Indice
- Numero 38 - Giugno 2008
- L'Editoriale - Il mare di giugno
- E La Chiamano Estate
- Ischia, film e musica
- Napoli al tempo delle sciantose
- Quando Amalfi inventò il codice marittimo
- Vittorio "Aumm Aumm" personaggio insostituibile
- Uno scheletro affascinante nell'Arsenale di Venezia
- La Carta di Montecristo
- A Itaca dove Odisseo è proprio nessuno
- Le più belle spiagge del mondo scoperte da un veneto a Camocin
- Un giorno a Nantucket
- Splendori e decadenza dell'Atene dell'Adriatico
- L'Isola del Tesoro
- Quel sismometro naturale davanti al porto di Pozzuoli
- Il prigioniero di Ponza
- L'Elba degli anni Trenta nel diario di un turista tedesco
- La bottiglia blu
- Capri proietta la sua leggenda
- Il reporter dell'Isola
La bottiglia blu
- di Giuseppe Pompameo
Quando la stappò, un profumo di glicini e viole si sparse nella stanza e Leo annusò l'odore dei suoi vent'anni. Si affacciò alla finestra che guardava al mare d'Ischia e andò sulle rotte dei ricordi.
Si fermò a una annata felice, il 1973. Un'altra casa, poco distante, una strada, un nome, una ragazza ed era primavera. Il richiamo alla realtà. L'ultima immagine: le lampare delle barche perse nella bonaccia di una notte serena.
L'uomo stappò la bottiglia ed annusò l'odore dei suoi vent'anni. Un profumo di glicini e viole si liberò nella stanza che guardava a vista il mare.
Mancava un quarto alle dieci. Il bicchiere sul davanzale segnava il labile confine tra il riverbero della luna e la macchia di luce proiettata dalla lampada sul tavolino. Poco più giù le rocce a picco sulla stretta insenatura, nascosta al porto di Casamicciola da un gomito di scogliera.
Ischia, quella sera, aveva ore lunghe e silenzi complici, i silenzi che hanno le isole quando aspettano la notte, l'ombra di se stesse che si stacca dall'acqua e lentamente annega nel tempo buio della mezzanotte.
Dalla sua finestra, affacciata come l'oblò di una nave, sulla rotta dei ricordi, gli sembrava di navigar lontano, quasi che l'isola fosse all'improvviso diventata un transatlantico senza meta diretto al largo del presente. Leo aveva decine di quelle bottiglie blu da un litro d'aria. In ognuna, con tanto di etichetta, c'erano gli aromi, le essenze della sua gioventù, della vita che era stata. Gli amori, uno a uno, i sogni, le illusioni, grandi e piccoli dolori, i giochi, quelle mattine spettinate dal vento sulla spiaggia di San Francesco, i pomeriggi al porto, a inseguire le scie dei vaporetti, e poi le sere di fine primavera, le notti d'estate, lucciole e comete.
Per anni era stato attento a conservare tutto, sottovuoto, l'attesa di un momento, uno scorcio d'emozione, le sensazioni, tutto. Aveva forse la più singolare collezione di ricordi al mondo, Leo.
Abitava in quella casa da quand'era sposato con Matilde. Aveva scelto Ischia per mettere il mare tra sé e la città, per restarsene lontano dal traffico, dalla mal'aria, dal tempo che, laggiù, per lui correva fin troppo veloce.
Ischia, l'isola dei genitori, dei nonni, dove era nato, cresciuto, prima di diventare architetto e trovar lavoro a Napoli. Eppure, da quando viveva lì, spesso si sentiva con un naufrago del suo passato. Certe sere, una sorda malinconia, una latitudine di nostalgia, gli attraversava i pensieri, lo prendeva alla gola. Già, si sentiva proprio una singolare specie di naufrago che avrebbe voluto lasciare il più presto possibile quel posto, partire, destinazione passato, guadagnarsi per sempre la deriva, per guardare da lontano com'erano diversi, un giorno, tutti e due, lui e la sua isola.
E allora, ogni volta che si sentiva giù andava di là, nello studio, via un sughero e, oplà, il gioco era fatto. Come d'incanto - l'olfatto, si sa, è il più veloce dei sensi - ritornava a quegli istanti, ne respirava, con gusto, la libertà, l'incosciente felicità, la leggerezza che adesso il suo tempo non aveva più.
Quando quella sera, chiuso in camera, la moglie e i due bambini in salotto a preparare l'albero di Natale, scelse l'"Annata '73", la sua preferita, non pensò a niente di particolare, aspettò solo che quell'elisir di glicini e viole riempisse di sé la stanza, lo inebriasse fino a stordirlo, lo riportasse indietro.
Un'altra casa, poco distante, al centro del paese, una strada, un nome, una ragazza, primavera, le ore che volavano veloci, come uccelli senza ritorno, un'ansia di vita che non aspettava mai, da divorarne cento di vite. Chissà perché quell'odore di lontano gli diede per un attimo alla testa, lo stranì, mentre gli schiariva nitide, nella mente, le immagini di un tempo che adesso non c'era più, svanito, come un sogno fatto ad occhi aperti in un cono d'ombra della memoria.
Ora dalla finestra poteva vedere le luci quiete che punteggiavano l'isola, quel brillìo indolente di solitudini sospese al filo teso della notte, e poi, di fronte, il mare, un'immensa distesa d'inchiostro intinta dal bianco pallido della luna. Al largo, due o tre lampare perse nella bonaccia, nella calma piatta d'una sera di dicembre che prometteva sereno per l'indomani. "Caro !?" dal tinello la voce di Matilde lo fece di colpo ritornare in sé. Il presente lo reclamava con urgenza. Non era più tempo... Tappò furtivamente la bottiglia "Annata '73", assicurandosi che fosse ben chiusa. Senza guardare, con un gesto automatico, la ripose nella bacheca del mobile a muro, accanto alle altre. "Vengo, vengo" bisbigliò, più che per rispondere alla moglie, per convincere se stesso che era tutto finito, passato, un'altra volta dimenticato. Un ultimo sorso di whisky. Lasciò il bicchiere sulla scrivania, spense la luce e tornò di là, alla sua vita.
Nello studio, un ragazzo di vent'anni, i capelli lunghi e i suoi stessi occhi, spalancò la finestra e da una sera di primavera, il mondo come un oceano davanti, si affacciò ad immaginare il futuro.

