato grande
... Tu, piuttosto, che hai tanti anni, più di me, che sei cresciuto al posto mio, tu, invece, adesso, lo sai cos'è l'amore? e cos'è la nostalgia?
- No, mio piccolo Augustin.
Forse, chissà, è solo il mio buio dentro questo buio che, fino ad oggi, ancora non conoscevo. E', per me, ora, ogni rumore, ogni profumo, ogni colore della memoria.
La mia memoria che, po co fa, quando ho svoltato l'angolo di 'sta maledetta notte senza nuvole e senza senso, mi ha fatto invecchiare di colpo.
- E allora...?
- Per provare nostalgia, per me, come al solito, non c'è nulla da vedere, basta tacere, sentire, restare ad ascoltare.
- Già, ma intanto, Augusto, questa non è la mia, la tua isola ...
- Cosa credi, Augustin? Me ne sono accorto subito, appena ci ho messo piede. No, non è Sao Jorge. E' un'altra isola, più lontana, Terceira. Qui è tutto così diverso da cinquant'anni fa, dalla mattina in cui, ne avevo poco meno di trenta, sono partito, ho lasciato le Azzorre, il mio mare, un'ombra di terra dietro di me.
- Ma perché sei tornato qua, nel posto sbagliato?
- Ah, non lo so ... Magari perché era tutto amore che cercavo, tempo che mancava ai miei occhi.
Forse perché, per me, avere nostalgia non è solo non vedere, ma anche sapere di non poter più rivedere. Poi, arrivare quaggiù e scoprire che la mia isola, ormai, non è diventata altro che il suo ricordo, un fantasma di acqua e sassi, immaginato per niente, ed io, ora che sono vecchio, la solitudine di me stesso.
Nel frattempo è cambiato il mondo o a cambiare, chissà, siamo stati noi, anzi io ... tanto tu, piccolo mio, beato te, non sei cresciuto mai.
- Eppure guarda, Augusto, adesso che è notte e tutto, a Terceira, è buio e assenza, adesso che le luci scivolano, come un vizio d'ombra, verso il mare, ogni cosa pare ferma, sospesa. Come le sere di allora, quando tu ... cioè io, a Sao Jorge, giocavo, dal promontorio, ad indovinare le scie delle lampare, a navigare sui riflessi argento delle onde, sollevate, a pelo d'acqua, dalla brezza.
- Cosa vuoi, ormai c'è poco, forse niente da fare. Soprattutto quaggiù, dove le ore non sembrano più un lieve abbandono dell'aria, ma un unico, ininterrotto brusìo che profuma di un altro vento. Vento oscuro, che sporca di buio le nuvole, che, da così lontano, neppure riconosce più la traccia dell'orizzonte.
- Cosa intendi dire, Augusto?
- Voglio solo dire, Augustin, che, mentre manca uno sputo d'inverno alla fine del mio destino, a naso, qui, non riconosco nulla. Sento altra gente intorno a me, altre strade, altre case, altre stanze, qui, ascolto un altro dialetto, altre parole, sogno altri sogni. Tutto, stanotte, sembra distante, in questa foschia onnivora che nasconde e s vela, che possiede, come un pegno del cuore, il verso solitario dei miei passi. Passi in bilico tra il desiderio di ritrovare, finalmente, una Itaca e la paura che sia solo un miraggio qualunque.
Che strano, ad Augusto proprio nulla, su quell'isola, parlava di Rosa. Quando, insieme al suo inseparabile compagno di viaggio, aprì la porta di un appartamento, in apparenza simile alla sua vecchia casa, Augusto avvertì subito, brivido tra i pensieri, quel vento freddo che, dalle finestre spalancate, s'infolava nelle stanze deserte, tra i mobili, fantasmi coperti da lenzuola bianche, immacolate come silenzi di notte. In quella casa della memoria, un telefono pallido, lo squillo che copre la distanza, immobile, fra le quattro pareti ed il soffitto.
- Pronto, chi parla?
- Ma come, non mi riconosci più!? Vabbè che, intanto, la mia, la tua voce, è un po' invecchiata, arrochita per colpa di troppe sigarette o, chissà, di qualche dolore, ma sono io, ancora io ... ehi, mi senti?
- Mhh ...
La voce, all'altro capo del filo, che cade, nel silenzio, come il tonfo d'una goccia.
- Pronto, pronto ... ma chi è che parla?
- Non mi riconosci più? O ti fa male, stanotte, riconoscere il te stesso di qu arant'anni fa? Sì, sono proprio io, "quel tempo" che ti manca adesso.
Augusto abbassò la cornetta, come a voler sfuggire al morso d'una vaga inquietudine. Ora il bambino che lo seguiva sembrava, di colpo, scomparso, e nemmeno un saluto, un "addio" di circostanza. Anche la voce che arrivava dal telefono adesso pareva nient'altro che l'eco di un'età perduta. "Ma tu, lo hai mai capito cos'è l'amore? E cos'è, per te, la nostalgia?" ripeté tra sé e sé, appena prima di non sapersi dare una risposta. Ormai era tutto chiaro, quell'appartamento disabitato si trovava, sì, nell'arcipelago delle Azzorre, ma su di un'altra isola. Da laggiù poteva soltanto udire il verso del mare in tempesta, tutta acqua che divideva, come uno scoglio liquido, le due isole, Sao Jorge, che si era lasciata alle spalle, e Terceira, terra lontana chilometri di tramonti dal suo passato. Non gli restava che annusare il ricordo del profumo di Rosa. Purtroppo non avrebbe mai più potuto tornare indietro.
Troppo mare, troppa burrasca, miglia e miglia da non poter più rimontare, con quei cavalloni che salivano e scendevano, come la nostalgia dentro di lui.
Rosa stava, per sempre, dall'altra parte del mare, irraggiungibile.
Si mise gli occhiali scuri ed immaginò una lettera, scritta a perdifiato. Dieci righe di parole verdi, da vergare con l'inchiostro del cuore, sullo specchio di carta, di opaco vetro soffiato, d'una bottiglia che s'inzurrasse in quel mare di vento. Che viaggiasse al posto suo, tra le onde, alte come grattacieli di rimpianti, senza affondare, senza affogare mai, rotta puntata verso Sao Jorge, l'isola di Rosa.
"Mia cara, da quaggiù, dal silenzio del tuo nome, cancellato come sabbia dalla risacca di quest'inverno così duro da attraversare, ti scrivo. Io che non ti ho mai letto il viso, stanotte che non so dove, non so come sognarti, ti voglio far sapere che il regalo più grande che mi resta di te, oggi, è la tua assenza. Ti ho amata come solo un cieco può amare, di te ho amato perfino l'illusione di poterti, un giorno mai venuto, riconoscere, anche solo per un attimo. In fondo, forse, è stato meglio così, restare tanti anni accanto a te che c'eri, eppure, grazie a dio, mancavi a tutti i traffici, a tutti gli equivoci, a tutte le imperdonabili promesse, a tutte le truffe dell'amore. Ma poi, mia cara Rosa, cosa ne sa il mondo del nostro amore, inimmaginato? Un bacio forte. Per sempre, Tuo. Augusto".
Le spalle al mare, Augusto, come un naufrago, navigò un mezzo istante di malinconia. Fuori dalla casa, oltre le finestre, la notte barcollava al vento, e la luna era fredda, lontana e bellissima, nitida che si dondolava come una crepa, come una parentesi tonda, aperta e mai chiusa, fra due nuvole di passaggio. Più giù, il cielo, l'improvvisa calma piatta dell'acqua.

