La marchesa dagli occhi di lupa

- di Maria Rispoli

Luisa Casati Stampa, sorprendente, androgina, spontanea, sfacciata, teatrale, ricchissima ereditiera, fu un mito del Novecento, musa di pittori, scrittori, scultori, poeti. Regina della Belle Epoque, fu la donna più rappresentata dopo la Vergine Maria e Cleopatra.
Le grandi feste veneziane e il soggiorno caprese.
Pitoni veri attorno al collo e gioielli Lalique, capelli tinti di fuoco.
Dal 1912 al 1927 prese in fitto la villa di Axel Munthe ad Anacapri trasformandola in un suo personale palcoscenico. L'incontro con Gabriele D'Annunzio a una battuta di caccia. I versi di Marinetti e la memorabile fotografia di Man Ray.
Morì povera a Londra.

Occhi di lupa. Penetranti ed enigmatici. Pericolosi ed ipnotici, cupi e magnetici. Occhi di lupa fatti di istinto e di mistero. Affamati d'arte e di emozione. Occhi di lupa che mordevano il mondo per imprigionarne il sapore. Al polso lunghissimi fili di candide perle disegnavano bracciali di sensualità raffinata e dirompente. Tra le dita un bocchino abbracciava una sigaretta. Collo di cigno e capelli tinti di fuoco. Quella lupa era tutto e il contrario di tutto. Studiata eccentricità e spontaneità. Protagonismo ed infinita generosità. La musa e la mecenate. L'ispirazione e l'abisso. Abile nocchiera lungo un sentiero di squarci di luce e tempeste di stravaganza.
Quella lupa si chiamava Luisa Casati Stampa di Soncino. Era la seconda figlia di un facoltoso produttore di cotone, Alberto Amman, milanese di origini austriache. La prematura morte dei genitori ne fece una ricchissima ereditiera e un mito di inizio novecento. A diciannove anni andò in moglie al marchese Camillo Casati Stampa. La nobildonna ci mise poco a trasformarsi in leggenda. Afferrò la vita senza pudori o inibizioni, senza esitazioni e senza rimpianti. Quella ragazza dai grandi occhi verdi voleva essere "un'opera d'arte vivente" ed impegnò tutta se stessa per riuscirci.

Il suo agire e il suo aspetto estetico furono il palco quotidiano dal quale esibirsi come una grande diva. Mises bizzarre, spesso eccessive. Gesti egocentrici, a volte megalomani. La vita come un teatro. Il mondo come un pubblico da sorprendere. Il denaro elargito, scialato, sciupato con regale noncuranza. Con passo deciso percorse la strada dello scandalo e, come ha detto qualcuno, non sentì mai il bisogno di scusarsi per questo. Luisa animò i fogli della sua esistenza con l'inchiostro della imprevedibilità. Quella donna dai grandi occhi verdi era alta e vagamente androgina. La smania di sbalordire la portò a scegliere un trucco estremo, che davvero poco le donava. Sguardo pesantemente bistrato di nero su di un viso pallidissimo quasi imbiancato a calce. Labbra scarlatte e fulgida chioma. Sulla sua pelle i dettami della moda assunsero nuovi gusti e geometrie. Stile inconfondibile quello della Marchesa Casati fatto di originalità e, spesso, nude look. Pitoni veri intorno al collo e gioielli Lalique. "Pantere" di Cartier e, al guinzaglio, leopardi dai collari tempestati di diamanti.

I primi trent'anni del XX secolo videro l'eccentrica aristocratica milanese regina incontrastata del bel mondo europeo. Agli inizi del '900 aveva acquistato il Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, i cui stupendi giardini divennero presto dimora di corvi e merli albini, pavoni e ghepardi. La giovane marchesa passeggiava, a grandi falcate, tra calli e campielli accompagnata da servitori di colore, ricoperti solo di polvere d'oro zecchino che ne illuminavano l'incedere con torce e fiaccole. Si racconta che quando giunse per la prima volta nella città lagunare avesse indosso solo una preziosa pelliccia sotto la quale il candore del corpo si vestiva unicamente di misteriosissime essenze orientali. Venezia fu uno dei luoghi preferiti per le sue inimmaginabili esibizioni. Feste ed appuntamenti mondani. Ghiotte occasioni per gonfiare le vele del suo assoluto narcisismo. Cultura e snobismo, eleganza e sfrontate sontuosità. Balli in maschera e carnevali sfarzosamente celebrati sotto gli occhi divertiti del popolo veneziano.

La migliore aristocrazia di tutta Europa e i massimi esponenti del mondo artistico giungevano alla corte della "Divina Marchesa" come la appellava D'annunzio e si lasciavano travolgere dalla sua inarrestabile fantasia e voglia di stupire. Infinite le sue follie. Celeberrima la festa organizzata in una meravigliosa Piazza San Marco, "affittata" per l'occasione. Quella notte le acque della laguna si illuminarono di un magico corteo. Dalla residenza della Marchesa duecento gondole attraversarono il Canal Grande per condurre gli ospiti nella esclusiva "sala da ballo". Lungo le balaustre, carabinieri in alta uniforme a trattenere la folla incuriosita. Luisa Casati era ricercatezza e coup de theatre, spettacolarizzazione e gusto per il bello. Abiti di Léon Backst e ricercate sete di Mariano Fortuny.

