Indice
- Numero 18 - Luglio 2005
- L'Editoriale - Cuori di musica
- Estate, casomai si va in Dubai
- L'assalto alla roccia di Anacapri con le scale dei lampionai di Napoli
- Quelle barche che da Capri raggiungevano l'Elba
- Le mie dodici Capri
- L'isola invisibile che si mostṛ una sola volta
- L'isola controcorrente
- Quando i ragazzi di Ischia andavano a caccia col tiramolla
- Asolo, luogo dell'anima
- Il pittore delle isole
- Cento di questi anni
- Le incredibili storie estive dalla riviera romagnola
- La guerra lampo del soldato Gargiulo
- Al mare con Fido
- Giallo mare
- L'amore al tempo della Rivoluzione
- La scommessa di Houdini
- Il reporter dell'Isola
La guerra lampo del soldato Gargiulo
- di Nino Masiello
In un quaderno di scuola il diario di 47 giorni al fronte nel primo conflitto mondiale di un napoletano della Sanità.<br>
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Le lettere alla famiglia.
L'elmetto, le armi, la bicicletta, lo zaino e la maschera antigas per combattere contro gli austriaci sui monti di Gorizia.
Il ponte numero 20.
La paura in un giorno di sole.
L'inferno delle granate e la gamba destra colpita da una scheggia.
La prigionia, l'amputazione e il lungo calvario prima del ritorno a casa.
Il racconto lasciato in eredità a nove figli.
In un quaderno a righe di quinta elementare, di quelli che usavano nel 1918, il napoletano Luigi Gargiulo, classe 1888, nativo del rione Sanità, decise di raccontare la sua guerra-lampo da volontario dell'Arma dei carabinieri, conclusasi dopo 47 giorni dall'arruolamento con una gamba in meno, amputatagli per lo scoppio di una granata. Il diario lasciato da Gargiulo ai nove figli quando morì il 10 ottobre 1968, autentica eredità morale, è un inedito che per la prima volta, grazie al culto per il nonno di una sua nipote, Rita Rusciano, viene offerto alla considerazione pubblica quale piccola storia di un uomo comune ricco, però, di grandi valori senza tempo. Il diario è uno spaccato originale di una storia dall'interno della Grande Guerra, raccontato tra paura, senso di abbandono, sconforto, fame e poi speranza. Sempre con annotazioni minuziose, quasi minuto per minuto. Ne riportiamo integralmente alcuni passi.
"Il 9 settembre 1917 alle 22,50 - esordisce Gargiulo - partii da Napoli con il cuore gonfio dal dolore perché lasciavo gli esser a me più cari: la mamma, la fidanzata, la famiglia cui ho dedicato tutta la mia vita. Il cuore gonfio perché li lasciavo in mala condizione finanziaria e anche mi faceva molta pena lo stato di salute di mio suocero, che difficilmente lo avrei trovato vivo quando avrei fatto ritorno. Oltre questo dolore avevo anche triste presentimento per me stesso perché sapevo che dovevo andare in una sezione molto avanzata, triste presentimento che poi si è avverato".
Gargiulo è destinato alla 151^ Sezione presso la 48^ Divisione militare di Gorizia la cui sede è "mezzo rovinata dai colpi di cannone dell'artiglieria nemica".
"Appena arrivato mi consegnarono le armi, la bicicletta, l'elmetto, la maschera contro i gas che continuamente lanciavano i tedeschi. Tutti i giorni, per una ragione o per un'altra, dovevo andare in trincea. Varie volte sono andato ad accompagnare i soldati alle carceri militari ed allora era una festa per noi perché ci allontanavamo per tre giorni dal pericolo. Continuamente scrivevo a casa e regolarmente avevo le risposte, così mi sentivo un po' più felice e in questo modo arrivammo al 24 ottobre.
"Quel giorno non mi sentivo tanto bene. Quando fu sera fui mandato al posto di collegamento. Si aspettava da un momento all'altro un forte attacco nemico che cominciò la mattina del 26. Quella mattina era una bellissima giornata piena di sole, ma era un po' triste per noi soldati perché vi era un cannoneggiamento terribile da parte degli austriaci ed io, che non avevo mai conosciuto la paura, che di fronte a tanti altri bombardamenti non avevo mai battuto ciglia; io, che quante volte fischiavano le granate nemiche non avevo mai piegato la testa, quel giorno avevo paura. Mi spaventavo per niente, saltavo anche se sentivo sbattere una porta perché credevo che era qualche granata che arrivava.
