Indice
- Numero 32 - Luglio 2007
- L'Editoriale - Donne di mare
- Il trionfo di Valencia
- Un brutto treno chiamato Capri
- L'anello di nozze di Alfonso Gatto
- Le sirene non sono belle
- Quando Henryk Sienkiewicz scoprì Conca dei Marini
- Curzio Malaparte
- Tre serate di sogno ad Anacapri tra cielo e mare
- La MMM «illumina» Piazza Dei Martiri
- La dea del mare
- L'isola di Marlon
- Quei diecimila chilometri dall'Uruguay all'Italia del "Leone di Caprera"
- Palmaria, la regina fra due paggi marini
- L'uomo che diventò pesce nel mare di Margarita
- Lettera estiva
- Il reporter dell'Isola
L'uomo che diventò pesce nel mare di Margarita
- di Giuseppe Pompameo
La leggenda di Horacio Ortega, nuotatore di fiume, che una tempesta spinse fuori dall'Orinoco, il letto liquido delle sue bracciate da record, facendogli conoscere l'acqua salata e il blu del grande oceano. Il racconto del fratello gemello Felipe a Teresita, la sua donna del cuore. Il mistero di una fotografia.
C'era poco da fare, a sentir Felipe quell'isola incantata a un tiro d'infinito dall'Atlantico sarebbe stata il posto ideale per Horacio. Si chiamava Margarita, terra di sabbia bianca e macamao, dove, aveva sognato Horacio, i sogni diventavano pesci. E da quando la sorte aveva deciso al posto del suo fratello gemello, Felipe Ortega, se n'era definitivamente convinto. Figli di nessuno, adottati da una famiglia di indigeni della regione, erano cresciuti insieme, Horacio e Felipe, come due parentesi tonde di sentinella al tempo, al loro tempo, il fiume.
Fuggiti di casa a neppure quindici anni, prima che arrivasse quel maledetto lunedì, quella croce di vento, avevano vissuto, per altri quindici, su un barcone galleggiante ritinto di verde ancorato, suppergiù, all'inizio del penultimo tratto dell'Orinoco, sulla riva di destra, scendendo verso la foce. Da lì, se ti affacciavi la sera e infiumavi lo sguardo, potevi riconoscere, uno ad uno, i riflessi delle luci dei villaggi addormentati lungo gli argini, riflessi liquidi che, nel buio, galleggiavano su un'acqua scura, di sola andata, che, quando la brezza era buona, ti portava in casa il fiato vasto e nero dell'Oceano.
Horacio ci pensava spesso al mare. Che peccato poterlo soltanto annusare da lontano, perché la strada fino al delta era lunga quell'altro pezzo di fiume che ancora restava.
Si somigliavano come due sputi Felipe e Horacio Ortega, alti e segaligni, la pelle bruciata dal sole, uno, Felipe, capelli neri e incolti, occhi d'acqua dolce, l'altro, Horacio, la testa sempre rasata e lo sguardo febbrile di chi lo sogna, il mare. Horacio, di professione nuotatore di gran fondo, dentro quell'avanzo di Orinoco, di cui suo fratello gemello era il custode, ci stava come a casa. Si allenava per chilometri di ore in quella corrente limacciosa, pensando però sempre a Margarita, laggiù, paradiso d'azzurro in mezzo all'Atlantico. Margarita, terra di palme e d'ombra, dove la fantasia si trasformava in realtà, dove, un giorno, avrebbe finalmente realizzato il proprio sogno, diventare un pesce d'acqua salata.
Essere un bravo nuotatore, ma solo di fiume, era il suo vanto e, insieme, il cruccio più grande che aveva. Il mare, l'acqua salata, segnavano, da sempre, il confine delle sue bracciate. Lo affascinavano, però non li aveva mai conosciuti, lì dentro, ci avrebbe scommesso il destino, si sarebbe sentito perso, eppure felice. Perciò, nello stesso momento, un po' gli piaceva immaginarle, un po' gli mettevano paura, quelle distanze, quel mondo senza misura di sponde, con un solo, infinito lato blu. Chissà se l'avrebbe mai raggiunto...
Fortuna che, poco più in là, c'era Margarita, l'isola del sogno, dove, spente le stelle, il sole ogni mattina ricominciava a indorare le spiagge, le strade di Porlamarra, i colori delle case, le rughe dei vecchi e i sorrisi, senza ritorno, delle femmine.
Felipe ne parlava ancora a tutti di quel suo gemello che come una virgola spezzava il verso della corrente, che, a neanche vent'anni, gli era diventato campione del mondo di nuoto di gran fondo, specialità fiume, naturalmente. Eppure Horacio, che possedeva, eccome, forza fisica e resistenza, non aveva mai avuto, però, abbastanza fegato da prendere il largo, da affrontare il mare. Perché? Perché, prendeva tempo quando qualcuno glielo chiedeva, l'acqua salata, così pesante, non era posto per lui, era come il mondo fuori, senza leggerezza, non sarebbe riuscito a restarle a galla, alla fine lo avrebbe tirato giù.
