Indice
- Numero 52 - Giugno 2010
- L'Editoriale - Il mese dei poeti
- Mare nostrum
- L'uomo che creò il pennacchio del Vesuvio
- La regina delle Eolie
- Quella torre di Positano cenacolo di spiriti eletti
- Napoli nata da un'isola
- Marcello Veneziani, un viaggiatore al Sud
- Il lungo viaggio di mio nonno da un oceano all'altro
- Le passioni segrete di Corrado Ferlaino
- C'è una gallina in mezzo al mare
- Il fantastico reportage di Simenon dalla Tunisia
- Quando Dino andava alla guerra
- L'uomo di Setubal
- Il porto invisibile
- Il mistero delle Sirene
- La Costiera incantata
- La donna della Scala Fenicia
- Il reporter dell'Isola
La donna della Scala Fenicia
- di Imma Sommaruga
"E' un quadro d'autore ... firmato da Dio", così ebbe modo di scrivere Edwin Cerio nel 1946 dell'isola di Capri. All'avvicinarsi dal mare, al viaggiatore compare l'isola come una terra che si estende da ponente a levante con due promontori, Monte San Michele e Monte Solaro. Nello spazio intermedio tra i due rilievi, un cumulo di casette costituisce il borgo di Capri. Si discerne anche una particolarissima scala, detta Scala Fenicia, che fu scolpita nella collina al tempo delle colonizzazione della Campania da parte di marinai greci nel VII e VI secolo a.C. Serviva a collegare il mare e l'acropolifortezza situata sull'impervia montagna. In origine costituita da 533 scalini, era percorsa dalle donne capresi, in discesa per condurre al porto i prodotti dei loro orti per venderli, in salita per portar su le provviste dalla terraferma per mezzo di pesanti cesti posti in bilico sulle loro teste.
Oggi, purtroppo, di scene del genere non se ne vedono più; al posto delle popolane soltanto qualche sparuto gruppo di turisti. Fino al 1874, anno in cui fu costruita la strada, era l'unico faticoso collegamento diretto fra il porto e Anacapri. Nel percorrere questa spettacolare scala, costruita con grande fatica e abilità dai nostri antenati e considerata monumento naturale, sembra di viaggiare indietro nel tempo, all'epoca degli antichi greci. L'ascesa è quasi verticale: i bianchi gradini sembrano posti tra l'azzurro del mare e il blu senza fine del cielo.
Nel salire dalla Marina Grande, il primo tratto della Scala Fenicia appare come un boschetto folto d'alberi, che si estende ai piedi della collina del Monte Solaro e genera una vasta zona d'ombra. I fitti rami senza tempo, che creano quasi una grotta di foglie, conferiscono all'atmosfera un sentimento di osmosi con la natura: il luogo deve essere pressoché simile a come appariva centinaia di anni fa. Forse proprio in quel luogo si estendeva una sacra radura, un lucus dove il sacerdote pagano di Apollo, il nume del sole, sacrificava sull'altare del dio un pingue maiale o una candida agnella.
Improvvisamente il bosco scompare e l'aria quasi si dilata nella luce del sole, all'aprirsi della strada e al suo procedere in modo sinuoso, simile alle spire di un seducente serpente. All'osservazione si nota che alcuni scalini furono costruiti aggiungendo delle pietre, mentre altri furono direttamente scavati nella roccia. Gli occhi si riempiono di un'esplosione di fiori colorati: sulle aride rocce spunta il giallo, il porpora, il rosa e il blu delle piante spontanee.
Ed ecco appare la cappella del patrono locale, Sant'Antonio, che segna l'ingresso ad Anacapri, il paese di sopra. Qui il viandante può riprendere fiato, godendosi l'incomparabile panorama: la veduta abbraccia tutta la Capri inferiore e il mare cobalto che si estende all'infinito. All'avvicinarsi al culmine della strada, si scorgono i resti della cosiddetta "Porta della Differenza", che segnava il confine tra i due territori dell'isola e che veniva chiusa per proteggere l'acropoli dalle invasioni dei Saraceni. Al di sopra si erge il Monte Solaro, coperto dal selvaggio pietrame, punteggiato delle rovine del Castello Barbarossa, così denominato dal terribile corsaro che un tempo distrusse Capri. L'aria è pura e balsamica, il sole cocente e la pace è tale che si vorrebbe restare qui, per sempre. In questo luogo il moderno visitatore, incontrando una vecchietta devota, potrebbe immaginarsi che le donne del luogo, avvolte dai loro scialli di lana, appendessero gli ex voto dopo una tempesta per grazia ricevuta, oppure confidassero al santo le loro pene nell'attesa del ritorno di padri, fratelli, mariti. Un giorno ne ho incontrata una. La signora Filomena era seduta sul piccolo spiazzo davanti alla Cappella di Sant'Antonio. Viveva sola. I figli, ormai adulti, si erano trasferiti da tempo in varie zone del Nord Italia, come diceva con voce sommessa la vecchietta, in cerca di fortuna. Lei era rimasta nella grande casa dal rigoglioso giardino, vivendo di ricordi e di memorie. Le facevano compagnie le vecchie foto ingiallite che coglievano i suoi figli in atteggiamenti quotidiani e spensierati.
Accanto ad esse campeggiava, tra antichi cimeli ed icone sacre, l'immagine di un uomo d'età avanzata col volto solcato da rughe profonde. La donna, qualche volta, ripercorreva l'impervia discesa della Scala Fenicia per ricordare il tempo spensierato in cui, con le compagne di gioventù, scendeva da lì per raggiungere il porto. In tali occasioni la signora Filomena si avvolgeva in diversi strati di vestiario per affrontare la sua piccola spedizione: una giornata di sole, che la mettesse di buon umore e la facesse sentire di nuovo giovane e piena di energia. E partiva. Quante cose mi ha raccontato! La ricordo con tenerezza e la rimpiango, ora che non c'è più.
"Signò - mi diceva col suo inconfondibile intercalare - se potessero parlare queste pietre, quante cose direbbero!" Erano storie avventurose fatte di segreti ed epifanie, di fantasmi e di fantasmagorie popolari in cui tutto si confonde. Le sue storie erano un ritratto nel contempo sapido, vitale e assolutamente sincero di un passato isolano, ma universale, poiché ciascuno vi si poteva guardare come in uno specchio.
La mia amica si spense quell'autunno. La sua aura, però, aleggia ancora sui gradini della Scala, detta Fenicia.