"Alle 8 ci chiamò tutti il maresciallo dell'ufficio dandoci l'ordine di preparare tutta la nostra roba necessaria e approntare le biciclette perché da un momento all'altro potevamo avere l'ordine di ritirarci, causa gli austriaci che avanzavano e i nostri erano nell'impossibilità di resistere all'assalto. Allora tutti ci andammo a preparare, io avevo appena finito di legare lo zaino sulla bicicletta che fui chiamato dal capitano ed ebbi l'ordine di andare al ponte numero 20, distante circa due chilometri e mezzo. Dovevo andare col brigadiere Musolino Salvatore per segnalare all'ufficiale i primi reparti di truppa che si ritiravano dai monti di Gorizia. Feci quel viaggio due volte sotto le granate che mi piovevano attorno con una furia indiavolata, sempre raccomandandomi alla Madonna. Per due volte andai e tornai sano e salvo.
"Partii per la terza volta dall'accantonamento per andare al detto ponte numero 20, il triste presentimento mi assalì; prima di partire ci augurammo con i miei compagni di rivederci. Ma non fu così perché non ci siamo ancora visti e non so se sono vivi, prigionieri o morti.
"Erano le 12, andavo dal ponte alla Sezione, giunto vicino al sottopassaggio del Podgor, allo scoppio di una granata fui colpito da una scheggia alla gamba destra. Il sangue che perdevo dalla ferita era troppo. Dopo avere mandato l'ultimo saluto alla mamma e alla mia Pupella, credendo di morire, svenni.
"Caricato su un camion, dopo essermi ripreso per un po' venni di nuovo meno perché continuavo a perdere molto sangue. Rinvenni all'ospedale di San Lorenzo di Mossa con intorno i medici e il cappellano militare, avevo una febbre terribile e una sete sproporzionata, la lingua pareva si fosse fatta tre volte più grossa. Pensavo, piangendo, al dolore che la notizia delle mie condizioni avrebbe potuto arrecare ai miei cari...
"Poco dopo il cappellano mi consegnò lire tre e venti che avevo nella tasca del panciotto ed altre piccole cose che avevo nelle tasche dei pantaloni. In mezzo a queste cose però mancava il portafoglio contenente lire 145, chiesto dove fosse mi fu risposto che non vi era altro e allora io pensai che, certo, se l'avevano preso quelli che mi aiutarono, così oltre a trasportare me trasportarono pure il mio portafoglio, tanto per farmi andare più leggero.
"Stavo con la febbre che era aumentata, quando furono le sei e mezza della sera vennero un tenente colonnello e un capitano medico e mi dissero che dovevo esser trasportato altrove per non farmi cadere nelle mani degli austriaci. Fui messo su una barella e quindi su un camion e trasportato all'ospedale di San Giovanni di Manzano.
"La mattina del 27 fui nuovamente medicato e mi dissero che l'indomani dovevo farmi l'operazione per togliermi la scheggia dalla gamba. Ma, per mia disgrazia, gli austriaci avanzavano e la sera stessa fui trasferito all'ospedale di Udine. Durante la notte fui svegliato da grida di allarme, tutti i compagni feriti meno gravemente di me e che potevano camminare fuggirono, i più gravi fummo abbandonati. Fuggirono gli ufficiali medici, gli infermieri, le suore... La mattina dopo alle 7 entrarono i soldati nemici, fummo perquisiti sotto minaccia di fucili e rivoltelle. Verso le 12 ci diedero una fetta di pane che pesava pochi grammi, ma niente medicazioni. Così, una fettina di pane anche a sera mentre l'infezione alla gamba avanzava velocemente.
"Poi comparve un capitano medico italiano. Bassotto, con la barba, per tre giorni fece sforzi poderosi per poterci assistere e medicare quanti più ne poteva. Ma a vedere quello spettacolo orribile di soldati che morivano per mancanza di cure, piangeva dal dispiacere e, non resistendo in quel mortorio, la sera del 5 si suicidò, così restammo nuovamente senza speranza di potere essere medicati. Il mio piede si era fatto nero ma io non volevo pensare alla cancrena mentre la febbre alta non mi abbandonava".
Andò avanti il calvario di Luigi Gargiulo ancora per giorni, fin quando non arrivarono ufficiali medici italiani che erano stati fatti prigionieri in altre zone e il giorno 8 un capitano gli disse che non c'erano più speranze per quella gamba. L'ultima, tenue speranza di non perdere la gamba destra svanì quando un ufficiale medico gli disse che non c'era alternativa all'amputazione.
