Indice
- Numero 46 - Luglio 2009
- L'Editoriale - Labbra rosse
- 60 milioni di brava gente
- I sette mari sono settantuno
- Il mare bianco di Anacapri
- Il mare in sei stanze
- Kamaran, un paradiso a portata di mano
- Quando a Ravello arrivò Greta Garbo
- I viziosi festini di herr Allers a Capri
- Una vedova affascinante in mezzo all'Atlantico
- Il teatro greco a Velia
- Il magnifico Borbone del Borgo Marinari
- Una storia d'amore all'origine dell'oro rosso
- La Buca di Bacco a Positano ai tempi di Steinbeck
- I bambini del vulcano
- Pianosa, da Diomede al colonnello Gheddafi
- Il reporter dell'Isola
La Buca di Bacco a Positano ai tempi di Steinbeck
- di Vito Pinto
Illustri e golosi viaggiatori in Costiera. Lo scrittore prediligeva la pasta e fagioli, Onassis amava il risotto alla pescatore. I gelati al limone di Grace Kelly. I gusti semplici di Vittorio De Sica: spaghetti al pomodoro col basilico di Positano. I duetti fra Totò e il maitre Cesare Feraboli. La cucina di Geraldina
per Eduardo De Filippo. Nel ristorante di Vincenzo Porpora, Paolo Panelli si industriava in cucina e Sergio Leone vi arrivava sbarcando dal "Cianciolohaus".
Quasimodo alla Caravella di Franchino Dipino ad Amalfi per gli scialatielli ai frutti di mare.
Era una limpida sera di gennaio del 1966 quando il Premio Nobel Salvatore Quasimodo giunse ad Amalfi, su invito di Giuseppe Liuccio, da alcuni mesi presidente della locale Azienda di soggiorno e turismo: era andato a prenderlo, nel pomeriggio, alla stazione di Napoli-Mergellina, insieme a Mario Stefanile ed Alberto Marotta.
Dopo i convenevoli, "pellegrinaggio del gusto" al mitico "Scaturchio" per una "scrocchiante" sfogliatella, poi il viaggio verso Amalfi, attraverso i poco frequentati, ma incantevoli tornanti di Agerola. Sosta nella piazzetta antistante e quindi la salita in ascensore verso l'ormai scomparso Hotel Cappuccini.
"Alla reception - ricorda Liuccio ci aspettavano don Peppino Aielli con la signora Anna" la quale, con la garbata signorilità di sempre, accolse Quasimodo con un "Benvenuto nella nostra città e nella mia casa". Quasi di getto, il poeta rispose: "Sono a casa mia, signora. Questo è il Sud, il mio Sud. Qui respiro aria e profumi della mia Sicilia".
Prima di salire in camera volle fare un giro sull'ampio terrazzo che affacciava sulla rada dove "le vele cortesi della Repubblica, 'tavole' di paziente e antica civiltà, battono ancora visibili-invisibili nelle ore di vento del piccolo porto", scriverà il poeta nel suo "Elogio di Amalfi". Quindi ammirò "i fiori gialli del trifoglio già aperti nel gennaio", si incantò ai terrazzamenti di limoni, ne colse uno, ne "ferì la corteccia con l'unghia", ne aspirò il profumo e sospirò:
"Odore di infanzia siciliana". In quei giorni Quasimodo ebbe modo anche di assaporare la cucina amalfitana, alla Caravella, allora poco più di una trattoria a ridosso degli Antichi Arsenali della Repubblica. Proprietario era Franchino Dipino, al quale il Nobel subito affibbiò il nomignolo di "Saraceno" per quei suoi capelli corti e crespi, la carnagione scura, l'occhio vivace. Quasi cronaca di un evento, Liuccio scriverà:
"Mangiammo benissimo, scialatielli ai frutti di mare e grigliata di pesce". Per il vino il poeta volle il Gran Caruso di Ravello, per averlo gradito una volta a Milano. Per dessert arrivò il soufflé di limone, alla cui fumante apparizione, illuminato in viso da un sorriso, Quasimodo esclamò: "E' il sole nel piatto".
Una volta Franchino gli disse di aver preparato pasta e patate e il poeta di rimando: "Che delizia, da un sacco di tempo che non la mangio". Alla Caravella, anzi dal "Saraceno" il poeta ci tornò varie volte e volentieri, quasi sino all'ultimo giorno della sua vita, fermatasi in una stanza dell'Hotel Cappuccini.
E Quasimodo sta ad Amalfi come John Steinbeck sta a Positano. Con la moglie Elaine lo scrittore e Premio Nobel americano prendeva alloggio in una camera sopra la bottega del calzolaio Nicolino Mascolo, sulla scala dei leoni, allora dependance della mitica "Buca di Bacco", con l'insostituibile maitre Cesare Feraboli. Ricorda Carola Lauro, amica di famiglia: "Dal balconcino seguiva la vita di spiaggia: i pescatori che rammagliavano le reti, i bambini che giocavano, le donne che chiacchieravano a gruppi, i pochi turisti distesi al sole di primavera". Steinbeck mangiava alla "Buca" e prediligeva la pasta e fagioli. Ma soprattutto amava mangiare con il personale perché, sosteneva e non a torto: "Quanto di casareccio si prepara per il personale ha un altro gusto".
Altro americano a Positano era Ernest Hemingway, che sceglieva cibi azzeccosi, proprio per poterci incollare grossi bicchieri di whisky, consumati anche da quell'italiano americanizzato giornalista della Rai che era Ruggero Orlando. Appassionato giocatore di scopone, bevitore di vino e whisky, Orlando alle "cinque della sera", si trasformava in un perfetto mister inglese e guai a non portargli un the bollente corretto al rum.
