Indice
- Numero 52 - Giugno 2010
- L'Editoriale - Il mese dei poeti
- Mare nostrum
- L'uomo che creò il pennacchio del Vesuvio
- La regina delle Eolie
- Quella torre di Positano cenacolo di spiriti eletti
- Napoli nata da un'isola
- Marcello Veneziani, un viaggiatore al Sud
- Il lungo viaggio di mio nonno da un oceano all'altro
- Le passioni segrete di Corrado Ferlaino
- C'è una gallina in mezzo al mare
- Il fantastico reportage di Simenon dalla Tunisia
- Quando Dino andava alla guerra
- L'uomo di Setubal
- Il porto invisibile
- Il mistero delle Sirene
- La Costiera incantata
- La donna della Scala Fenicia
- Il reporter dell'Isola
La regina delle Eolie
- di Maria Rispoli
È Lipari, la più grande delle sette sorelle dell'arcipelago, prepotente e selvatica, che accoglie i visitatori con la sua bellezza e la sua euforia. I panini di Gilberto e Vera, i dolci della pasticceria D'Ambra, le cene da Filippino e da Nenzyna, la barca di Claudio per il periplo dell'isola. Il colpo d'occhio della cava di pomice, la Cala del Fico, lo scoglio della Pietra del Bagno, Le Formiche, la Punta del Perciato lungo l'itinerario marino.
L'impianto termale più antico del modo e i fuochi d'artificio che illuminano la rocca del Castello.
La potenza dei motori cala pian piano i propri giri. La corsa sulle onde si fa, ora, dolce carezza che disegna cerchi sull'acqua.
L'aliscafo dell'Ustica Lines è pronto ad attraccare. Parabordi e cime, equipaggio esperto e manovre millimetriche. La passerella dà inizio alle danze. In pochi minuti il vorace esercito dei vacanzieri sbarca a Marina Lunga. È un quadro in movimento, fatto di voci e di aspettative, di voglia di sentirsi speciale, anche solo per una settimana. Valigie stracolme e zaini in spalla. I-pod e testa fra le nuvole. Visi stanchi per la navigazione e sguardi emozionati.
A scandire l'incedere dei turisti il rumore dei trolley trascinati lungo le griglie della banchina. Inesorabile e fastidioso. Neanche la vacanza sembra placare la smania di arrivare sempre per primi, di essere veloci, di ingoiare la vita in un boccone. Il vorace popolo dei vacanzieri sbarca a Marina Lunga e Lipari gli dà un caloroso benvenuto. La più grande delle sette sorelle eoliane ti accoglie con la sua bellezza e la sua euforia. Tutto è in fermento. Superato il pontile di sbarco c'è solo da organizzare le idee e decidere cosa fare. Intorno, autobus in partenza per le spiagge di Canneto e stuoli di tassisti disponibili e sorridenti. Pescatori dal volto saraceno e spaselle cariche d'azzurro. Venditori ambulanti dalla pelle d'Africa e parei coloratissimi.
Ceste di cucunci e bottiglie di malvasia. Lipari è come uno splendido legno segnato dal tempo e dal mare. Ora linee dal gusto antico ora sprazzi di rumorosissima modernità. Gesti solidi, che affondano le loro radici nel passato, e sguardi proiettati al domani. Lipari sembra una clessidra. A volte è inclinata a fermare il tempo, a volte è sabbia che, finissima e veloce, scorre via. Lipari è il frastuono degli scooter che, fumosi ed instancabili, scorrazzano da un capo all'altro dell'isola e il silenzio che scandisce il magico tramonto sulle cinque isole che si gode da Quattropani. È il sole delle ginestre e il fuoco dell'ibisco che accende il bianco delle casette. È il divertimento che non trova mai riposo.
È la religiosità che affonda, profonda e sicura, nel cuore dei Liparoti come un remo nel mare.
È la fede nel proprio patrono, San Bartolomeo, festeggiato dagli isolani ben quattro volte l'anno.
Narra il vescovo francese S. Gregorio di Tours che l'Apostolo Bartolomeo morì martire in Asia. I pagani, mal sopportando i pellegrinaggi dei cristiani al suo sepolcro, decisero di spostarne il corpo. E così, dopo averlo rinchiuso "in un sarcofago di piombo, lo gettarono in mare dicendo perché tu non abbia più ad allettare il nostro popolo. Ma, con l'intervento della provvidenza di Dio, nel segreto delle sue operazioni, il sarcofago di piombo, sostenuto dalle acque che lo portavano, da quel luogo fu traslato ad un'isoletta detta Lipari".
