Indice
- Numero 47 - Agosto 2009
- L'Editoriale - Fuga D'Agosto
- Cilento a dieci stelle
- Ombrellone e Solleone
- Quando in piazzetta si diventava scrittori
- Anacapri canta nel ricordo di Lauzi
- La nave dei Mille inghiottita dal mare
- L'artista eremita sui monti di positano
- Fido va per mare
- Marsiglia, la strega
- I cantieri navali, un primato dei Borbone
- Incontro con Amerigo Vespucci sull'origine del nome America
- Quella volta che a Ischia la Callas si sciolse i capelli
- Velisti a Capri
- L'arrivo dei Piceni sui monti di Salerno
- L'isola australe e il suo guardiano
- Le dieci pietre sul Poggio Rota
- Il reporter dell'Isola
La nave dei Mille inghiottita dal mare
- di Mino Jouakim
Un mistero irrisolto l'affondamento del battello a vapore "Ercole" nelle acque di Punta Campanella davanti alla costa di Sorrento.
Nel disastro trovò la morte Ippolito Nievo, patriota, letterato e cronista della Spedizione di Garibaldi. Le ricerche intraprese per otto anni da suo nipote Stanislao non riuscirono a localizzare il relitto. La nave, partita da Palermo e diretta a Napoli, trasportava due casse col tesoro dei Mille e importanti documenti.
Il 4 marzo 1861 era lunedì. Su Palermo splendeva il sole. Nel porto, lungo il molo Arsenale, erano ormeggiati undici battelli, di cui quattro a vapore. La stazza delle imbarcazioni era di circa 450 tonnellate, la meta era la stessa: Napoli. Sarebbero partite ognuna a distanza di tre ore.
Il nome del primo vascello era "Ercole". Nave a vapore e a vela, con grandi ruote laterali come quelle che attraversavano il Mississippi, l'"Ercole" era di costruzione inglese, con una lunga storia di trasporti civili e militari nel Tirreno. Il secondo battello era il "Pompei". A bordo dell'"Ercole" c'era Ippolito Nievo, patriota, letterato e attento cronista della spedizione di Garibaldi, con un gruppo di funzionari appartenenti all'amministrazione militare che aveva gestito le finanze della spedizione dei Mille nel 1860, l'anno prima: custodivano due casse con mezzo milione di piastre e varie fatture. L'amministrazione dei Mille, pulita per quanto disordinata, era finita sotto inchiesta con calunnie di ogni genere, volte a screditare la più libera e fortunata avventura del Risorgimento. Sotto l'inchiesta si intuiva una manovra politica della destra conservatrice e le carte imbarcate sull'"Ercole" dovevano essere una prova schiacciante contro queste manovre: i conti della Spedizione, infatti, dovevano essere sottoposti al Parlamento piemontese.
L'"Ercole" salpò alle 12,55 con mare calmo, ma alle 5 del mattino del giorno dopo si trovò in piena tempesta. Alle 10 il mare era di nuovo calmo. La "Pompei" entrò nel porto di Napoli e attraccò tra il molo Angioino e il Piliero, ma l'"Ercole", partita da Palermo tre ore prima, non era ormeggiato. Il vascello scomparve senza lasciare nessuna traccia. Nel naufragio trovò la morte Ippolito Nievo.
