Indice
- Numero 43 - Aprile 2009
- L'Editoriale - Mare forza sette
- Campania, un amore a Parigi
- "L'Isola" sugli schermi di France 3 conquista Parigi
- Le indimenticabili serate al "Tinello" di Peppino
- Il rinascimento di Ischia
- Nel diario della moglie Cosima i giorni di Wagner a Ravello
- Gli occhi saraceni delle donne di Atrani
- Storia sotterranea di una cittą di mare
- Venti anni di bellezza
- Il nocchiero di Anacapri
- La locanda di Sandra sulla spiaggia di Mirleft
- Un caprese di corsa a New York
- Le case bianche di Conca dei Marini
- Quelli della carovana nell'Isola D'Elba
- L'ultimo pomeriggio di Geremy Pounds
- Il cacciatore dell'isolotto di Vivara
- La fine del mondo
- Il reporter dell'Isola
La locanda di Sandra sulla spiaggia di Mirleft
- di Nicola Dal Falco
Un viaggio nel sud del Marocco, un itinerario tra dune, fiumi in secca, colline basse. La tomba del Marabutto e le spoglie del sant'uomo che hanno il potere di sconfiggere la demenza.
In un luogo sacro l'asse del mondo nel gioco delle spirali in mezzo a giraffe, cavalieri, antilopi e misteriose coppelle. L'altopiano dove Sandra ha scoperto cinque ripari che custodiscono la più ricca antologia di pitture rupestri. Per concludere, una cena a base di agnello e un concertino per violino e tamburi.
Sono tornato a Mirleft, nel sud del Marocco, dopo qualche anno. Ricordavo la locanda di Michele e Sandra sulla spiaggia, il cupo rimbombo dell'oceano, il faraglione modellato ad arco e il sepolcro imbiancato del Marabutto. La mattina è grigia e qualche barca sfida l'Atlantico, minuscola e ostinata come si vede sui vasi dipinti. La volta precedente avevamo seguito la costa fino a Aoreora per poi deviare verso l'Antiatlante. Il nuovo itinerario, invece, punta dritto all'interno con l'obiettivo di passare il Capodanno tra le dune dell'erg occidentale. Quello che avevo dimenticato era il perché questo angolo di costa ispiri una strana calma, comune a certi giardini monumentali, al retro dei palcoscenici e, forse, ai corridoi dei ministeri.
La spiegazione soprannaturale è chiusa dietro le mura basse del Marabutto. Le spoglie del sant'uomo hanno la particolare dote di sconfiggere la demenza. Michele stesso può testimoniare su alcuni casi di guarigione dopo un bagno ghiacciato nell'oceano. Qui, insomma, qualcosa che lasciamo, buona o cattiva che sia, se ne va, prende il largo, affonda, liberando dello spazio prezioso. E' una camera di decompressione, il bordo di un piatto passato sotto il rubinetto.
Sulla metafora del bagno lustrale, sul cambiamento radicale di prospettive potrebbero parlarci a lungo proprio Michele e Sandra che hanno lasciato l'Italia, il teatro di Goldoni e l'insegnamento per Mirleft e le piste del sud. Ma siccome le storie procedono sempre in maniera circolare, saldandosi a spirale, Sandra si è iscritta alla facoltà di archeologia di Venezia e Michele vorrebbe mettere in scena la "Baruffe chiozzotte" ad Agadir.
Lasciamo la strada per Akka e imbocchiamo a destra uan pista appena scalfita, proseguendo, poi, nel letto asciutto del fiume fino a Ait Oua-Belli. Innestata la prima ridotta, il fuoristrada avanza ondeggiando sulla gobba di larghi ciottoli, facendo schizzare quelli più piccoli. Oltre la sponda bassa ma quasi ad angolo retto, si apre una piana con qualche albero, percorsa da altri oued che restano nascosti alla vista. In un punto sgombro con i tipici allineamenti di sassi che indicano un precedente accampamento, ci fermiamo un'ora prima del tramonto.
Il posto, a ridosso di due colline, continua ad essere visitato da nomadi e pastori e così come avveniva in età neolitica e ancora prima. Dove si raccoglie e scorre l'acqua piovana, spuntano piccoli frammenti di ceramica, vasi e recipienti in briciole, decorati con puntini, graffi e tacche, quasi un tatuaggio, una ripetizione di segni che va al di là della semplice decorazione.
Il buio cala o forse sale dalla terra.
Alla vastità del paesaggio si aggiunge una profondità indefinita, una vertigine come se si fosse spalancato un pozzo.
L'orizzonte è ridotto a una linea spezzata più scura ma in cielo sono comparse le stelle: luci fidate, figure rassicuranti nella loro splendente e imbavagliata presenza. Domani, la sveglia è anticipata perché Michele ha deciso di farci vedere un sito straordinario. Dista appena tre chilometri, ma ci vorrà un'ora per raggiungerlo lungo un percorso tutto fuori pista. Il deserto che è sempre meno vuoto del previsto sta per mostrarci un altro tesoro e anche questa volta, complici le stelle, sarà una scorciatoia verso il passato.
