L'ombra di Brando sull'atollo di Tetiaroa

- di Bob Reed

Nel 1961 l'attore sbarcò dalla nave cinematografica del "Bounty" nell'arcipelago polinesiano e, cinque anni dopo, comprò l'isola, rifugio degli uccelli tropicali.

Il "gioco della bottiglia" con le comparse tahitiane. Il matrimonio con Tarita Teriipaia.
Una grande villa in mezzo al Pacifico.
La tragedia della figlia Cheyenne.
L'ultima isola in Australia per girarvi un orrendo film.
Ottant'anni l'anno prossimo, 140 chili oggi.

Che cos'é l'isola, un'isola, il sogno che attrae gli uomini? Scappare su un'isola, rifugiarsi in un'isola, vivere su un'isola, scoprire un'isola. Comprarsi un'isola! Che cos'è questa attrazione di lontananza? Un desiderio di confini immensi, tra mare e cielo, che prende l'anima e muove il cuore. Un bisogno di solitudine, la ricerca di una vita diversa. Un incantamento letterario forse, nostalgia di Melville e di Jack London, di Gauguin. Il gioco dell'esplorazione, la scoperta di un "altro mondo", la sindrome di Ulisse e di Colombo. Una suggestione e uno straniamento, la fuga impossibile e perciò più vissuta, inseguita, amata. L'isola, meta irresistibile dell'immaginario. Al confine della vita, lontano dalla vita.
Quando Marlon Brando, nel 1966, ottenne dalle autorità tahitiane la concessione per 99 anni dell'atollo di Tetiaroa, una ciambella di terra e acqua nel bel mezzo del Pacifico, quasi a cavallo del Tropico del Capricorno e a seimila chilometri da Los Angeles, quello fu un bel colpo per i romantici del mare, per i sognatori di isole, per gli amanti della solitudine avventurosa. Tetiaroa, a 48 chilometri da Papeete, ha tredici spiagge bianchissime e alberi di cocco entro i 55 chilometri dell'anello formato dalla barriera corallina che imprigiona un mare basso dal verde al blu. Come tutti gli atolli. Come gli 87 bassi atolli corallini delle Tuamotu, che in polinesiano significa "molte isole", un arcipelago della Polinesia francese di pescatori di perle. Il vecchio Brando, 79 anni oggi e 140 chili, proprietario di un atollo fino al 2065. Poteva permetterselo, lo invidiammo.
Allora aveva 42 anni, Marlon, il "Selvaggio" col mitico berretto a visiera. Aveva già girato tutti i migliori film della sua vita e vinto l'Oscar con "Fronte del porto" indossando il leggendario giaccone di pelle. Sullo schermo era stato Giulio Cesare con un ricciolo sulla fonte, un vero Zapata e uno dei bulli con le pupe. Una vita e una carriera fulminanti, odiando la vita e la carriera fulminante. Diceva con la sua voce in falsetto: "Non ho chiesto io di essere messo su un piedistallo a 23 anni". A quell'età aveva strabiliato Broadway recitando in "Un tram che si chiama desiderio". Diceva: "Il cinema uccide". Ed era l'attore più bello e più bravo della sua generazione, forse il più bravo della storia di Hollywood, il simbolo machista della "beat generation". Ma diceva: "La sola ragione per cui sto a Hollywood è che non ho il coraggio morale di rifiutarne i soldi".
Odiava il padre da quand'era un piccolo, infelice bambino di Omaha, nel Nebraska, fra campi di granoturco, e si chiamava Bud Brandon. Non era ancora Marlon. Amava la madre, un'attricetta di provincia, e "i canti che mia madre mi insegnò". E già si ingozzava di gelati alla crema, e aveva una sola vera passione, suonare la batteria. Ne aveva comprato una a 15 anni. Da Broadway ad Hollywood, ebbe tutto, e tre matrimoni, e nove, dieci, dodici figli. "Non ne tengo il conto", disse una volta. E donne, donne, con l'amara confessione della sua incapacità di amare. "Non ho amato mai e nessuno", diceva. In fondo alla sua vita c'era però il ricordo dell'unica volta che si era innamorato. Era successo con Arletty, la popolare attrice francese più vecchia di lui. Ma era stato un errore, quell'amore. Una venerazione, e "lei era un tipo troppo duro".
