Indice
- Numero 55 - Dicembre 2010
- L'Editoriale - Metti una sera a cena
- La leggenda di Rimini
- Portoferraio, i giorni della ghisa
- La favola di Maradona
- Realtà mitiche di Capri
- Andare per taverne tra risse e fantasia
- Lucrezia D'Alagno, il mio sogno biondo
- Una guerra di pesci nel mare di Napoli
- La marchesa dagli occhi di lupa
- Il Natale di Andrea
- Nel ricordo di Bruno Lauzi l'arrivederci di Anacapri
- Diario intimo di un velista felice
- I gelati di Leopardi
- La leggenda di Marie Galante
- Miseno, alla fine degli anni Quaranta
- Il reporter dell'Isola
La leggenda di Marie Galante
- di Miki Trezzani
Nell'isola della Guadalupa, la fine della schiavitù fu salutata da una festa orgiastica. Era il 1848. Gli schiavi svuotarono il contingente di rhum della distilleria del sindaco riversandolo in una grande pozza battezzata "La Mare au Punch" e vi si tuffarono in una sorte di esorcismo collettivo. Il rhum era il simbolo del sangue della canna da zucchero, ma anche il simbolo del sangue versato per tre secoli dagli schiavi.
Miscuglio di storia e di leggenda, il famoso episodio de "La Mare au Punch" resta radicato nell'immaginazione dei mariegalantesi, i cittadini di Marie Galante, isola a forma circolare della Guadalupa, l'isola della canna da zucchero e dei cento mulini, con le spiagge tra le più belle dei Caraibi. Il racconto mitico mantiene nel cuore degli isolani la forza della storia ed è il simbolo del rifiuto della schiavitù, la collera degli oppressi, la brama di libertà e dignità. Le leggende trovano sempre le fondamenta nella storia. Nonostante questo, la realtà può subire delle metamorfosi in rapporto agli elementi inventati che possono sia arricchirla che denaturarla. Il fatto storico in sé si colora di orrore o di bellezza secondo l'immagine che si vuol far circolare e secondo l'utilizzo che se ne vuol fare con lo scopo di glorificare oppure, al contrario, di denigrare gli istigatori. Così, denigrato o idolatrato, l'avvenimento raggiunge il livello del mito nella memoria collettiva. Il celebre episodio de "La Mare au Punch" non sfugge al processo di fabbricazione del mito. Riportato dapprima oralmente, è stato in seguito l'oggetto di numerosi scritti concernenti la condizione degli schiavi negli zuccherifici dell'isola e del loro lento cammino verso la libertà. Se i fatti storici non smentiscono l'accaduto, i vari racconti provano che il simbolismo prevale sulla verità dei fatti.
Questa festa gioiosa e furiosa si è svolta sicuramente nel 1848, al tempo della nuova abolizione dello schiavismo. Certe immagini di rabbia cieca, che è stata in seguito descritta, è la metafora dell'esplosione di gioia giustificata di uomini e donne maltrattati, stupiti nell'ottenere una libertà per tanto tempo rivendicata.
Si può pensare che il racconto volontariamente drammatizzato, fino alla tragedia, riguardo ad atti così violenti da parte dei vecchi schiavi alla fine liberi, è nato da coloro che in quel momento si trovarono spogliati di una mano d'opera efficace e malleabile. Si possono così tradurre il furore e la desolazione dei "Bekè" (proprietari terrieri bianchi) che persero i loro privilegi e il potere assoluto sui loro schiavi.
Comunque sia, la leggenda si tinge e si disegna intorno ad un fiotto immenso di rhum, sparso in enormi quantità aprendo tutte le riserve delle distillerie, che si trasformò in un vero e proprio mare. "La Mare au Punch", chiamata Mare invece di Mer per simbolizzare la Marea. Dal punto di vista romanzesco così viene descritto questo formidabile avvenimento che viene festeggiato tutti gli anni con vacanza assoluta in ogni ufficio, negozio, luoghi vari di lavoro. Una grande festa, ancora oggi, dopo 162 anni.
Ecco una cronaca degli avvenimenti. Già nel 1843 eravamo tutti considerati come morti, noi, nascosti per ribellione nei meandri sotterranei di Marie Galante, meglio così! La nostra compagnia si era stabilita nelle grotte di Caye Plate, ma sapevamo di altre ancora più numerose sotto il Tour au Diable. Perfino nelle campagne di Grand Bourg gli schiavi, nelle viscere della terra marciarono ed attraversarono l'isola per trovare rifugio in un luogo riparato. Noi abbiamo impiegato nove mesi. Fummo i primi, dopo l'arrivo, a mettere il naso fuori. La vegetazione era intensa e buia, una catena montagnosa si elevava davanti a noi.
Era La Barre che permetteva di accedere a questa parte sopraelevata di Marie Galante, la regione 'du Caye', soprannominata 'Les-Bas'. La regione era chiamata anche Piton, soprannome venuto da un epoca lontana durante la quale questa regione marie-galantaise era infestata da serpenti e soprattutto da pitoni. Una ragione per cui i bianchi non vi si erano installati. I coloni brasiliani, venuti qui a costruire le loro industrie a vapore per lo zucchero, avrebbero portato con le loro barche molte manguste, sfuggite dalle navi, e fu così che le manguste avrebbero sbarazzato l'isola dai serpenti e dai pitoni.