Mi addormento convinto che l'immagine del pozzo che si apre ogni sera abbia a che fare con una percezione meno utilitaristica del tempo. Da oriente aumenta la luce, ma ancora nessun raggio di sole ha superato le alture.
Nell'ultimo tratto pianeggiante, uno sciacallo ci ha tagliato la strada risalendo di corsa la sella tra due colline. Dopo averle costeggiate arriviamo ad un "foum", la bocca di un fiume, delimitata da un'altra linea di colline, sfalsata rispetto alla precedente ma che si sviluppa nella stessa direzione nord-sud. Siamo ai piedi di alcuni grossi roccioni, franati in più punti dove si concentra un numero impressionante di spirali. Alla nostra destra, i monti che incombono da rosa sono diventati color lilla. Pur svegli e infreddoliti, sembra di partecipare alla visione di uno sciamano, a qualcosa di ipnotico. Quando il sole, finalmente, si mostra, lo sfondo ripiomba in un grigio-ocra, velato di gruma.
Cerchiamo le spirali che appaiono ovunque, in mezzo a giraffe, bovidi, cavalieri, antilopi e misteriose coppelle non più grandi dell'impronta di un pollice. Questo era un luogo sacro, forse legato a qualche forma di iniziazione, di prova, di cura.
La spirale, così insistentemente riprodotta, è una figura aperta, percorribile a piacimento da un'estremità all'altra. C'è molto di positivo, di ottimista nel segno che lascia, descrivendo un doppio percorso: verso l'interno e verso l'esterno, evolutivo/involutivo.
Dal momento che il punto di partenza e di arrivo è lo stesso, rimane per così dire fisso, simboleggia il mutamento incessante all'interno di un ordine superiore. La spirale si avvita e distende all'infinito intorno ad un asse. L'asse del mondo. Due di queste incisioni disegnano delle figure spiraliformi più complesse. Sono le più belle, ma anche le più misteriose. Per il fatto di trovarsi una in alto e l'altra in basso, delimitate da alcuni spuntoni di roccia, evocano dei tabernacoli, delle soglie. Porte spalancate e rinserrate su una percezione non comune, su un'esperienza selettiva che rende diversi.
Mi vengono in mente altri significati: la spirale tracciata per terra con cui si stabilizzava il perimetro di un nuovo campo, la fondazione di un villaggio, di una città; la spirale doppia che simboleggia i seni della Grande Madre, l'androgino, la nascita e la morte e che, nel caduceo, bastone braminico e di Mercurio assume l'aspetto di due serpenti, forze uguali e contrarie da cui dipende l'equilibrio naturale.
Tata è alle spalle, superato il punto di controllo, corriamo attraverso un paesaggio leggermente ondulato e sassoso. Alla nostra destra, una serie di rilievi, a volte piatti come ambe, altri scolpiti come scacchi. Di fronte si profila una collina a forma di tavola. E' il 31 gennaio, tra qualche ora pianteremo il campo sotto le prime dune. Quando la pista si biforca, lasciamo a sinistra la collina isolata. L'itinerario prosegue costeggiando Jebel Bani, un rilievo uniforme, alto trecento metri, che fronteggia, simile a una scogliera, le propaggini settentrionali del Sahara. In cima, a mille meri sul livello del mare, si apre un altopiano, solcato dall'oued Lmahsar e posto lungo una via che mette in comunicazione la Zaouia (confraternita) Sibi Abd'n Nebi e la Zaouia Sidi Bou Asriya. Qui, qualche tempo fa, Sandra ha scoperto cinque ripari che custodiscono la più ricca antologia di pitture rupestri del Marocco. I pochi pastori nomadi che frequentano l'altopiano chiamano il posto con il nome di Ifrane'n Tazka. Da una prima analisi, le pitture (bianco, ocra e nero) vanno dalla fase dei cacciatori evoluti (8.000 a.C.) al periodo libico-berbero (2.800 a.C.).
La principale novità, oltre alla bellezza e alla complessità di alcune scene, sta nel fatto che fino ad ora le manifestazioni dell'arte rupestre in Marocco si limitavano alle sole incisioni. Noi, questa volta, non siamo saliti sul Jebel Bani, ma ne abbiamo parlato a lungo, due sere dopo, sui divani dell'Hotel Kasbah Tizzarouine, a Boulmane du Dades, chez Mohamed Lemnaouar, mangiando il migliore tagine di agnello che ricordi. Serata conclusa in gloria con un concertino per violino e tamburi e, soprattutto, dormendo di sasso nelle camere troglodite, scavate nel fianco della collina.