Horacio e Felipe non si vedevano più da quel pomeriggio in cui "Brontolo" - chiamavano così, con affetto misto a paura, quel tratto di Orinoco - stufo di tanta pioggia e vento, dopo una settimana di pazienza aveva improvvisamente cambiato umore e smarrito, per un secondo, la via per il mare. A Felipe, che una tempesta così proprio non se l'aspettava, non era rimasto neppure il tempo di dare l'allarme, di gridare "aiuto", in fretta e furia aveva trascinato via quel che poteva, prima di fuggire, terrorizzato, verso l'interno. Con due consecutive onde di piena l'acqua aveva travolto tutto, argini, alberi, ponti, imbarcazioni, case, strappato perfino dal piccolo molo degli Ortega la bandiera rossa che avvertiva "pericolo" e l'ombra ritinta di verde del barcone, attraccata lì da anni. Anche quel giorno Horacio si stava allenando. All'inizio si accorse di niente e continuò a nuotare, senza mai voltarsi indietro. Nemmeno capì cosa stesse per succedere.
Gli parve solo un po' strano che, nel frattempo, "Brontolo" fosse tanto inquieto, avesse preso a gonfiarsi, a invorticarsi smanioso. Ora Felipe, quasi fosse una cantilena, un'ossessione, andava raccontando in giro che, dal giorno in cui l'Orinoco, per via di quel maledetto aliseo, s'era rivoltato come un fazzoletto bianco di schiuma e sassi, nessuno aveva più saputo nulla del suo gemello. Per settimane avevano provato a cercarlo, a dragare quel tratto di fiume, fin giù al delta, dove cominciava il mare, ma di lui nessuna traccia, nemmeno più l'eco delle sue virate. Sparito.
In realtà Horacio, Horacio Ortega, no, non era morto, macché, era ancora vivo. Solo che adesso scorrazzava nell'oceano, finalmente libero dalle sue paure, dalle sue malinconie, portato fin là da quell'acqua verde buio di cui, forse, non si era fidato invano. Chissà che proprio "Brontolo", quel pomeriggio, non lo avesse convinto, seppur con le cattive, a toccare il mare, ad arrivare fino a Margarita, dove i sogni d'acqua dolce diventavano pesci d'acqua salata.
Certi giorni tersi, in cui davanti agli occhi si spalancava, come una promessa d'infinito, la linea dell'orizzonte, a Felipe gli sembrava di vederlo, Horacio, l'Atlantico davanti, che si sfiniva di felicità, non si stancava mai, che si allenava con correnti più forti, onde più alte, pesce in mezzo a pesci mai conosciuti prima, per provare a diventare, pure lì, il più bravo di tutti. E a un certo punto del racconto Felipe tirava fuori dalla tasca, puntuale come un sogno ad orologeria, la solita, sfocata istantanea in bianco e nero. Quel pomeriggio la mostrò di nuovo a Teresita, la sua amica del cuore. Chi meglio di lei poteva capire? "Lo vedi? - fece, sicuro. - Guarda qui, guarda bene, Teresita, questo qui che nuota dove finisce l'isola, lo vedi?, è proprio lui, è Horacio. Sono arrivato fin là, ho aspettato per giorni sulla mia barca, prima di vederlo passare, di fotografarlo! Guarda che bracc... uhm... cioè che pinna... dio che agilità, che velocità che c'ha! hai visto!? proprio un vero pesce! Hai visto, Teresita, com'è libero, felice, ora!?".
E le si rivolse di scatto, come a cercare uno cenno d'assenso, uno straccio di conferma. Con l'indice della mano destra continuava ad indicare quel punto nella foto, un punto vago, al largo, dove non c'era che acqua, un'onda che cavalcava un'onda, e basta, dove nuotava nessuno, passava nessuno, nemmeno l'ombra in fuga d'un pesce a confondere gli occhi. Nulla. Alla fine, di fronte all'insistenza di Felipe, a Teresita, come al solito, non restò che abbozzare, imbarazzata, far segno di sì con la testa. "Eccolo, eccolo qua... adesso sì, lo vedo bene...!". E, nel dir questo, puntò un dettaglio, uno qualunque, uno spazio bianco nella foto. Per un istante, Felipe e Teresita si guardarono fisso negli occhi, complici della medesima illusione. Finiva sempre così. Ogni volta la donna faceva finta di aver visto tutto, di aver riconosciuto la sagoma di quella strana specie di pesce che sfidava la corrente. Finché, a poco a poco, anche lei cominciò a convincersi che era tutto vero. Tanto, non costava niente, e poi, in fondo, era così bello crederci... Margarita, latitudine di sogno, dove i sogni diventavano pesci.

