Indice
- Numero 50 - Aprile 2010
- L'Editoriale - Otto anni di navigazione
- Luna, andata senza ritorno
- Caro Petisso
- La straordinaria Villa Lysis raccontata da Ada Negri
- Quando il sindaco di Capri era Edwin Cerio
- L'isola del gioiello che sorge da un lago
- Il mare di stella
- L'uomo-pesce che vive a Posillipo
- L'isola dei crateri laboratorio di un dio
- Perché la "Santa Maria" non piaceva a Colombo
- L'isola plurale
- Bach e Romantica, un amore alla Gaiola
- Belle tra le buche
- Il traliccio di Punta Carena
- La sognatrice dell'arcipelago
- La rotta senza ritorno della corazzata Yamato
- Picnic a Kinshasa
- Il piroscafo dei cavi marini
- Il reporter dell'Isola
L'isola plurale
- di Alessandra Ottieri
La Sicilia vista dai suoi scrittori. L'eccesso di identità di Bufalino. I contadini e i miseri pescatori di Verga. Il guscio rotto di Pirandello. L'abulia e il sensualismo di Brancati. L'immobilità di Tomasi di Lampedusa. Il luogo surreale di Vittorini.
La preistoria e la favola di Bonaviri.
La realtà cruda e disincantata di Sciascia.
Occhi diversi scrutano la terra e il mondo siciliani alla ricerca della sua dimensione più autentica.
Quando pensiamo alla Sicilia, solitamente lo facciamo seguendo due percorsi ben distinti: o immaginiamo le sue coste, le sue splendide isole, le città d'arte, l'Etna innevato, o ricordiamo i suoi morti per mafia, l'eroismo di magistrati e poliziotti, il "pizzo" e i "pizzini", gli scempi edilizi degli ultimi decenni. In realtà - come scriveva Gesualdo Bufalino la Sicilia è molto di più, è un'isola «plurale», che soffre, nel bene e nel male, di un «eccesso d'identità».
Immaginarla è come guardare all'interno di un caleidoscopio nel quale i piccoli frammenti di plastica colorata si scompongono e si ricompongono in un'infinita serie di immagini affatto diverse l'una dall'altra, ma tutte di grande verità e suggestione: «vi è una Sicilia "babba", mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia "aperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio...».
Le affermazioni di Bufalino sulla sicilianità, brevi e perentorie, restano dentro e certo colgono nel segno, ma lo scrittore di Comiso scomparso nel '96, grande amico di Leonardo Sciascia e di Elvira Sellerio, è solo il terminale, il punto d'arrivo di una straordinaria genìa di poeti e di scrittori che, attraverso il filtro della letteratura, hanno interpretato la Sicilia e i siciliani ricercandone la dimensione più autentica. Essi hanno scavato nella storia, nelle tradizioni, nella mentalità, nella lingua di una terra «che continua ad arricciarsi sul mare come un'istrice» e la cui "insularità" non è un mero fattore geografico ma il sentimento di una diversità. Da qui discende - scrive ancora Bufalino - «l'orgoglio, la diffidenza, il pudore» degli uomini siciliani.
Il primo anello di questa "catena" di scrittori che, in oltre un secolo di storia letteraria, hanno raccontato (e interpretato) la Sicilia è senz'altro il catanese Giovanni Verga che, alla fine dell'Ottocento, ha guardato la sua terra, popolata da contadini e da miseri pescatori, con occhi freddi e spietati, gli occhi di chi non credeva che ci fosse possibilità di riscatto per quegli uomini "vinti" dalla natura e dalla storia, condannati secolarmente alla povertà e all'emarginazione.
Ma se la Sicilia di Verga è una terra dura e primitiva, un mondo chiuso e provinciale in cui si parla per proverbi e frasi fatte e trionfano dicerie e malignità, già con Pirandello, alle soglie del Novecento, "il guscio si rompe" e l'isola diventa una sorta di "osservatorio" per compiere analisi che travalicano i confini regionali: al centro dei suoi romanzi e del suo teatro non c'è la condizione dell'uomo siciliano, ma il dramma esistenziale di ciascun uomo, che per "esistere" deve fissarsi in un'identità, accettare la prigione di un ruolo e recitare la propria parte in famiglia e in società. Il bersaglio della polemica pirandelliana è il mondo piccoloborghese, falso e opprimente, a tratti grottesco, che costituisce anche lo sfondo dei romanzi di Vitaliano Brancati.
