L'ultimo pomeriggio di Geremy Pounds

- di Giuseppe Pompameo

La vita misteriosa dell'uomo che, dalla spiaggia di Kirkwall, nell'isola scozzese di Mailand, fissava il mare e l'illusione di una nave all'orizzonte.
Impiegato all'Ufficio meteorologico aveva studiato le nuvole. Senza il suo bollettino i pescatori non uscivano per mare. Ma un giorno perse la memoria.
Qui si racconta come perse anche la sua ombra.

Ogni pomeriggio, sull'isola, c'era un'ombra annoiata che se ne stava a guardare un uomo che guardava il mare. L'uomo rimaneva seduto per ore su di una piccola seggiola di legno a fissare, dall'arenile, l'immenso distare che gli si slargava davanti. E quella nave, al largo dei suoi pensieri, che sembrava incollata alla linea dell'orizzonte.
L'uomo si chiamava Geremy Pounds e da lì, in riva al silenzio, non smetteva mai di puntare, con lo sguardo, un tempo infinito, sfinito, senza più parole, senza più lo straccio di un ricordo. Sì, perché mister Pounds, un giorno di tanti anni fa, aveva perso la memoria. Tutta colpa di una misteriosa sindrome di cui soffriva da quand'era ancora ragazzo. Sin da allora era come se si fosse sentito sempre altrove, lontano da sé, quasi avesse avuto due esistenze scisse, parallele. Una reale e, contemporaneamente, da qualche parte, una vita immaginata, fantasticata, con altri luoghi, altri nomi, altre stagioni. A forza di avere un piede di qua e uno di là, il destro dove si trovava e il sinistro dove lo portavano i suoi sogni, alla fine aveva confuso la realtà con l'immaginazione e s'era smarrito. Si era ritrovato senza ricordi, come uno che ha sbattuto la testa contro un muro invisibile: il muro che separa ciò che si ha da ciò che si vorrebbe.
Ogni giorno, mister Pounds, alle tredici in punto, usciva di casa e se ne andava giù, sulla spiaggia di Kirkwall, ad osservare il mare, e quella nave che - maledizione! - pareva appiccicata, come una decalcomania trasparente, ai vetri opachi dei suoi occhi. Da lì attendeva, ostinato, un segnale, un qualsiasi, benedetto segnale da qualche altro lontano. Buone notizie, forse.

Strano tipo, Geremy Pounds, uno che parlava poco e quasi con nessuno, che viveva da solo in un angusto bilocale in fondo al paese, dietro una curva stretta, oltre la quale l'isola svoltava verso l'infinito. Nei giorni di pioggia da casa sua poteva ascoltare il fischio lungo del vento che muoveva il mare, lo ingrossava, fino a nasconderlo dentro un groppo di nuvole basse, in una mischia di cavalloni e schiuma.
A Kirkwall tutti lo conoscevano, ma, allo stesso tempo, chi poteva dire di averlo mai conosciuto davvero? Intabarrato nel suo impermeabile nero fumo, di rado, negli orari più strambi, scendeva in paese a comperare l'indispensabile per sopravvivere, per tirare avanti. Se lo volevi incontrare, dovevi scendere giù, in spiaggia, fra la controra e il tramonto, quando il suo sguardo partiva e non tornava più indietro, fino a sera. Strano tipo d'uomo, mister Pounds. Sull'isola si sussurrava che neppure la sua ombra lo sopportasse, che avesse perfino provato a seminarlo. La sua ombra. Ormai gli stava sempre alla larga, quasi avesse deciso di non appartenergli più. Si raccontava che adesso lo seguisse riluttane, indifferente, come se non volesse avere niente a che fare con le sue amnesie, con le sue manie, con quella curiosa forma di attesa, forse di nostalgia - di cosa, poi? - che lo aveva preso da quando non ricordava più. Nostalgia di cose che lui stesso non sapeva se viste mai, vissute mai, o, piuttosto, dimenticate per sempre, di cui, forse, voleva almeno ritrovare il senso, il sentimento.

