Indice
- Numero 51 - Maggio 2010
- L'Editoriale - La festa delle rose
- La nazione arcobaleno
- Las Vegas, buon compleanno
- La vita errabonda del dandy che moŕ a Capri
- Una nuotata indimenticabile nella Grotta Azzurra
- Quell'unica gita a Capri di Rea con Sophia Loren
- I giocolieri del vento vanto di Cava de' Tirreni
- Le magie dell'andaluso che dimoṛ a Venezia
- Com'era allegra Napoli al tempo del petisso
- Quando i casali punteggiavano la piana di Sorrento
- Arriva un'altra estate con pinne, fucili e occhiali
- La costa del Vesuvio meta dei vip dell'Antica Roma
- Il ponte migratorio fra le Eolie e l'Australia
- Quelle bare del Ghana a forma di elefante
- L'isola di Rosa
- L'eterna sfida del cuoco prestigioso
- Quel mare rosso sangue
- Un amore a Procida
- Il reporter dell'Isola
La costa del Vesuvio meta dei vip dell'Antica Roma
- di Peppe Iannicelli
Le falde meridionali del vulcano erano un luogo ameno che attrasse i potenti e i facoltosi della città caput mundi.
Sorsero porti turistici, stabilimenti termali, anfiteatri e teatri, ville. Le quattro cittadine di grande splendore: Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia. L'eruzione del 79 dopo Cristo cancellò un panorama di luoghi incantevoli e un patrocinio d'arte. Oggi gli enormi agglomerati urbani deturpano la riviera che fu luogo di delizie dell'impero romano.
Di solito, quando prendo il largo guardo raramente la costa che mi sto lasciando alle spalle. Io e i miei compagni di viaggio siamo concentrati piuttosto sulla meta che sul punto di partenza. Quando poi il programma prevede u na piccola crociera a Capri è quasi impossibile, partendo da Napoli, distogliere lo sguardo dall'isola azzurra. L'ultima vol ta però -mentre navigavamo verso l'isola cara all'imperatore Tiberio - mi sono distratto e mi sono accorto di un altro panorama altrettanto meraviglioso al quale avevo sempre rivolto le spalle: la costa del Vesuvio.
La montagna di lava incombe solenne sul golfo di Napoli e l'enorme agglomerato urbano ti lascia senza respiro. Un 'unica sequenza di case accatastate l'una sull'altra senza nessun riguardo per l'ambiente, il decoro urbanistico, la qualità della vita. Case che si arrampicano sulle pendici dello Sterminator Vesevo, quasi a volerne esorcizzare l'inevitabile eruzione. E poi anche qualche discarica di rifiuti che proprio non si sapeva dove mettere. Eppure quel panorama mi ha incantato e lasciato senza respiro. Nonostante la brutalità dell'uomo, quella costa e il vulcano che la dominano quasi mi commuovono. Ho richiamato l'attenzione dei miei compagni di viaggio. Gli ho chiesto d'invertire la rotta, di fermare la barca e di contemplare il Vesuvio che precipita verso il mare. All'inizio mi hanno dato del matto da legare, novello Ulisse, all'albero maestro. Poi hanno guardato un po' meglio anche loro e sono riaffiorati alla mente i testi e le gite scolastiche.
Fino all'anno 79 dopo Cristo, le falde meridionali del Vesuvio erano un luogo ameno e incantevole, molto apprezzato dai romani più facoltosi e dai potenti esponenti dell'aristocrazia, dell'esercito, della stessa casa imperiale. Il tremendo vulcano si adagiava dolcemente sulle rive del Golfo di Napoli, la terra delle sue pendici era prospera e generosa di frutta e verdure prelibate, il sottosuolo ricco d'acque termali benefiche, i boschi pullulavano d'animali.
Il vasto comprensorio comprendente Oplonti, Stabia, Ercolano e Pompei era, inoltre, molto vicino e ben collegato a Roma Caput Mundi, la città più potente del più potente impero dell'antichità.
Le caratteristiche geografiche, ambientali e logistiche avevano fatto diventare, tra la fine dell'era repubblicana e l'inizio di quell'imperiale, la Costa del Vesuvio una delle mete più ambite per i vip dell'impero favorendone lo sviluppo urbanistico, strutturale e demografico. In pochi decenni furono realizzati, per assecondare i desideri di coloro che potevano permetterselo e volevano vivere e soggiornare all'ombra del Vesuvio, porti turistici e commerciali all'avanguardia, grandi stabilimenti termali, imponenti anfiteatri per spettacoli gladiatorii, teatri per rappresentazioni tragiche, comiche e mimiche, ville di straordinaria ricchezza ed ancora depositi e mercati ricchi d'ogni ben di Dio.
A Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia non mancava davvero nulla per essere felici. Nel periodo di massimo splendore, la Costa del Vesuvio ispirava al resto dell'Impero un vero e proprio stile di vita all'insegna dell'agio, dell'ozio assorto e meditativo, dell'opulenza, della voglia di assaporare tutte le delizie della natura e della vita. Nelle sontuose ville, arricchite da mosaici e decorazioni fantastici, i ricchi romani cercavano il benessere del corpo e della mente, le donne erano addobbate da gioielli mai visti prima d'ora, sulle mense i commensali, distesi sui triclini, gustavano pietanze gustose provenienti dalle campagne del circondario; di Pompei, in particolare, era famoso allora come oggi lo spumeggiante vino prodotto a mezza collina.