Il 17 marzo 1861, undici giorni dopo la scomparsa dell'"Ercole" nasceva il Regno d'Italia. Undici giorni in cui prove e indizi potevano forse essere raggiunti, ma la gran confusione per quel complicato parto nazionale fece passare in second'ordine anche la scomparsa del vascello. Vi furono successivamente indagini, ricerche, polemiche, un'inchiesta ministeriale, ma non si riuscì a far luce sul mistero. Fu solo possibile stabilire, secondo gran parte delle tesi, che l'"Ercole" affondò presumibilmente tra Punta Campanella e le piccole Bocche di Capri, per lo scoppio delle caldaie. Il "Pompei", infatti, seguì la scena a circa trecento metri di distanza: la chiglia dell'"Ercole" sbatteva ancora a galla, scivolando sulle onde. Una nave inglese che seguiva, staccata dal "Pompei", intravide l'"Ercole" sul punto di inabissarsi: prese il punto e scrisse sul libro di bordo: "Avvistato relitto vapore alla deriva a 150 miglia da Palermo su rotta Palermo-Napoli". Cento anni dopo, quando le poste italiane emisero un francobollo commemorativo di Ippolito Nievo, il nipote del vice intendente di Garibaldi per la Spedizione dei Mille, Stanislao Nievo, decise di riprendere le ricerche per chiarire un mistero che lo assillò per anni.
Stanislao Nievo, un milanese di 47 anni, giornalista, fotografo, regista di documentari, morto tre anni fa a Roma, svolse ogni tipo di indagine, tra ricerche durate circa otto anni, e raccontò poi la sua storia e quella dello zio scomparso in un libro, "Il prato in fondo al mare", che è la storia di una ossessione. Il racconto ruota intorno ad un istante di vita e di morte in una notte di tempesta: il momento in cui le macchine di una vecchia nave da trasporto vengono messe sotto sforzo, le caldaie scoppiano, un nero muro di flutti si rovescia contro lo scafo e l'"Ercole" cola a picco al largo della costa sorrentina. Quali furono le vere cause del disastro? Possono essere sufficienti le testimonianze del "Pompei" e della nave inglese, raccolte in un'alba livida, nel mare in tempesta, se dell'"Ercole" non è stato trovato mai nulla: né un naufrago, né un albero, né un pezzo di legno, né altro relitto? E sono proprio questi i motivi, i dubbi che spinsero Stanislao Nievo ad avviare la ricerca durata otto anni. Frugò negli archivi delle emeroteche, nei musei, si affidò alla parapsicologia per esplorare il buio del passato, si spinse nell'oscurità degli abissi marini in cui si presumeva che riposasse la carcassa dell'"Ercole". Ebbene, il risultato di così faticose ricerche è un naufragio non meno avventuroso di quello dell'"Ercole".
Dieci uomini di mare, oltre a tre amici più intimi, aiutarono Stanislao Nievo nelle ricerche: due comandanti di Marina, Radogna e Polenta, un ammiraglio, Gnetti, due ingegneri con esperienza subacquea, Santi e Piccard, un sommozzatore napoletano, Renato Sincero, e tre piloti di scafi subacquei. Il fondo compreso intorno alla zona tra Punta Campanella (verso ponente) e Capri sprofonda da 50 metri, in rapida discesa costiera, fino ad un massimo di 1200 metri, con valli e monti sottomarini tra i 500 e i 700 metri. Restringendo l'area più vicina alla costa, i fondali si innalzano di 200 metri. In quest'area orograficamente alternata giacciono i relitti di settanta navi, ma le attrezzature esistenti allora in Mediterraneo raggiungevano un massimo di lavoro pratico di 350 metri di fondale. Un sistema di ricerca più sicuro era quello con le attrezzature "Transit Sonnar", apparecchi che compivano rilevazioni senza necessità d'immersione fino a duemila metri, producendo una fotografia dettagliata del fondo, con la posizione di tutti i relitti. Il loro uso costava circa 250mila lire al giorno: per cento giorni, periodo medio per la ricerca programmatica, facevano 25 milioni.
Poi occorrevano sommergibili di profondità per il recupero e questa faccenda cara e programmatica fu subito scartata dal nipote di Nievo che decise di tentare con la parapsicologia. Stanislao Nievo andò in Olanda da Gerard Croiset, un uomo di sessanta anni che aveva una curiosa capacità di veggenza, di premonizione e di indagini su gente scomparsa. Veniva impiegato dalla polizia olandese per ricerche di persone annegate. Croiset, senza dati precisi, ma solo con l'ausilio di carte nautiche e di un racconto approssimativo, disse che l'"Ercole" si era spaccato per lo scoppio delle caldaie. I punti dell'affondamento della nave che giaceva sul fondo insabbiata per metà erano compresi in un'area con profondità di 40,90 e 270 metri circa.