Così, ogni pomeriggio, sull'arenile si replicava la solita scena. Se ti fermavi un attimo ad osservare, potevi distinguere, nella foschia, un'ombra annoiata che, alle spalle, da un piccolo pontile affacciato sulla spiaggia, fissava un uomo che fissava il mare. E quella nave là, alla deriva d'una illusione. Una nave che arrivava da lontano, forse da un porto oscuro della memoria, della povera, naufraga memoria di Geremy Pounds, per andare, magari, più lontano dei suoi desideri. Scia bianca, polvere d'acqua, che gli avrebbe portato, fra non molto - perché, diavolo!, prima o dopo avrebbe pur dovuto virare in direzione dell'isola - solo buone notizie, una traccia, un presagio di passato, vero o fantasma che fosse. A Kirkwall nell'isola di Mainland, la principale dell'arcipelago delle Orcadi nel mare del nord, a nord-est della Scozia, le stagioni erano fredde e piovose, quasi sempre senza sole, inghiottite, giorno e notte, da una mano di nebbia che smemorava persino il ricordo del cielo, un cielo d'ovatta, senza misura d'orizzonte. Ma mister Pounds non sembrava far troppo caso a tutto questo. Lui, d'altra parte, di mestiere, sapeva attendere. Già a ventitre anni, appena laureato, incaricato dall'Ufficio meteorologico di Kirkwall, studiava le nuvole. Le seguiva, le scrutava, ne valutava le dimensioni e la distanza dall'isola, ne stabiliva la densità. Al punto che i pescatori delle Orkney non uscivano in mare se prima non ascoltavano, via radio, il suo quotidiano "Bollettino delle nubi".

Dal proprio ufficio, arrampicato su un piccolo promontorio, le chiamava quasi per nome, mentre col cannocchiale scrutava il vuoto. Come un meticoloso ragioniere calcolava in anticipo le traiettorie, a volte regolari, più spesso bizzarre, di quelle forme cangianti che sembravano scivolare su un piano obliquo, trasparente, sospinte dal vento, a tratti impetuoso, che ne frastagliava gli orli, ne sfrangiava l'anima, frantumandole, poi disperdendole.
Ora, però, che era vecchio, neppure le guardava, neppure le riconosceva. Non gli interessava più inseguire il verso dei loro irrequieti destini d'aria, se ritornassero oppure no, laggiù, sulla verticale delle sue solitudini. Niente. L'unica cosa che, adesso, davvero gli importava era una nave al largo, una sagoma sfumata, incollata al panorama. Nave senza nome, né bandiera che - dannazione! - pareva non muoversi più, non avvicinarsi mai.
Che strano tempo, quell'attesa, tempo sospeso della mente, del cuore. Solo nuvole a scomparsa che si impastavano di mare e di nebbia, lungo una traccia sconosciuta di miglia e miglia marine solcate da una luce di vento che non perdonava gli occhi di chi guardava, figurarsi gli occhi umidi, stramaledettamente persi di Geremy Pounds.

Col trascorrere degli anni, ormai stanco di aspettare invano, cominciò a sentisi solo, ad avere, giorno dopo giorno, il sospetto che la sua ombra, ormai troppo più giovane di lui, stesse per abbandonarlo. Finché un pomeriggio di fragrante autunno, di quelli in cui il tramonto arriva presto, che, quando te ne accorgi, è già buio, attraverso la fittissima foschia che smarginava le distanze, si accorse, all'improvviso, che qualcosa era cambiato. La nave delle sue illusioni non c'era più, sparita, magari, chissà, inghiottita anche lei da tutta quella caligine. Al riparo delle sue lenti scure, Geremy comprese tutto, capì che il sipario si stava chiudendo, che non ci sarebbe stato altro finale. Attimo dopo attimo cominciò ad avvertire, per la prima volta in vita sua,il peso insopportabile della vita. Quel pomeriggio qualcuno vide mister Pounds alzarsi, a fatica, dalla seggiola e incamminarsi, i piedi immersi nell'acqua gelida. I passi nudi, i pantaloni arrotolati appena sopra le ginocchia, avanzava lentamente incontro all'infinito, senza più voltarsi indietro. Della sua ombra, nemmeno l'ombra. Lo aveva mollato già da un po', si era staccata da lui, dal suo malfidato destino, andata via per mai più. Ora era davvero solo. Passo dopo passo diventò un puntino piccolo piccolo, seminò, tra sé e l'isola, una distanza incolmabile, definitiva. Magari, pensò, entrando nel sonno liquido dei pesci, avrebbe, prima o poi, raggiunto quella nave senza mondo, mai partita, mai arrivata, forse mai esistita.

L'ultimo pomeriggio di mister Pounds fu un pomerggio come tanti, di nuvole e pioggia, di silenzi dentro cui finalmente perdersi, sparire. Di quelli buoni soltanto per dimenticare o, piuttosto, per essere dimenticati in pace. Fatti apposta per non aspettare più ricordi, nostalgie, per non misurare, smisurare più il tempo dalla distanza dei sogni. Giusto il tempo per accorgerti di avere, lontano, chissà dove, un'ombra ormai troppo più giovane di te, un'ombra perduta di destino, ma col tuo stesso, identico nome.