Aveva un'isola nel cuore Marlon Brando? L'ebbe davanti agli occhi quando scese dal vascello cinematografico del "Bounty". Era il 1961, in Polinesia. Non meno dei marinai britannici che, nel 1789, si ammutinarono per non lasciare Tahiti, si ammutinò il cuore di Brando. Volle fermarsi in mezzo agli atolli negandosi al ritorno nella casa panoramica di Mulholand Drive, sulle colline di Hollywood. Per i vigorosi 37 anni dell'attore fu un'estate pazza tra le comparse tahitiane. Le metteva in circolo sulla spiaggia per il "gioco della bottiglia". Marlon l'eccessivo faceva girare la bottiglia sulla sabbia, croupier d'amore, finché essa si fermava e il collo indicava l'indigena prescelta dalla rudimentale roulette. Il seguito del gioco si consumava sotto una capanna di cocco.
Ma non fu colpa, né merito della bottiglia se si invaghì, più di ogni altra, della polinesiana Tarita Teriipaia, che lavorò con lui nel film dell'ammutinamento e divenne la sua terza moglie. Dopo il matrimonio, Brando comprò l'atollo di Tetiaroa e lo elesse a suo rifugio dal mondo costruendo ad Onetahi, una delle tredici spiagge, una pista di 500 metri per l'atterraggio di piccoli aerei e una grande villa (oggi c'è un villaggio turistico). Per nove anni si eclissò, lontano da Hollywood. Tetiaroa, rifugio di uccelli tropicali tra le palme, una delle tredici "isole" galleggianti, è stato il paradiso terrestre di Brando. Sull'atollo il clima è secco e salubre. La totale mancanza di rilievi consente alle nuvole di correre via così che, mentre su Tahiti si rovesciano gli acquazzoni, a Tetiaroa cadono poche gocce di pioggia. Dal paradiso terrestre Brando si cacciò per girare "Il padrino" e l'"Ultimo tango a Parigi", appesantito, greve, avviato verso la devastazione del corpo. Poi, di nuovo, lontano dal mondo, il corpo sempre più debordante di uomo enorme, e di enormi appetiti, obeso e tuttavia affascinante come nel film, "L'isola perduta", del 1997.
Ancora un'isola nella vita di Brando. Fu l'isola australiana dove girò il film interpretando la parte di uno scienziato che conduceva, senza limiti, esperimenti di mutazione genetica. Un filmaccio in cui lo splendido attore di "Fronte del porto", superati i settant'anni, appare come la caricatura di se stesso, mostruosamente grosso e, per giunta, con la faccia cerea per la biacca e le labbra tinte di rosso, grandi occhiali neri, veli, un largo cappello da diva e guanti di lattice.
E c'è ancora un'isola nella vita di Brando, Tahiti, che l'attore diserta il giorno dei funerali di Cheyenne, la figlia sua e di Tarita Teriipaia. Cheyenne si impiccò a 25 anni dopo che un altro figlio di Brando le aveva ucciso il marito in una vicenda oscura. Lontano da tutto e da tutti, Marlon, anche dalla figlia bellissima che aveva amato. Lontano da Tarita, isolatasi a Tahiti con la sua bellezza appesantita, dopo l'abbandono dell'attore.
Alla fine, un'isola di solitudine lui stesso, vicino ormai agli ottant'anni. L'anno prossimo il grande traguardo. Una grossa isola perduta nell'immenso mare di una vita eccessiva.

(Ha collaborato Adriano De Luna)