La mia infanzia al Faro dell'Asinara

- di Marina Rita Massidda

Così per caso, a Porto Torres, non ho potuto fare a meno di non osservare la vostra rivista esposta in un esercizio pubblico dove mi servo abitualmente. La mia attenzione è stata colpita dall'illustrazione del Faro in alto a sinistra e ora vi spiego perché. Innanzitutto, complimenti per "L'Isola", una rivista che ho letto tutta d'un fiato con argomenti di mio grande interesse.
Ho vissuto infanzia e giovinezza al Faro di Punta Scorno a nord dell'isola dell'Asinara. Avevo solo sei mesi quando conobbi il mare, ma il mare quello vero, quello che, quando lo osservi, lo sguardo si perde all'orizzonte a volte con qualche capodoglio di passaggio con i suoi spruzzi a zampillo, così grossi, così maestosi, così piccoli e indifesi rispetto all'immensità del mare.
Vivere in un faro è avere un contatto con il mare particolare, giorno dopo giorno (anzi, ora dopo ora). Osservi le sue mutazioni, i suoi colori azzurrati, i suoi bagliori argentati durante i tramonti estivi che, con il riflettere dei raggi del faro, diventano un danzare di luci e riflessi sulla superficie dell'acqua. Per non parlare delle navi durante le burrasche, soccorse dai rimorchiatori, e dei pescatori con il loro lavoro faticoso, ma "alleggerito" dall'amore per il mare.
Vivendo in un'isola come l'Asinara si viene temprati, fortificati. Nelle belle giornate estive, con un mare che è una bellezza indescrivibile, era come stare in un paradiso fuori dal mondo. Con l'arrivo dell'inverno, i sacrifici e la solitudine si facevano sentire, ma venivano scacciati dal grande amore per questo immenso prezioso cristallo blu chiamato mare.
A volte, l'Asinara, a causa delle perturbazioni violente, dovute soprattutto al maestrale, non era raggiungibile in caso di soccorso nemmeno da un elicottero. Parlo di anni addietro, gli anni Sessanta e Settanta. Ora, forse, con i mezzi di soccorso sofisticati tutto è diventato più semplice. Oggi l'isola è diventata Parco Nazionale.
Non solo ho vissuto e combattuto con il mare, ma ho vissuto anche in un contesto penitenziario. I miei nonni paterni vivevano al paesello di Cala d'Oliva e facevo quotidianamente, su una jeep, nove chilometri di strada inagibile e dissestata per andare alle scuole elementari.
Al paesello vedevo i detenuti. Nella mia mente di bambina non avevo il minimo pregiudizio. Erano uomini che lavoravano e non avevo per loro pensieri o opinioni discriminanti. Molti di loro vivevano la detenzione con dignità e impegno nel lavoro che veniva loro affidato.
Una vita singolare la mia sull'Isola dell'Asinara. Tanti ricordi li ho pubblicato sul mensile "Nautica" raccogliendo l'interesse dei lettori per le mie esperienze. Ho desiderato scrivere questa lettera semplicemente per esprimervi i miei complimenti perché parlate del mare suscitando nei lettori amore e rispetto.