Durante gli anni 1844 e 1845 in Francia, e soprattutto a Parigi, alcuni uomini come Lamartine, Tocqueville, Broglie, Bissette e Schoelcher avevano il solo obbiettivo dell'emancipazione degli schiavi. Un ordine royale reclamava il censimento di tutti gli schiavi. Il 14 maggio 1848 fu affisso un progetto di legge che denunciava la mancanza di cure e di aiuti verso gli schiavi e l'aumento di violenza e crudeltà verso di loro.
Il 4 marzo 1848 il governo provvisorio nominò una commissione per l'emancipazione e dichiarò che "nessuna terra francese potrà più possedere degli schiavi". Victor Schoelcher pronunciò la sua frase storica: "Diciamoci e diciamo ai nostri bimbi che fintanto resterà uno schiavo sulla faccia della Terra, la sottomissione di quest'uomo sarà per sempre un ingiuria fatta alla razza umana tutta intera". Frase che avrà un effetto bomba sui coloni anti-schiavisti delle Antille, diventati numerosi sia nelle città che negli uffici amministrativi, non più disponibili a tacere davanti a questa barbarie.
Ora chiudete gli occhi e immaginate la scena. Io lo faccio sempre ogni volta che passo davanti all'Habitation Pirogue dove si é svolto il tutto e dove la Mare au Punch risplende ancora sotto il sole. E vedo il mio popolo, ubriaco di vita, di gioia, di libertà e di rhum, urlare la parola "libero" non conoscendone il vero significato perché nati schiavi e convinti di morire schiavi.
Torniamo ai fatti. Il 27 aprile 1848 il decreto ufficiale dell'abolizione della schiavitù é votato dalla II Repubblica, grazie in parte agli sforzi di Victor Schoelcher, allora sottosegretario di Stato alla Marina incaricata della Colonie. Il 22 maggio 1848, una rivolta degli schiavi in Martinica porta immediatamente all'abolizione della schiavitù per evitare una strage. E' solo il 27 maggio 1848 che il governatore Layrle dichiara l'abolizione della schiavitù per la Guadalupa, senza nemmeno attendere l'arrivo del testo del decreto.
Da noi, a Marie Galante, quando Monsieur Théophile Roussel Bonneterre, allora sindaco di Grand Bourg e proprietario dell'Habitation Pirogue, ricevette dalle mani della Gendarmeria l'atto di abolizione della schiavitù divenne viola di rabbia. Rifiutò di avvisare i cittadini, ma la notizia si diffuse in un soffio attraverso tutta l'isola. La popolazione, tutta dalla parte degli schiavi ebbe un'esplosione di gioia, una vera bomba di entusiasmo per tutto un popolo che, ignominia più totale, per tre secoli e mezzo conobbe la vergogna, l'asservimento, la cattura, la non-esistenza degli schiavi. Tutti abbandonarono i campi di canna, tutti uscirono dai loro nascondigli. E fu di botto il terrore, la paura, lo stupore, lo choc totale, la paralisi, domandandosi «ma é vero? ma é vero?».
Una vera marea umana si riversò verso Grand Bourg per accertarsi della veridicità della notizia, e, appresa la realtà, si diresse verso l'Habitation Pirogue. Arrivati, ubriachi di gioia, svuotarono il contingente di rhum e di zucchero di canna della distilleria in una grande pozza, proprio di fronte all'Habitation Pirogue, un mare di rhum zuccherato scintillante alla luce dei mille fuochi accesi. La gente, nella sua incommensurabile esaltazione, voleva con questo atto denigrare il liquore, causa di tutto il suo male. Il rhum era il simbolo del sangue della canna da zucchero, ma anche del sangue versato per secoli dagli schiavi.
Il rhum versato, questo rhum colato nell'acqua della Mare, battezzata in quell'istante «Mare au Punch», divenne il «rhum della liberazione», una sorta di esorcismo collettivo. Alcuni ne approfittarono per tuffarsi, altri per inebriarsi. Tutti si gettarono alla luce dei fuochi per simbolizzare un bene distrutto, lavarsi dalle impurità del passato come un battesimo collettivo di rinascita, di ripartenza per un popolo che mai aveva avuto prima una festa simile. La Mare esiste ancora. E' divenuta un calice naturale, un bagno in tempo di intenso calore, e, a Marie Galante, conserva un potere nutriente e magico, a volte mistico.
La Mare é materna e virginale, gli animali vengono a spegnervi la sete. E' diventata un luogo di attività multiple fondate sulla società antillese. Le donne, due volte alla settimana, vengono a farci il bucato.
Nei tempi di siccità é la salvatrice. Ci si riunisce intorno per ballare, cantare, piangere, fare l'amore e nuotare.
La spiegazione data a questa allegoria é una sola ed é cristiana. Così come Cristo é venuto, senza fare del male ad alcuno, e fu trattato peggio di uno schiavo, peggio di un negro, e fu crocifisso senza che alcuno muovesse un dito per Lui, e ogni volta che vedremo un crocefisso penseremo alla sua crocifissione, così ogni volta che mangeremo zucchero di canna o berremo un bicchiere di rhum sapremo che stiamo mangiando e bevendo il sangue degli schiavi.

