La pregiata bottega dei fratelli Moscarelli

- di Caterina Ruggi d'Aragona

Errico, ispettore dell'Inps e grecista, e Paolo, questore, una pistola e una chitarra, si definiscono artigiani della canzone napoletana.
Negli anni Sessanta si esibivano nei night di Ischia e della riviera romagnola.
L'incontro con Peppino a Capri.
Per trent'anni hanno scritto parole e musica di molti successi di celebri cantanti.
Ora hanno inciso un disco tutto loro.
L'omaggio a Salvatore Di Giacomo e la struggente melodia di "Zitto zitto".

I' vulesse 'n'ammore / bello, doce, 'nnucente, / senza mai tradimente, / can nun desse dulore... / I' vulesse, vulesse 'n'ammore...
Solo parole dolci sussurrate al chiaro di luna con l'accompagnamento di un'armoniosa chitarra: così i fratelli Moscarelli danno voce ai sentimenti che oggi come ieri infiammano i cuori, illuminano gli occhi e, talvolta, li fanno lacrimare.
Di indole romantica, Errico e Paolo sono - come loro stessi amano definirsi - artigiani della canzone napoletana, in una parola compositori. Hanno scritto rispettivamente parole e musica di molti successi di Peppino Di Capri, Carlo Missaglia e Pino Barra. E Paolo ha anche composto musica per Fred Bongusto.
Per trent'anni i loro nomi sono rimasti nero su bianco sulle copertine dei dischi altrui. Ma ora hanno deciso di uscire dall'ombra e di dare corpo e voce alle firme incidendo un disco tutto loro che raccoglie una vita - anzi due vite in parallelo - e racconta una passione coltivata sottovoce. Diremmo così: zitto zitto... guardannete int' all'uocchie.

Parole e musica semplici e gradevoli plasmate con un ottimo lavoro d'artigianato: è questa la cifra stilistica del disco che, significativamente, si intitola "Bottega F.lli Moscarelli".
I due fratelli hanno tradotto l'amore per la musica e per la poesia in una ricerca costante del bello, affondando le mani nella tradizione partenopea.
Fu il nonno a insegnare loro, ancora ragazzini, a scrivere poesie e racconti in dialetto. La musica è stata al centro delle stagioni giovanili: nei "mitici" anni '60 si esibivano nei night della riviera romagnola e a Ischia. Poi Capri li stregò e tese loro la mano.
Peppino Di Capri, che allora cantava con il complesso Alti e Bassi, portò in hit parade il loro brano "La città" e chiese a Mimmo Di Francia (suo collaboratore storico) di conoscere gli autori.
Era il 1971: Peppino lanciò "Signo' dint' a 'sta chiesa", nata in casa Moscarelli nel '63 e molto cara agli habitué di Ischia.

"Per sette anni l'ho cantata alla Cambusa, anche quindici volte a serata", ricorda Paolo con una punta di orgoglio. E si lascia andare divertito al racconto della gestazione del suo brano più fortunato. "Il maestro Toni Iglio commissionò a mio fratello il testo di una nuova canzone che avrebbe dovuto musicare lui. Errico, come suo solito, partì da una frase (Signo', dint' a 'sta chiesa / c''o fazzuletto 'ncapo) per costruire intorno la storia. Ma quando io ebbi tra le mani la bozza di quel testo fu per me irresistibile. Le note vennero da sé. Quando Peppino la ascoltò se ne invaghì e ne fece un successo nazionale portandola anche in tv». Tuttora il brano naviga attraverso Youtube.

Invece di cavalcare quell'onda, Errico e Paolo decisero di lasciare le note in un cantuccio (non così piccolo visto che hanno sempre continuato a comporre) e intraprendere altre strade. Errico l'intellettuale di famiglia secondo quanto riferisce Paolo è stato ispettore dell'Inps e, nel frattempo, ha acquisito prestigio internazionale come grecista (ha tradotto e pubblicato in tutto il mondo i frammenti di Ecateo di Mileto), ha scritto opere teatrali e testi di filosofia. Dal canto suo, Paolo ha compiuto una brillantissima carriera come commissario di polizia: già nella squadra mobile di Boris Giuliano a Palermo, questore con la direzione nazionale operativa antidroga italiana, poi direttore dell'ufficio antipirateria della Siae.

