L'uomo che raccontava la vita del Giglio

- di Giuseppe Ulivi

Seduto a un tavolo di noce davanti al suo albergo e guardando il mare, Demo Cavero è stato il principe narrante dell'isola. L'omaggio del figlio Renato, vicesindaco spendaccione. I colori del nipote Giovanni in una cantina trasformata in galleria d'arte.

E se sia stato il vecchio Demo Cavero a ispirare "Le novelle toscane" di Ferdinando Paolieri, scrittore che dovremmo rileggere tanto è scorrevole e limpido, novelle da bersi tutto d'un fiato? Demo Cavero è stato il principe della giovialità, dell'accoglienza, del profumo dell'ospitalità all'Isola del Giglio. Lo ricordo seduto a un tavolo di noce davanti al suo albergo "La Pergola", l'unico del tempo, all'ombra di una gaggia. L'albergo era come un convento gioioso, le camerette allineate sul mare, i portali di granito, la pergola di ansonico gigliese, vitigno antico e splendido. Demo il patriarca, seduto di fronte al mare che carezzava languidamente la battigia appena davanti, era uomo sereno e sorridente che amava conversare con me giovincello, appena uscito dal liceo. Aveva una predilezione, una voglia, una magìa nel raccontare le cose, fatti accaduti chissà quanti anni prima, avventure e storie di caccia e di pesca, forse un po' romanzate. Era un uomo narrante, Demo Cavero, Raccontava di principi e di conti che avevano alloggiato nel suo albergo. Raccontava dei mesi di ottobre e novembre e della caccia alle beccacce, ai colombacci, ai tordi. Raccontava dei marinai del continente che giungevano al Giglio, uomini poveri ma tenaci, costretti ai remi quando le vele erano in candela, senza una bava di vento. Raccontava del baratto di quei tempi.
I marinai portavano un poco di cibo e si prendevano in cambio molta uva e un po' di vino. Andavano e venivano da Civitavecchia e da Camogli. Raccontava, il vecchio Demo, di quei legni di Camogli che era i leudi, belle barche con la pancia avida che non navigano più, ferme nei musei del mare.
Demo Cavero aveva tanti figli, tutti bravi ragazzi, e poi gran signori da adulti. Tra di loro, Renato che costruì un albergo in onore del padre e lo chiamo "Demo's", meno romantico de "La Pergola", moderno. Renato lo conosco da quand'ero bambino. Frequentavamo il Castello, e lui era un piccolo personaggio perché era figlio di Demo. A metà degli anni Cinquanta, divenni sindaco dell'Isola del Giglio e Renato fu il vicesindaco. Bravo, ma un po' spendaccione. Lo strillavo sempre ricordandogli che eravamo un Comune molto povero. Al "Demo's" celebrammo la prima edizione del premio "Guglielmo Marconi" inventato lì per lì, contraltare del "Premio Italia" col quale la Rai si autocelebrava a Capri. Ricordo con orgoglio le personalità che accettarono di far parte della giuria: Carlo Bo, Enrico Emanuelli, Achille Campanile, Carlo Cassola, Enzo Biagi, Giuseppe Chiarini, Giuliano Gramigna, Emilio Servadio e Guido Guarda che fu il segretario generale e ilo coordinatore del Premio.
Oggi, splendido rappresentante della terza generazione dei Cavero è Giovanni, giovane e un po' sfaccendato pittore. Dipinge, scolpisce e fa ceramiche. Fa l'artista. E si comporta con la stravaganza degli artisti: una volta ti abbraccia, un'altra volta neanche si accorge di te. Ha una galleria a Giglio Porto, la "Bassoapprua". Tema obbligato il mare. Barche che infondono una voglia di meditazione e di serenità, così equilibrate cromaticamente da trasmettere un fascinoso rilassamento interiore. E poi danze di polpi teneri e tenebrosi insieme. E le aguglie che sembran vive sulla tela: eccole che avvertono l'agguato della ricciola, intuiscono il momento dell'attacco imminente e fuggono. Nella fuga, attonite e stordite, s'intrecciano tra loro, si avvinghiano, si confondono. Da legni incastrati negli scogli, levigati dalla forza del mare, contorti e surreali, nascono figure umane tese alla vita o al vissuto della vita come ne "La metamorfosi".
Giovanni Cavero dà respiro a cose inerti. Le umanizza. Ha studiato a Firenze e a Roma. Certe cose gliele ha insegnate Bruno Morini, giornalista e critico d'arte del vecchio e glorioso "Giornale d'Italia", quando finiva il lavoro in redazione. Cocci, legni, vetri, acquarelli, litografie sono il tesoro di poesia e suggestione di "Bassoapprua", una cantina de "La Pergola", l'albergo di nonno Demo.