Alcuni mesi dopo Stanislao Nievo uscì la porto di Napoli con un peschereccio munito di ecosonda. Era con lui il sommozzatore Sincero, che pescava coralli in profondità e sapeva spingersi con gli autorespiratori fino a 110 metri.
L'ecosonda segnò un piano molto vicino a quello di Croiset, ma i risultati delle immersioni furono scarse. Tre mesi dopo, il giornalista tornò a Napoli con Croiset incontrato a Roma. Il paragnostico olandese e Stanislao Nievo giunsero a Capri con Sincero e un'amica del nipote di Nievo, l'interprete Felicitas Von Luscka. Cominciarono le ricerche in mare tra Punta Campanella e Capri e, dopo meno di un'ora, Croiset disse: "L'Ercole è qui". Croiset fece alcuni disegni su un foglio, poi disse al giornalista: "Le scriverò fra quindici giorni". La sera dormì a casa di Stanislao Nievo e, vedendo una foto della moglie che era in Friuli disse: "E' malata ai reni". La moglie, infatti, era a letto per un'infezione alla parte superiore dei reni.
Quindici giorni dopo arrivarono dall'Olanda un nastro inciso e cinque disegni, i quali inquadravano il fondale su cui Croiset era passato. Il nastro diceva: "Il vascello è a circa 200 metri dalla roccia che ho segnato la prima volta. Si trovano i seguenti relitti: un quadrato a cornice di ferro di circa metri 1,70; un oggetto metallico, forse una catena, a 10 metri di distanza; tronchi, pezzi d'albero e tubi; sotto Punta Campanella c'è anche una tuta di palombaro con residui di un corpo; c'è anche un rottame di ferro piegato e qualcosa in cemento armato con vicino una cassa contenente qualcosa di valore".
Stanislao Nievo decise allora di rivolgersi al professore Augusto Piccard, che era aiutato dal figlio Jacques, il quale nel 1953 scese nel fondo proprio al largo di Punta Campanella con il batiscafo "Trieste". Tornato a Napoli, Nievo andò di nuovo da Renato Sincero che si immerse, ma raccolse elementi scarsamente interessanti. Poi si affidò ad un medium, ad un radioestesista e a numerosi altri dai poteri paranormali, sempre raccogliendo elementi molto vicini a quelli forniti da Croiset.
Si immerse ancora con un prototipo sperimentale del sommergibile "PC 8". A circa 240 metri di profondità videro il relitto di un vascello, tentarono di imbracarne un pezzo, ma l'intera imbarcazione si dissolse come polvere. Un mese dopo ritentò con un altro sommergibile, un batiscafo rifatto che scese a 682 metri. In una terza immersione con uno scafo sub americano raggiunse i mille metri; al largo di Capri si imbatterono in un relitto che aveva la forma di una ruota di vascello, ma nel riportarlo alla luce, quasi avesse avuto bisogno di una regolare decompressione, si sbriciolò e tornò sul fondo. Tornati sul fondo, trovarono una cassa metallica sfondata, simile a quelle della Spedizione dei Mille, ma tutto si disfece nella presa delle pinze di acciaio del sommergibile. Stanislao Nievo fece un ultimo disperato ritorno alla parapsicologia, ma alla fine dovette arrendersi. Il sommozzatore Renato Sincero, napoletano di Posillipo, disse un giorno: "Su un fondale di Punta Campanella, a circa 43-44 metri, ho visto un fumaiolo che potrebbe anche essere quello della nave che cercavamo". Il mistero dell'"Ercole" non è stato mai chiarito.