Gargiulo continua a raccomandarsi alla Madonna di Pompei e a san Vincenzo, il santo del suo quartiere, la Sanità.
"Feci due promesse alla Madonna, che se mi faceva tornare a casa vivo e intero, ci devo portare le candele; e un'altra a san Vincenzo che, se mi faceva salvare la gamba, ce la portavo di cera. La notte prima dell'operazione feci un bellissimo sogno e cioè mi sembrava che san Vincenzo, con le sue ali spiegate e con la corona di fiori intorno alla sua bella persona, si avvicinava tre volte al mio letto. Prima mi toccava la gamba, poi alzava la mano, quindi andava via.
"La mattina del 10 novembre prima mi confessai e comunicai, poi mi portarono nella sala delle operazioni e mi addormentarono. Quando mi svegliai ero nel mio letto. Nel principio non mi rammentavo proprio niente, all'improvviso stesi la mano e mi accorsi che avevo solo una gamba. Allora piansi, mi disperai, tentai di alzarmi per andare a buttarmi di sotto dalla finestra, tanto che misero un piantone fisso a controllarmi. Dopo pochi giorni guardandomi attorno, vidi che c'erano soldati più disgraziati di me: a chi mancavano tutte e due le gambe, a chi le mani, a chi i piedi, a chi le mani e gli occhi...".
Il calvario, sempre quello: una degenza caratterizzata dalla più estrema precarietà e dalla fame, con l'assenza totale di notizie dalla famiglia. Così fino al 24 dicembre quando viene caricato su un treno che da Udine lo porta a Lubiana.
"Sul treno, il giorno di Natale, la Croce rossa austriaca distribuisce una fettina di pane, una stecchetta di cioccolata e una tazza di acqua bollente e rum. Alle 20 l'arrivo a Lubiana. C'era più di un metro di neve, addosso avevo una coperta da campo, indossavo soltanto un paio di mutande e una camicia. Ci misero sulle barelle e ci fecero aspettare a terra, in mezzo alla neve, quasi un'ora, fin quando non arrivarono i carri che dovevano trasportarci all'ospedale, carri che somigliavano a quelli usati a Napoli per raccogliere l'immondizia, aperti e senza alcun riparo. Avevo la febbre alta, come Dio volle arrivammo all'ospedale che era ancora in costruzione. Ci misero in una baracca di legno per le pulizie generali, i turni per il bagno cominciarono alle 19 e finirono alle quattro di notte. In ospedale stetti dal 26 al 29, trattato bene sia come vitto che come pulizia.
"Il 29 ci diedero dei panni stracciati e sporchi, residui di divise militari, a me ne capitò una austriaca. Da lì partimmo in treno per il campo di concentramento di Asbach Donau, nell'Alta Austria, dove arrivammo la sera del 31. Mi misero nella baracca 22, sporca, tutta gelo, con acqua che gocciolava sui pagliericci, due per tre persone, pidocchi di tutti i colori, per vitto acqua bollente con qualche rapa che, una volta masticata, ti sembrava di aver masticato veleno. Così terminò il 1917.
"Da quelle baracche finirono in molti al vicino cimitero per l'aggravarsi delle infezioni medicate con un po' di tintura di iodio e acqua sporca ogni 10-12 giorni. Il 19 gennaio arrivò un generale austriaco e ci annunziò che saremmo partiti per l'Italia a fine mese. Ma l'attesa durò ancora a lungo, tra i soliti stenti. Finalmente il 15 aprile mi arrivò una cartolina da Napoli, era mia madre che mi scriveva, non si può descrivere la gioia che provai: piangevo, ridevo...
"Intanto la mia gamba non vedeva l'ora di guarire. Il 26 aprile un sottotenente medico mi disse che non dovevo preoccuparmi. Con un temperino mi fece un buco nel troncone e con una pinza tirò fuori tre ossicini, il 4 maggio estrasse altre tre schegge d'osso e ancora due dopo altri due giorni. Il sospirato giorno dell'annunziata partenza arrivò il 31 maggio, destinazione Mathausen e da lì per l'Italia, via Svizzera, ma soltanto il 30 giugno ci mettemmo in viaggio, aiutati sul territorio dalla Croce rossa che ci prestò una grande assistenza e salutati alla stazione di Buchs da un picchetto d'onore. Quel giorno fu per noi, trecento invalidi di guerra, il giorno della seconda nascita".
Luigi Gargiulo firma così l'ultima pagina del suo intenso diario di guerra l'8 agosto 1918. Contro tutte le guerre, a futura memoria.