Le terme e gli anfiteatri erano sempre frequentatissimi. A Pompei andavano in scena le commedie e le tragedie più alla moda, combattevano i gladiatori più celebri. Il Foro, vero e proprio cuore pulsante della vita commerciale, politica e religiosa era un crocevia d'affari, lingue, monete, grida, profumi, colori. Pompei, insomma, era all'avanguardia e il suo stile di vita poteva anche primeggiare con quello di Roma metropoli imperiale sempre più soffocata e resa invivibile dalla sovrappopolazione e dal traffico caotico.
La devastante eruzione del Vesuvio troncò brutalmente quest'incantesimo, cancellando dalla faccia della terra le incantevoli cittadine ed i loro abitanti. Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti furono travolte dalla furia della natura alla fine d'Agosto del 79 d.c. Il Vulcano, al quale le città dovevano la propria ricchezza ed il proprio fascino, non ebbe alcun riguardo nel distruggere quanto l'uomo aveva costruito alle sue pendici. La lava incendiò le case, la cenere soffocò coloro che cercavano disperatamente la fuga, il fango sommerse le strade, le piazze, i porti.
Furono distrutte le coltivazioni ed i depositi. Morirono migliaia di persone colte nel sonno o falciate mentre tentavano una fuga impossibile e disperata.
Quando il Vulcano si placò c'era un gran silenzio lungo la Costa del Vesuvio. I pochi sopravvissuti non riuscivano a credere a tanta devastazione e i soccorritori giunsero, quando ormai tutto era finito: Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti erano state inghiottite dalla terra, non esistevano più. I teatri, le terme, i templi, le ville, tutto sommerso dal Vulcano che, dopo l'eruzione, placidamente aveva ripreso a dominare il golfo di Napoli.
Per secoli e secoli delle opulente cittadine romane dell'ozio e dei piaceri sopravvisse un ricordo sempre più sbiadito.
Come credere che nelle campagne vesuviane, in alcune zone diven tate addirittura paludose, avessero potuto prosperare città tanto ricche e tanto belle? C'erano però i racconti degli storici. Pompei non è Atlantide della quale l'unica cosa certa è il mito. Pompei e le cittadine vesuviane erano realmente esistite. Per un "miracolo natu-rale" continuavano a vivere sotto la coltre di fango, cenere, terra, erba ed alberi che il tempo vi aveva deposto sopra. Furono i Borboni ad avviare nel 1748 le prima campagne di scavo archeologico che continuano ancora oggi. In venticinque decenni è stata riportata alla luce circa la metà di Pompei e frammenti ancora più esigui di E rcolano, Oplonti, Stabia. Il sottosuolo vesuviano cela ancora tesori e segreti di straordinaria importanza.
L'area archeologica d'Oplonti è cominciata a riaffiorare nel 1964. Gli scavi hanno riportato alla luce uno stabilimento termale, una villa rustica attribuita a Crassius Tertius e la villa di Poppea l'unica attualmente aperta al pubblico e visitabile. La villa apparteneva alla famiglia imperiale e fu frequentata dalla seconda moglie dell'imperatore Nerone, Poppea Sabina. Le lussuose decorazioni alle pareti, le statue e la magnifica struttura dell'edificio testimoniano quanto la zona vesuviana fosse gradita alla famiglia imperiale ed ai potenti romani per la qualità del clima ed il benessere esistenziale.
A Pompei, una delle aree archeologiche più frequentate del mondo, è possibile compiere un vero e proprio salto indietro nel tempo. La natura che l'aveva sommersa, ha preservato la città dalla rovina. Le strade sono intatte con i loro marciapiedi altissimi ad impedire gli investimenti da parte di carri sferraglianti, i negozi sono ancora pronti ad accogliere le merci più pregiate, l'anfiteatro e il teatro hanno ricominciato ad ospitare gli spettacoli, le colonne dei templi s'innalzano ancora verso il cielo in onore d'Apollo, Iside, Giove, Giunone e Minerva. Ma la cosa più sorprendente sono le case delle quali possiamo diventare ospiti extratemporali; degli abitanti conserviamo i calchi inquietanti di gesso che perpetuano l'immane sciagura, delle mura conserviamo gli affreschi ed i mosaici che ci hanno permesso di ricostruirne la vita e di dargli un nome: la casa del Fauno, del Menandro, dei Vettii con le sue risatine priapiche, dei Misteri che celebrano il culto dionisiaco. Il tempo di Pompei è un tempo senza tempo, le strade di Pompei sono quelle dell'uomo e di una civiltà che continua a stupirci ogni giorno con la sua raffinata bellezza.
A questo punto la crociera verso Capri era sfumata, siamo rimasti ancora un poco a contemplare dal mare la costa vesuviana e poi abbiamo fatto ritorno alla base. Nessuno era però rammaricato. Anzi eravamo felici per aver scoperto un pezzo d'isola che non c'è o, meglio, che facciamo finta di non vedere se abbiamo permesso che fosse tanto brutalizzata.

