Indice
- Numero 24 - Giugno 2006
- L'Editoriale - Ricordi di Costiera
- Un romanzo per l'estate
- La signora Letizia
- Il sentiero sospeso sul paradiso
- Le due Carmeline di Capri
- Quando a Cuma la sibilla faceva gli oroscopi
- Positano al tempo di John Steinbeck
- Innamorarsi di un palazzo a Venezia
- Il bacio di Estrella Azul nel night sulla costa
- L'isolotto di Ellis dove una piccola irlandese aprì una storia
- Discorsi di pescatori a Marina di Campo
- Gli indimenticabili bambini sulle rive del Mar Rosso
- Le isole che hanno scoperto l'ammiraglio Colombo
- L'omosessualità nel ventennio della maschia gioventù
- Quant'è bella Torino dopo la neve olimpica
- La bambina e il mare
- Il reporter dell'isola
L'omosessualità nel ventennio della maschia gioventù
- di Alessandro Cecchi Paone
Rapporti di prefetti e questori al duce.
Quattro città nel mirino: Catania, Venezia, Firenze e Salerno. Trecento confinati per motivi etici. Sesso e lotte di potere.
Le disavventure di Turati e Giurati.
Un gerarca poco sciupafemmine.
Le dicerie su Filippo d'Assia e Umberto di Savoia nelle manovre fasciste contro la monarchia. Nello spionaggio del tempo compaiono i nomi di Luchino Visconti, del pugile Primo Carnera e dell'attore francese Jean Marais.
L'attività repressiva dell'omosessualità sotto il fascismo si dispiegò soprattutto in quattro città: Catania, Venezia, Firenze e Salerno. Lo si rileva facilmente, oltre che dai rapporti inviati dai prefetti e dai questori direttamente al duce, dai dati relativi al numero dei confinati per pederastia contenuti nei documenti all'Archivio nazionale di Roma. In tutto circa trecento, prevalentemente destinati alle colonie delle Tremiti o delle Egadi, confusamente rubricati o come "politici" (e ben lo ricorda, fra gli altri, Amendola nelle sue memorie), o come "comuni" per reati collegati.
l primato di Venezia e Firenze ha certamente a che fare con la tradizione, ereditata dal Grand Tour della calata degli artisti e degli intellettuali, soprattutto americani, inglesi e tedeschi, alla ricerca del bello classico e mediterraneo nelle statue e nei dipinti, ma anche nei garzoni e fra i "carusi". Anche Giorgio Vecchiato, nel recente "Con romana volontà - Quando eravamo una maschia gioventù", edito da Marsilio, ricorda l'appuntamento annuale di molti veneziani con i "settembrini", puntuali in laguna per la Mostra del cinema e per la caccia ai gondolieri e ai ragazzotti disponibili.
Il nuovo codice, coi suoi silenzi, induceva le autorità di pubblica sicurezza delle due città d'arte a intervenire sostanzialmente per arginare la prostituzione, alimentata da militari in libera uscita e disoccupati provenienti anche dalla provincia, e le frequenti rapine ai danni di clienti attirati in alberghi compiacenti e poco propensi alle denunce per ovvi motivi di discrezione.
Più complessa era la situazione a Salerno e Catania, accomunate dal passaggio dello stesso solerte funzionario, evidentemente particolarmente "appassionato" della materia. Se la prima risentì semplicemente della dedizione del prefetto, attivissimo nel proporre a Mussolini misure di confino nel nome dell'etica fascista, la seconda lo accolse in modo tale da guastargli il divertimento. Anch'essa tappa storica e letteraria del Grand Tour artistico-erotico sulla via di Taormina, Catania ospitava, caso forse unico nell'Italia dell'epoca, una comunità gay, diremmo oggi noi, organizzata e consapevole, con le sue vie, i suoi luoghi di incontro, i suoi locali, a tutti noti da sempre, e da tutti tollerati.
La stessa polizia annotava che la città contava numerosissimi omosessuali che "vivono la loro condizione a viso aperto, adescando la gioventù in pieno centro e in pieno giorno", senza alcuna vergogna e alcun timore. Fu forse per questo che il capoluogo del gallismo siciliano, lì almeno parzialmente "corrotto", offrì il maggior numero di confinati per pederastia del ventennio fascista, ancora una volta per prostituzione o generici motivi "politici", e non pochi clamorosi processi pubblici per reati di "corruzione morale". Senza tuttavia cedere mai del tutto all'ideologia dell'"uomo nuovo", se è vero come è vero che cinema e locali da ballo non subirono mai l'ordinanza di chiusura.
Ammesso che esista, l'ironia della sorte e della storia gioca un brutto tiro al progetto fascista di un'Italia moralizzata e tutta d'un pezzo. L'omosessualità negata si prende infatti una rivincita clamorosa invadendo i palazzi del potere. "L'uso politico dell'omosessualità" travolge ben due segretari nazionali del Partito nazionale fascista e insidia la posizione di un terzo, arrivando addirittura a minacciare gli equilibri dinastici di casa Savoia.
