L'uomo buono di Filicudi

- di Antonio Brundu

I sette mestieri di Nino Triolo, smilzo e operoso, prima di dedicarsi all'agricoltura e al bar di Pecorini a Mare dove servì le prime granite dell'isola.

Nino Triolo, chiamato affettuosamente da tutti "zu Ninu", ci ha lasciati alla soglia dei suoi 89 anni. Era un vero personaggio a Filicudi, noto per la bontà d'animo e il dinamismo che hanno contraddistinto la sua vita nella piccola isola eoliana, dove ha svolto diversi mestieri, ma principalmente l'agricoltore e il barista nel suo "Saloon" di Pecorini a Mare.
Mi vengono alla mente una serie di ricordi della vita trascorsa insieme a Nino Triolo (mio cugino da parte materna), sin dal 1970, quando mi recavo a Filicudi nel mese di settembre o in altre occasioni (avvenimenti, feste, incontri sulle problematiche dell'isola), ospite nella sua abitazione di Pecorini Alto.
Nino tornava a casa verso sera, stanco dopo una lunga giornata di lavoro agricolo. Era magro, smilzo e operoso. Nato a Malfa, nella vicina isola di Salina, nel 1918, si era trasferito a Filicudi nel 1940, dove si trovava il fratello Lorenzo, che svolgeva l'attività di falegname ed era sposato con Linda Andreotti di Roma, il cui padre Pietro (zio di Giulio Andreotti) possedeva, a Pecorini a Mare, un frantoio per la pasta e il grano.
Nel 1941 Nino Triolo si era sposato con Mariannina Rando, dalla quale ha avuto tre figli: Egidio, Maria e Stefano (quest'ultimo emigrato in Australia).

Negli anni '50, insieme al fratello di sua moglie, Nino andò da emigrante in Argentina, dove rimase solo tre anni. Non si sentì di poter rimanere ancora lontano dalle sue isole e così lontano da Filicudi e dalla famiglia.
Una volta tornato, dietro l'insegnamento del fratello Lorenzo, Triolo imparò il mestiere di falegname. Con una popolazione che, all'epoca, contava circa 1.500 abitanti, di lavoro ce n'era a sufficienza. Ma Nino non si limitò a lavorare il legno, si dedicò, con molta laboriosità, alla coltivazione agricola che, sino ad alcuni anni fa, rimase la sua attività preferita, dopo avere svolto, per tanto tempo, ben sette mestieri: falegname, agricoltore, pescatore, saldatore, procaccia postale, barista e "sceccàro" (trasportava merce con l'asino).
Da meno di un ventennio aveva smesso di esercitare questi lavori perché aveva deciso di sfruttare le energie che gli rimanevano nell'attività agricola e nel suo "Saloon" vicino al mare. Fu il primo a portare la granita sull'isola.

La teneva nella cella con il ghiaccio, facendola gustare anche ai primi turisti stranieri (tedeschi, inglesi, francesi e svizzeri) che giunsero a Filicudi dopo la seconda guerra mondiale.
Ricordo che alcuni paesani e i suoi familiari gli dicevano, sempre, che non doveva lavorare così tanto, perché doveva pensare anche alla sua salute. Ma Triolo era fermamente convinto che il suo benessere fisico dipendeva dall'impegno nel lavoro agricolo. E aggiungeva: "Mi sembra male abbandonare la terra". E continuò a prodigarsi nel bar dove era felice di essere sempre a contatto con la gente.
Gli faceva piacere rendersi utile a paesani e turisti che gli hanno voluto sempre bene. Serviva con cortesia, gentilezza e garbo il vino, la malvasia e le bibite, qualcosa da bere all'ombra del suo piccolo, ma accogliente locale.

Nutriva una grande fiducia verso il prossimo e capiva l'animo delle persone. Era molto sensibile e il suo carattere dolce, la sua disponibilità, il suo amore per il lavoro gli valsero la stima e l'affetto di tutti. Nino Triolo è stato e rimarrà sempre il "buono di Filicudi", un uomo di cuore.
Poteva diventare uno dei più ricchi dell'isola, ma rifuggiva dalla speculazione commerciale preferendo mantenere integra la sua vera ricchezza, quella interiore del suo animo semplice.
Per questo Triolo è stato un vero personaggio nella storia e nella cronaca di Filicudi. Rappresentò la tipica gioiosa e faticosa operosità della gente dell'isola.
Lo immaginiamo ancora percorrere, di buon mattino, i sentieri in pietra di Filicudi con il suo viso sorridente, il suo atteggiamento scherzoso e i suoi occhi che sprizzavano mitzza e simpatia. Sulle spalle portava "u zappùni" (la grossa zappa con la quale dissodava la terra per dare vita ai vitigni). Nella vigna produceva barili di vino, facendo tutto da solo e utilizzando l'antico palmento dove pestava l'uva con i piedi.
Era convinto che anche i giovani, un giorno, avrebbero capito quanto il lavoro agricolo sia importante e necessario per trovare il vero benessere e provare una grande soddisfazione nella propria esistenza.