Quella donna bizzarra dagli occhi di lupa alternava lunghi soggiorni all'estero a brevi soste nei suoi palazzi. Dal 1912 al 1927 la femme fatale prese in affitto da Axel Munthe Villa San Michele ad Anacapri. Il rapporto tra il dottore svedese e l'ereditiera sopra le righe fu caratterizzato dalle intemperanze di lei e lo sconcerto di lui. La Casati trasformò, infatti, la residenza isolana nel suo ennesimo palcoscenico. "Si susseguivano una meraviglia dopo l'altra" scrisse sul suo diario il principe Lennart Bernadotte. L'ingresso del pesante portone della villa fu scenograficamente arricchito dal gusto esotico della padrona di casa con due gazzelle dorate. Un cicisbeo di colore, in frac di velluto con pantaloni al ginocchio, aveva il compito di introdurre gli ospiti alla marchesa la quale, spesso, si divertiva ad attenderli distesa su di una pelliccia d'orso davanti al camino, completamente nuda.
Luisa Casati era chiacchiere con la notte e bauli di provocazione. Ricchezza smisurata e aiuto incondizionato profuso per coloro nei quali credeva. Era la corrente inarrestabile e l'inquietudine. L'attenzione su di sé e il carisma. La passione per l'occulto e per gli stupefacenti. L'istrionica presenza scenica e la trasgressione. Luisa Casati era modernissima magrezza e quotidiano uso di atropina. Forza selvaggia e libertà. Era curiosa, gaudente, perfezionista, sfuggente, orgogliosa, colta, amica, amante. Forse un po' ingenua. La passione per l'arte la portò a conoscere i più grandi artisti dell'epoca, ma anche a fiutare giovani talenti dei quali divenne prodiga mecenate. La sua indole e beltà vennero immortalate in uno svariato numero di opere. Dalle sculture alle tele ad olio, dai ritratti, inchiostro e matita, alle riproduzioni in argilla e bronzo.

Si dice che, dopo la Vergine Maria e Cleopatra, sia stata la donna più rappresentata. Dinanzi al suo fascino e ai suoi favori si inchinarono uno stuolo di pittori, scultori, poeti e scrittori. Tra i tanti, Augustus John, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Kees Van Dongen, il barone de Meyer, Alberto Martini, Jean Cocteau e Cecil Beaton. Fu immortalata da Man Ray. La foto da questi scattata nella quale gli occhi della Casati si sfocano e sdoppiano per un errore nello sviluppo della pellicola colpì molto la nobildonna. Le piacque vedere il suo sguardo moltiplicarsi tra il bianco ed il nero della stampa. Le piacque l'idea che quello sguardo potesse avere occhi da guardare sotto i quali altri spiavano lo spettatore. Quella foto divenne un successo e fece il giro dell'Europa.

La marchesa con la sua energia ruppe ogni argine, ogni schema, ogni tabù. Si trasformò nella musa di surrealisti, fauvisti, dadaisti e futuristi. Sovvenzionò pubblicazioni ed acquistò un gran numero di quadri. Filippo Tommaso Marinetti disse di lei: "occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d'acciaio divorata". Giovanni Boldini la dipinse regina della Belle Epoque. Femminile e sofisticata, stretta nel suo abito nero. Viso di luna e leggerissime piume. Fiori e levriero. Profumo di charme racchiuso in una tela di sconvolgente bellezza. Frammenti di un mondo e di uno stato d'animo che non esistono più. Gabriele D'annunzio fu intrigato per anni dal fascino inimitabile di quella donna. Si erano conosciuti ad una battuta di caccia alla volpe. Lei era poco più che ventenne, moglie e madre. Quel ruolo, ingessato tra cattolicesimo e tradizione, le stava stretto. Come il vate anche Luisa era anticonformista, stravagante e cultrice delle arti.
Il rapporto con il poeta non seguì il solito clichè dell'amante sedotta e disprezzata dopo la conquista. Luisa non era come le altre. La sua intelligenza era pari alla bellezza.

Era forte, indipendente e regale. Non ci furono solo lenzuola sgualcite dalla passione, ma un amore intenso e profondo che, tra scandalo e discrezione, durò circa dieci anni. Ora avvolto dalla romantica malinconia veneziana ora dalla raffinata luce parigina, Luisa era per lui l'antico mito e l'arte. D'annunzio la chiamò Corè come la dea degli Inferi rapita da Plutone. Scriverà: "Adoro i capricci di questa donna. Quando cerco di immergermi nel suo mondo sento il suo profumo e vedo le sfumature del suo trucco disfatto".
La Marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino morì a Londra nel 1957 nella più triste indigenza. Decenni di sfarzo e follie l'avevano ridotta sul lastrico. Tra la nebbia della city Luisa, ormai segnata dagli anni e dalle difficoltà, non rinunciò mai a bistrare di nero i suoi meravigliosi occhi grandi di lupa.
Tra abiti lisi il mito della dea Corè battè forte sino alla fine.