Quest'ultimo, nel secondo dopoguerra, ritrae una Sicilia in cui regnano l'immobilità e l'inerzia, un mondo popolato da donne fintamente bigotte e da maschi affetti da "gallismo", incapaci di sottrarsi all'abulia e al sensualismo soffocante (indimenticabili le interpretazioni di Claudia Cardinale e di Marcello Mastroianni nel Il bell'Antonio cinematografico).
Si tratta di una società assolutamente statica, refrattaria ad ogni novità e mutamento, immersa in una terra assolata, afosa, oppressa da una luce naturale calda e abbagliante che non è sintomo di vitalismo, ma al contrario produce effetti paralizzanti. Immobilità e inerzia dominano anche la scena romanzesca di Tomasi di Lampedusa che nel Gattopardo, romanzo storico di ambientazione risorgimentale pubblicato postumo nel 1958, ritrae una Sicilia teatro di grandi rivolgimenti storici che, però, sono scivolati su di essa senza scalfirla, senza riuscire a portare cambiamenti reali tanto nella società quanto nella mentalità e negli atteggiamenti degli individui. Il romanzo è l'epopea di una società in disfacimento, il canto del cigno di una Sicilia nobiliare, malata, destinata a fluire verso il nulla, a sgretolarsi senza rimedio per far posto a forze nuove (borghesi), altrettanto bacate e incapaci di rinnovamento.
Elio Vittorini, è significativo, "bocciò" Il Gattopardo, ne rifiutò la pubblicazione presso la casa editrice Einaudi, peccando, in quel caso, di "miopia" intellettuale. Ma le ragioni di quella celebre svista editoriale sono facilmente intuibili se pensiamo alla distanza ideologica e letteraria che separa i due scrittori. Vittorini, infatti, scelse la via della trasfigurazione mitica, piuttosto che quella della storia e in Conversazione in Sicilia, scritto negli anni del fascismo, trasformò l'isola in un luogo surreale, quasi astratto, dove poter ritrovare se stesso (attraverso i ricordi dell'infanzia) e le ragioni autentiche del vivere. La discesa verso «il cuore puro della Sicilia» si consuma in una serie di incontri-conversazioni che guidano lo scrittore (attraverso il personaggio autobiografico di Silvestro) alla scoperta di quegli «altri doveri» che l'uomo deve compiere per poter riscattare le «offese del mondo» (la miserie contadine); ma il viaggio verso la terra madre è anche discesa agli inferi e drammatica rivelazione che «non ogni uomo è uomo».
Il salto dalla dimensione mitica a quella utopistica è breve e avviene con Giuseppe Bonaviri con il quale la Sicilia perde i contorni reali per divenire teatro di avventure favolose ambientate nei cieli della preistoria o della favola. Siamo oramai negli anni Sessanta e Settanta, negli stessi anni, cioè, in cui Leonardo Sciascia ci riporta alla realtà, quella più cruda e disincantata. La sua Sicilia è quella della prima Repubblica, centro di inchieste insabbiate e di indagini fumose che in fondo potrebbero svolgersi in qualsiasi altra parte d'Italia perché «tutta l'Italia è Sicilia». Ma le indagini di Sciascia, che riguardano l'intreccio tra mafia e politica, se da un lato testimoniano la fiducia illuministica nella ragione come metodo d'analisi, dall'altro ne denunciano l'irrimediabile sconfitta da parte del potere costituito.
A ben guardare la distanza tra Verga e Sciascia - punto di partenza e punto d'arrivo di questa brevissima rassegna - è, sul piano ideologico, minima. Visione pessimistica dell'esistenza, lucida intelligenza della storia, freddezza d'analisi, ironia lieve, accettazione rassegnata della realtà "così com'è" sono tratti che accomunano questi due autori, pur così distanti nel tempo, e che, in fondo, sono rintracciabili anche in Pirandello, in Tomasi di Lampedusa e, in definitiva, in tutti gli autori sopra menzionati. Ma, viene naturale chiedersi, non sono forse questi i caratteri dell'uomo siciliano nel suo complesso? Pessimismo e rassegnazione, orgoglio e scetticismo, indolenza e ironia sono, insieme, le ragioni della forza e della debolezza del popolo siciliano, le cause della sua miseria (dignitosissima) e della sua grandezza.
Concludo utilizzando un'ultima volta le parole di Bufalino: «Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l'isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce ...».

