La notte della luna rossa all'Osservatorio di Napoli

- di Ernesto Grassi

Il racconto minuzioso di una eclissi al tempo del direttore Tito Nicolini, del professore Guerrieri e di Maria Viaro, innamorata degli astri, nella specola di Capodimonte. Il custode Enrico De Sortis.
I telescopi, le torrette corazzate, la cupola girevole, gli apparecchi di precisione nelle custodie di vetro.
La visione ravvicinata del satellite con i monti e i mari disseccati. Il Golfo delle Iridi come quello di Napoli.

Ernesto Grassi, giornalista napoletano, classe 1900.
Bastarono pochi anni perché acquistasse notorietà e frequentazioni illustri.
Tutta la Napoli che contava fu alla sua portata. Tra i tanti, Totò, De Sica, i De Filippo.
Vicedirettore de "Il Mattino" e caporedattore del "Corriere di Napoli", ma anche inviato speciale e, poi, critico teatrale del "Roma". Morì nel 1963.

Le prime ombre di Capodimonte balzano incontro al tram lanciato in "parallela" tra i filari di platani, verso i grandi parchi della reggia solitaria. E' passata l'ampia strada di Santa Teresa; sono fuggiti vertiginosamente i cancelli del ponte sull'abisso della Sanità. Ecco gl'ippocastani cupi, fruscianti all'aria d'autunno; ecco la "Porta Grande" un altro cancello dai ferri neri, a lance dorate, vero cancello da Palazzo Reale. Cento passi a piedi, col vento fresco sul viso. La strada è deserta, è veramente "sulagna". Stasera gl'innamorati non possono inebriarsi di azzurro lunare; la luce colore del glicine è abolita, in questa strana sera di plenilunio. Guardate: la luna si è velata di bruno, da un'ora: la sua testa pallida e tonda, la testa di una povera donna obesa e rassegnata, sorridente per rassegnazione, ha un tragico tono rossastro, tra i batuffoli delle nubi.
La campanella dell'Osservatorio vibra nella densa penombra del vale. Si intravede la casa del custode: bimbi intorno a un tavolo che chiacchierano sereni, composti, a bassa voce. In questa casa si canterà per ninnananna una tavola di logaritmi. Mi pare che quella bimba bruna, dai grandi occhi fermi, possa venirmi incontro, sul limitare del parco, e parlarmi con molta gravità di Copernico e di Galilei, e insegnarmi a distinguere i divini colori degli astri.
Salgo alla villa degli astronomi, bianca e silenziosa. L'Osservatorio ha qualcosa del chiostro e del forte: lunghi corridoi da castello, bianchi, lindi, tutti silenzio. Una scala, un altro corridoio, una porta spalancata: la porta della Serenità.

Nessuno attende: essi sono ai telescopi che fissano la Luna. Ma la porta è spalancata: si entri, si passi, si esca sulla terrazza. Una sottile falce del satellite è ancora in luce, ma presto anch'essa sarà nascosta dal velo. I miei passi risuonano per le grandi camere: scaffali in cui si allineano in lunghe file di libri dai dossi di pergamena smorta, sotto la luce un poco debole delle lampadine elettriche troppo alte. Apparecchi di precisione nelle custodie di vetro, incomprensibili.
Inutile che chieda che cosa sono, a che cosa servono: non potrei capire. I busti di Giovanni Schiapparelli e di Padre Piazzi; un ritratto di vecchietto bonario dal solino altissimo, incravattato, sorridente: il Santini. Avanti per la casa degli eremiti, per questi saloni deserti in cui regna sommesso il calcolo infinitesimale.
D'un tratto, di fronte, intorno, un arabesco di brillanti. La città della luna rossa è tutta raccolta sotto la rocca dei telescopi. Sant'Elmo, bruno sul bruno; la punteggiatura luminosa di via Toledo. Fa quasi freddo, ecco la terrazza.