Una pistola e una chitarra. A Paolo associo una delle prime immagini della mia infanzia: una pistola chiusa nel ripostiglio mentre di là, in salotto, l'amico Paolo, dal fare affabile, gioviale, esuberante e dolce, ci ammaliava con la sua chitarra. In cuor mio non gli ho mai perdonato la scelta di avere lasciato lo strumento incantatore in un cantuccio di vita per impugnarne un altro nella quotidianità.
Ma lui non è pentito e suo fratello neppure. Fu Errico a suggerire: "Restiamo dietro le quinte, scriviamo canzoni per altri, senza fare gli orchestrali". Paolo confessa: "Non credevamo di potere impostare l'esistenza solo sulla musica, perciò optammo per lavori più sicuri e regolari. Scegliere di fare gli autori significò cogliere la sfida di comporre con approcci musicali sempre nuovi".
Tra codici, ispezioni e sequestri c'è sempre stato spazio per i pentagrammi, sempre inchiostro per parole e note.

Animi raffinati, sognatori, innamorati dell'amore, con la loro canzone d'autore hanno attraversato i tempi restando ancorati alle fila della tradizione. Molti passi più in là, hanno sempre guardato con distacco alle tendenze e alla moda: omologazione, globalizzazione, immagine, volgarità, neo-melodia sono assenti dal loro vocabolario. Le loro canzoni hanno il sapore dell'artigianato di qualità, "non roba da supermercato o brani omogeneizzati", sottolinea Errico che afferma: "Io sono per la biodiversità musicale, di fronte a questa omologazione strisciante, rivendico il carattere locale e universale della canzone napoletana, questo soffio di poesia ora allegro ora malinconico". E, perché no, espressione di tormento per 'na storia ormai fernuta mentre non vuole spegnersi la passione.
È il tormento raccontato da "Acqua passata", uno dei due inediti contenuti nel disco (scritta nel 2007). L'altro inedito è un omaggio a Salvatore Di Giacomo: la celebre poesia "Pianefforte 'e notte" musicata da Paolo Moscarelli che a tal riguardo dice: "Non ci interessa il nuovo a tutti i costi, ma il bello, senza scorciatoie. Non ci appartiene la canzone strillata". Le parole di Errico intonate da Paolo sono sussurrate, armoniche, hanno ora un tono malinconico, ora un ritmo divertito.

Proprio così: Zitto zitto.
Quali parole più adatte ad esprimere il tocco dei due fratelli?
Non posso fare a meno di citare la canzone che mi risuona nelle orecchie sin da quando ero bambina. Lo confesso: è la mia preferita. Sarà perché è nata sull'isola azzurra?! Paolo mi suggerisce che erano gli anni '80, quelli in cui da bambina l'ascoltavo accucciata nel salotto di casa mia. Mo', zitto zitto, / t'astregno 'sta mano... / Già penso a quanno / me farrai muri', / e me sto zitto, / pecché 'sta canzona / te dice chello ca mo' t'aggio 'a di'... vanti agli occhi quest'uomo solo, in mezzo alla gente, che guarda con malinconia le coppie di innamorati e all'improvviso si sente osservato. Possibile che quella donna stia guardando proprio lui? "Zitto zitto è intrisa di atmosfera caprese", racconta "cose strane che avvengono solo su quest'isola magica".
Nel commentare quella canzone che dette il nome a un album di Peppino Di Capri, Paolo Moscarelli ha un tono nostalgico ma ottimista. Per lui non è vero che quell'isola non c'è più.
"È vero che molti di noi non si riconoscono nella massificazione, ma sono convinto che si possa reagire al degrado continuando a fare cose belle con serietà".