Certo, nulla di comparabile con l'utilizzo fatto da Hitler dell'accusa veritiera di pederastia per scatenare la "notte dei lunghi coltelli" e liberarsi fisicamente di Rohm e dei suoi. Ma la produzione di fascicoli sulle abitudini particolari, vere o presunte, di gerarchi e principi, pesò non poco sugli equilibri politici italiani nel corso del ventennio. Turati e Giuriati persero in realtà il posto di capi del partito unico e di fiduciari del duce a causa di lotte intestine feroci all'interno del movimento; il primo per i contrasti con Farinacci e l'ala squadrista del fascismo, il secondo per lo scontro con Starace e la reazione dell'apparato a un'opera di pulizia interna che portò alla bellezza di ben 120 mila espulsioni in un anno. Ma entrambi dovettero spendere enormi energie nel fronteggiare uno stillicidio di voci sparse ad arte sulla loro presunta e mai provata inversione sessuale che costò al secondo addirittura il confino a Rodi.
Per contrappasso, lo stesso Starace, affossatore e successore di Giuriati, fu preso di mira dal potente capo della polizia Bocchini, suo acerrimo nemico, che imbastì una micidiale campagna diffamatoria volta a smentire la fama del gerarca sciupafemmine, dipinto da informatori compiacenti come in realtà un pederasta passivo fin dai tempi del collegio. A salvarlo politicamente intervenne personalmente Mussolini, che non credette mai ai rapporti della polizia segreta e confermò il segretario al suo posto per premiarlo della sua obbedienza e lealtà assolute.
Quasi a tutelarsi preventivamente dagli esiti disastrosi che poteva avere lo "jus murmurandi" sulla sua carriera, Starace inscenò una cerimonia grottesca al momento del suo insediamento a palazzo Vidoni: fece bruciare pubblicamente la poltrona utilizzata dai due predecessori perché, come fu scritto all'epoca, "poteva conservare ancora tracce della loro sozzura".
Quanto a casa Savoia, l'accusa di omosessualità fu utilizzata contro due bersagli di primissimo piano: il principe Filippo d'Assia, marito di Mafalda, e l'erede al trono Umberto. Il primo, la cui pederastia veniva data per certa tanto nei rapporti dell'Ovra che della Gestapo, in quanto gerarca nazista fu appositamente scelto dal Fuhrer, e manipolato sotto ricatto, quale suo ambasciatore personale, per potersi inserire come terzo attore nella partita a scacchi fra Mussolini e Vittorio Emanuele III. Il secondo veniva ossessivamente spiato dalla polizia politica per esplicita volontà del duce, con la scusa di proteggerlo, volendo quest'ultimo accumulare materiale da utilizzare per il progetto, continuamente rinviato ma mai abbandonato, di sbarazzarsi della monarchia. Una segnalazione in questo senso fu fatta pervenire alla Casa Reale da Italo Balbo, che era a conoscenza dell'accumularsi di dossier sull'argomento, che Mussolini porterà sempre con sé, fino alla fine, insieme con gli altri.
Le voci sulla presunta doppia vita privata del futuro "re di maggio", di recente prese maggiormente in considerazione dalla storiografia, concernevano relazioni che sarebbero intercorse fin dagli anni giovanili tra Umberto e Luchino Visconti, il pugile Primo Carnera, l'attore francese Jean Marais e numerosi ufficiali dell'esercito, tra cui il futuro partigiano Montanari, che nelle sue memorie racconta delle avances (da lui respinte) ricevute dal principe e pagate con la fine della sua carriera militare.
Illazioni e allusioni rilanciate con ancora maggiore foga dalla propaganda repubblichina di Salò che arrivò a fare riferimento al marito di Maria Josè con l'appellativo di "Stellassa".
Il fallito occultamento dell'omosessualità come variabile rilevante dell'erotismo umano comprova il fallimento dell'edificazione di una nuova antropologia totalitaria. La faticosa e mai conclusa opera di repressione poliziesca perennemente in bilico, quanto a giustificazione, tra la tutela dell'ordine pubblico e la tutela del nuovo ordine politico; la confusione nella rubricazione dei confinati omosessuali tra gli oppositori e i delinquenti; la rinuncia alla definizione di una specifica fattispecie penale nel nuovo codice; la centralità della variabile patologica omosessuale nell'orgia del potere fascista successivamente evocata da Pasolini nel suo "Salò" sono tutti elementi indubitabili della sconfitta di un esperimento che puntava alla sovrapposizione fra etica pubblica e privata e alla programmazione dell'"uomo nuovo" a partire dalla sua intimità.
C'è semmai da rilevare che troppi elementi di quel progetto illiberale, per quanto incompiuto, sopravvivono e condizionano ancora oggi troppi aspetti del dibattito politico e delle scelte legislative in materia di libertà civili e vita privata dei cittadini italiani. Le parole che usano i tanti che ancora oggi propugnano la "difesa della famiglia tradizionale", che vogliono "ispirarsi all'insegnamento della Chiesa cattolica sui temi della vita e della morale", che tentano di imporre una procurata coincidenza tra peccato e reato, che hanno come punto di riferimento ideale non lo "Stato strumento" ma lo "Stato etico", sono le stesse identiche parole. Come a dire che, ora come allora, la difesa della libertà sessuale coincide con la difesa della libertà delle coscienze, con la difesa della libertà politica.