Ciascuno dei due "equatoriali" è in una specie di torretta corazzata, dalla cupola girevole, e sporge da una lunga feritoia. Telescopi montati su basi metalliche, tutti ruote, ingranaggi, perni di acciaio. E' dell'artiglieria; forse io sono per entrare in una casamatta. Un dottore dell'Eremo mi viene incontro, quasi sfiorando la terra, mi saluta a voce bassa, mi stringe la mano. Ha capelli grigi, occhi tranquilli, volto giovane: è il cugino del direttore Tito Nicolini che è fuori Napoli per ragioni di studio.
Lontano dall'Osservatorio il giorno dell'Eclisse? Mi pare inverosimile; mi pare che gli uomini di questa villa celeste debbano attendere gli eventi inconsueti del firmamento con una specie di ansia, con una specie di spasimo. Ecco il professore Eugenio Guerrieri, che mi passa davanti salutando, freddo, cortese, assorto in un pensiero complicatissimo, forse in un calcolo spaventevole di milioni di chilometri e di milionesimi di secondo. Un altro degli astronomi: il professore Aurino, Salvatore Aurino, un gerarca, il vice-federale di Napoli. Ha un volto espressivo e forte. Dall'ombra di un "equatoriale" mi si tende, franca, una mano femminile. Levo gli occhi a due profondi occhi di cui non posso distinguere il colore, in quest'ombra della Luna cupa; di cui non saprò mai il colore: la dottoressa Maria Viaro, bella, dal nome dolce, musicale, dannunziano. Mi pare tuttavia che saluti con un "a+b a quadrato": -A 2 +2 a b + b 2. La vedo al telescopio, ancora, questa fanciulla innamorata degli astri, io che mi aspettavo di sorprendere al cannocchiale un vecchio astronomo dalla barbona bianca, col capello a cono trapuntato di stelle d'oro. Passano degli orologi di grande precisione. Vorreste veder l'ora? Non fatevi illusioni: la lettura dei quadranti frazionatissimi è assolutamente algebrica.

L'eclisse è totale; ora comincia a sorgere un po' di nuvolaglia, una densa nube ingoia la Luna che poi riappare, sempre fosca, sempre velata di crespo. La città vibra di piccole luci, sempre; ma il bruno del mare è invincibile perla fioca luce del satellite in ombra: "La luna nova 'ncoppa a lu mare..." Dov'è, nel mare, l'argento fino del plenilunio? Ho per un attimo l'impressione che debba essere così per sempre; che la Luna non riesca più a liberarsi di questa tenace ombra rossastra. E' vero che ha delle lunghe catene di alti monti?
E dei vastissimi mari?Andiamo dunque nella torretta corazzata del telescopio: voglio vederla da vicino.
Il globo, nella zona illuminata dalla lente, è sfumato al margine d'azzurro e di lillà; la luce raccolta nei fuochi del telescopio è la sola che possa vincere la nebbia colore di sangue. La Luna è di un rosa lieve, sommesso, trasparente; è la prima volta che la vedo libera dalla sua pallidezza "maladive". I particolari della superficie del satellite sono visibilissimi, ora che l'eclisse è nella sua fase di totalità.

Ecco i monti. Perché gli astronomi non hanno avuto fantasia nel dare dei nomi ai monti della Luna? Le Alpi lunari: perché le Alpi?
Bisognava dar loro un nome misterioso e incomprensibile. Le catene merlettano il globo: gli Appennini lunari, gli Urali, il Caucaso, i Carpazi lunari. E pianure sterminate, disseminate di crateri Tyco, Platone - di crateri spenti, naturalmente, perché tutto è spento sul satellite morto. Ma i mari, mari disseccati, mari di roccia, hanno nomi terribilmente belli, mortalmente belli, e pallidi, e silenziosi: Mare della Serenità, guardate, immenso;
Mare della Tranquillità; e un grande golfo, Golfo delle Iridi,che assomiglia medianicamente al golfo di Napoli.
Ci pensate, a una Napoli lunare? A una Napoli spenta, senza vita, senza aria? Questo non si può pensare;
non c'è fantasia che possa immaginarlo. Assomiglia al golfo di Napoli, il grande Goldo delle Iridi, largo duecentocinquanta chilometri, assicura la voce calma di Giulio Bemporad. Trillano gli orologi elettrici di altissima precisione. Le ventitré e cinquantacinque: il velo si è svolto, è caduto. Scendo dalla terrazza con gli eremiti della villa celeste; me ne vado per il lungo viale allagato dalla luna.
Quando, un'altra volta? Potrebbe dirmelo il custode, don Enrico De Sortis, che conosce la misura esatta del diametro di Sirio e fa il "solitario", a sera, col calcolo infinitesimale.

Quando? E perché?
Ecco che adesso mi faccio una tragedia dell'eclisse, che drammatizzo la matematica celeste, che farnetico della luna rossa: sempre così. Ci mancherebbe altro, adesso, che chiedersi perché. Sapete chi me l'avrebbe data, una spiegazione esauriente? Una misteriosa e lontana sbrendola della vita mia, che ai miei cento perché di bambino cresciuto troppo presto rispondeva invariabilmente con la sola frase che avesse il potere di mettermi il cuore in pace: "Perché sì".