Questa la scelta, e si sta rivelando vincente.
"Sorprendentemente stiamo scoprendo che c'è tanta gente silenziosa che soffre perché non trova musica in cui riconoscersi: c'è un bisogno crescente delle cosiddette 'canzonette', ma autoriali, che diano voce ai sentimenti autentici". Lo slancio a proporsi al pubblico con un disco è arrivato, guarda caso, a Capri. Un gruppo di amici portò Paolo in un locale, poi in un hotel di Marina Grande e, immediatamente, intorno alla sua chitarra iniziarono a sorridere i sognatori di ogni età.
L'atmosfera caprese ha fatto il resto. Mentre scrivo Paolo è a Palermo, ha appena finito di incidere la colonna sonora (parole di Gianni Belfiore, musica sua con orchestrazione di Vanni Boccuzzi) per le "Avventure di Ulisse" sceneggiate da Luciano De Crescenzo, cartone animato in 26 puntate di sei minuti ciascuna atteso su Raiuno. "La Sicilia è una terra bellissima - dice - ma non posso fare a meno di pensare a Capri, a quegli odori, a quei colori e a quell'atmosfera che mi trasformano in una persona migliore".

QUELLA SERA A CAPRI
di Luigi Ruggi d'Aragona

Camminavo, una sera come un'altra, in una delle tante strade abituali della mia isola, che però quella sera mi sembrava una qualunque, "tale e quale a n'ata". Riflettevo assorto tra me, "zitto zitto", e senza curarmi dei gruppi di passanti, villeggianti di agosto con facce mai viste prima che si dirigevano apparentemente felici in uno dei locali cui toccava evidentemente quell'anno il turno della moda.
Mi ha, all'improvviso, colto una profonda malinconia, quasi una paura che non fosse un caso che improvvisamente un luogo così caro mi sembrasse simile ad altri, ma che dipendesse dal lento affievolirsi del mio amore verso questi posti. Poco più avanti, attratto da una musica lontana ma familiare, sono entrato distratto in un localino, uno di quelli recenti che quando ci crescevo nella mia isola non esisteva, per bere un bicchiere e continuare i miei pensieri. E' stato allora che ho sentito quelle parole, sempre più familiari, che dicevano "nun cant pe' te, cant pe' n'ata..." e istintivamente i miei pensieri hanno cambiato direzione. Sono bastate poche altre parole "nu raggio 'e sole vò' stu core ca nun vò' suffrì" perché riconoscessi la voce che cantava, una voce così cara che non sentivo da tanto.

Era Paolo. Come avevo fatto seppur per pochi minuti a non riconoscerlo subito? Paolo è un vecchio amico, un mito della mia infanzia, un ricordo che mi catapulta all'immagine di un bambino in un salotto, un bambino affascinato da quel signore che arrivava a casa mia e, come se fosse la cosa più normale del mondo, lasciando con una mano una pistola (Paolo Moscarelli è stato questore) agguantava con l'altra una chitarra. Iniziava ad accarezzare note di antiche canzoni di quella Napoli che oggi non c'è più, alternate alle sue melodie. Ho passato ore quella sera ad ascoltare Paolo e non ero il solo, circondato da un gruppo di vecchi habitué che come me si sono fatti incantare dalle sue note e dalle parole per lo più napoletane delle sue canzoni; la maggior parte le riconoscevo, alcune dovevano essere evidentemente nuove: una su un amore ormai andato che diventa "acqua passata" e la fantastica traduzione musicale del "Pianefforte e notte" di Di Giacomo. Oggi quelle canzoni continuo ad ascoltarle, in auto o quando corro lungo il mare nel mio modernissimo lettore di canzoni ... e anche grazie a loro a volte riesco a ritrovare di nuovo forti i miei sentimenti per quei posti, quelle strade, che nonostante la loro trasformazione e il veloce lasciarsi indietro botteghe e vecchie tradizioni, ancora si affacciano sul mio mare dove luccicano quelle onde d'argento di un'unica ed incantata luna piena.