Giocatore di scopone era anche Eduardo De Filippo, grande sfruculiatore durante le interminabili partite notturne. Eduardo a Positano aveva scritto "Il figlio di Pulcinella" e, quindici anni dopo, "Gli esami non finiscono mai". Il primo lavoro aveva visto la luce a casa dell'amico ingegnere Giulio Mascolo. Il secondo lavoro fu terminato nel 1973 all'Hotel San Pietro di Carlino Cinque.
Eduardo si alzava presto e alle 6,30 "dopo una frettolosa tazza di caffè - ricordava Isabella Quarantotti De Filippo - era già al lavoro. Si interrompeva solo per gustare gli inimitabili pranzi cucinati da Geraldina, una delle più brave e geniali cuoche di casa privata". A sera Eduardo e la signora Isabella andavano a cena in uno dei tanti ristorantini del paese, dove incontrava gli amici positanesi. Quando andava alla Buca, non dimenticava mai di passare dalla cucina per salutare la signora Maria Rispoli. Un giorno, dall'America, al proprietario della Buca arrivò una cartolina:
"Qui si sta veramente bene, se ci fossi tu e il tuo ristorante. Eduardo".
Dal canto suo la signora Isabella, durante le ore di lavoro del marito, andava spesso a pesca con Ciccillo Mascolo, figlio di Enrico, uno straordinario artigiano che confezionava sandali. "Non sono mai riuscita ad eguagliare il mio maestro, - ricordava - ma ero diventata una discreta pescatrice; certe volte portavamo le aguglie dal Caporale (altro noto ristorante di Positano - ndr) e le mangiavamo tutti insieme, fritte. La bella e simpatica moglie del Caporale, le cucinava molto bene: croccanti e dorate fuori e succose dentro". Alla Buca, sempre più "in" nel corso degli anni, giunse anche Jacqueline Kennedy per un obbligato passaggio. La first lady americana chiese a Feraboli di cantargli "Ciao, ciao, bambina", ma stonato com'era, Cesare non si avventurò in simile impresa, chiedendone, invece, l'esecuzione al grande Marino Barreto Jr, che, di sera, suonava in quel locale. E fu una cantata generale, anche dei muscolosi g-man di scorta.
Non con Jaqueline, ma con la prima moglie Tina Livanos a Positano arrivò, più di una volta, anche Aristotele Onassis, a bordo del "Cristina". Il grande Ari si faceva portare a terra e, appena sbarcato, cominciava a gridare "Sisar (Cesare - ndr), prepara il solito": un risotto alla pescatora, trancia di dentice alla griglia ed un dolce della signora Maria. "Onassis - diceva Feraboli - amava il rosso di Furore, che bisognava mandare a prendere in fretta e furia con un taxi da un contadino che lo faceva per uso proprio". Ma come si faceva a dire di no a cotanto personaggio? Un giorno arrivò a Positano anche il Principe Ranieri di Monaco con la moglie Grace e i due figli, Carolina e Andrea. Li ricevette il professore Giuseppe Vespoli, sindaco dell'epoca, che li portò alla Buca per un drink: con rammarico non poteva fermarsi a cena per precedenti impegni. Ai due bambini furono offerti gelati al limone che la Principessa Grace trovò di "gusto eccellente".
In questo panorama di "gente bella" non poteva mancare il Principe di fatto e della risata, Antonio de Curtis. "Il principe mi faceva soffrire - ricordava Cesare Feraboli - perché non mi dava mai soddisfazione sul menù che gli proponevo e che accettava senza riserve." Però, quando andava via, sempre, ad alta voce in modo che tutti potessero sentire, il grande Totò diceva "Cesare, sei il migliore d'Italia".
Pur avendo solo una "sua casa in fitto", Vittorio De Sica andava a Positano quasi ogni fine settimana, frequentando la Buca. Diceva:
"Cesare, desidero mangiare sempre uno spaghetto al pomodoro con basilico di Positano e le alici in tortiera con un buon bicchiere di bianco. Quando mi vedi non chiedermi, perché già sai. E ... guai a te se sbagli", accompagnando l'avvertimento con un grande abbraccio.
Spesso De Sica frequentava anche un altro ristorantino, quello di Vincenzo Porpora, che da commerciante di alimentari, consigliando a destra e a manca "quattro spaghetti sciuè-sciuè", si era trasformato in ristoratore mettendo su la più divertente trattoria della regione. L'insegna era inequivocabile: "Da Vincenzo, cucina casareccia".
In un articolo di alcuni anni fa, il compianto Luca Vespoli scriveva:
"Si faceva aiutare da tutti in cucina. Paolo Panelli, per esempio, mandava la moglie Bice e la figlia Alessandra al mare e si metteva con Vincenzo all'altro lato della strada, vicino alla fontanina pubblica a pulire e lavare fagiolini, patate, peperoni, lanciando, nel contempo, frecciate simpatiche all'indirizzo degli increduli passanti. La stessa cosa avveniva con Sergio Leone, il quale, lasciata la famiglia a bordo del "Cianciolo-haus", si inerpicava per la scalinata sino al locale di Vincenzo. Ma il divertimento era quando Vittorio de Sica si faceva raccontare da Vincenzo come preparare la pasta con le zucchine". Iniziava: "Caro di De Sica, innanzitutto bisogna prendere l'olio Bertollo..." e qui il grande attore campano si sbellicava dalle risa.
Oggi in quella "locanda" c'è il figlio di Vincenzo, Giosué, il quale saluta tutti gli ospiti con un rintocco argentino dell'antica campanella da cucina del padre, fatto seguire da una frase ormai diventata caratteristica: "Viva le donne".