Un sentimento forte quello che lega i Liparoti al loro protettore, mai scemato, neppure dopo che nell'838 le spoglie del martire vennero sottratte dai Beneventani. Lipari è il bianco abbacinante delle montagne di pomice e il nero dell'ossidiana e delle colate di lava. Profili friabili come nuvole di meringa e lucidi spuntoni di roccia. Delicate bouganville e pungenti foglie di fichi d'India. Natura prepotente e selvatica. Ora ti accarezza ora ti graffia. Lipari cuce su di sé abiti diversi. Da Marina Lunga a Marina Corta la parola d'ordine è agguantare il turista. Ristoranti e bar, botteghe e affittacamere. Granite alla mandorla e brioches. Saporitissimi arancini fumanti per alzare il colesterolo e sentirsi un po' Montalbano. Ciondolini di ossidiana e gechi stampati ovunque. Gli irrinunciabili panini di Gilberto e Vera e i dolci della pasticceria D'ambra. Una romantica cena da Filippino o da Nenzyna e fuochi d'artificio a illuminare la rocca del Castello.
Sopra ogni cosa, il centro storico è il regno incontrastato delle agenzie turistiche e delle compagnie di navigazione. Ad ogni metro, ad ogni angolo, ad ogni passo inesorabilmente si è braccati da un venditore. Ce n'è per tutti i gusti. Escursioni di poche ore o della durata di un'intera giornata, con o senza pranzo a bordo. Gite a Stromboli, con la Sciara del fuoco, o a Vulcano per un tuffo nella pozza dei fanghi. Pesca-turismo o trasferte in notturna nella trendissima discoteca Raya della più snob e vip Panarea. Dal mattino sino a notte inoltrata il corso sembra un vero e proprio bazar. Tutti offrono giri in barca. Si descrive, si affabula, si contratta, o si finge di farlo. C'è chi ha la barca scoperta per prendere il sole, chi quella più grande per star comodi. C'è Claudio con la sua "Aliante", barca piccola a conduzione familiare. Radici siciliane ma napoletanissimo nel modo di gestire gli affari. Valanga di chiacchiere e simpatia a sovrastare ogni contrattempo. Ci lasciamo conquistare da quel modo di fare, forse perché, in fondo, allo spirito partenopeo non sappiamo rinunciare, e navighiamo con Giuseppe e il giovane Antonio lungo il periplo dell'isola.
Terra brulla, terra rocciosa. Siti archeologici e ripide falesie. Coste irregolari come merletti ricamati dalla forza dell'acqua e della natura. Sentieri e mulattiere. Case come cubi dai lati spessi e terrazzamenti.
La barca prosegue. Dietro di noi una scia di riccioli di latte e zampilli di sale. L'antica cava di pomice è colpo d'occhio. Bianca come zucchero finissimo e prepotente come un graffio nell'anima. Un tuffo nelle acque caldissime che la circondano. Trasparenze e fondali turchesi. Con il naso nel cielo, i pensieri galleggiano, leggeri come i sassolini di pomice, sull'acqua di una giornata fatta di sole. Ora immacolate colate di luna ora tocchi di notte profonda con l'ossidiana nerissima della Forgia Vecchia.
Il contrasto anima il paesaggio tra Canneto ed Acquacalda. È un profilo magico quello modellato dall'attività vulcanica di un'isola che vanta circa 6.000 anni di storia ininterrotta. Natura strana e selvaggia. Scogli e pendii cesellati dai millenni. Punta del Palmeto e Punta del Cugno. La bella Cala del Fico e lo scoglio della Pietra del Bagno. E poi, le terme di San Calogero, l'impianto termale più antico del mondo. Quel prodigioso insieme di canalizzazioni con annessa caldaia fu costruito intorno al XVII sec a.C. durante la civiltà Eoliana. Tra quei resti, la storia si colora di fantasia e leggenda. Dall'Asia Minore San Calogero giunge a Lipari per mettere in fuga i diavoli insediatisi sull'isola eoliana, facendo sgorgare le sorgenti benefiche a conforto dei sofferenti. I soldati romani feriti in battaglia guariscono miracolosamente grazie alle acque termali. I corpi degli assassini vengono gettati nei crateri affinché la loro anima raggiunga direttamente gli Inferi. Il nostro barcone continua il suo percorso conducendoci sotto Monte Guardia e all'interno della splendida insenatura di Valle Muria.
Il gruppetto di scogli de' Le Formiche, il Faraglione e la spettacolare Punta del Perciato. Cresce la voglia di non essere un fagocitante turista della bella stagione, ma un liparota. Occhi intensi e scuri come ossidiana, volto di vento e di sale. Mani segnate dal mare. Nel cuore la dolcezza dell'onda e nell'animo la forza della burrasca. La gioia di una cima tirata su al primo sbadiglio del sole e un bicchierino di malvasia ad accompagnare il riposo delle reti. Gente forte dai valori antichi. Uomini legati alla propria isola da un amore viscerale, quello che, secoli prima, ha animato i loro padri nel difendere strenuamente il paese contro gli assalti del feroce pirata Barbarossa. Pensieri e sentimenti inviolati, affidati alla sacralità del mare, la stessa che, negli anni '20 e '30, abbracciò l'esilio dei confinati politici Nitti, Malaparte e Lussu. Dinanzi a quelle rocce esuberanti e bellissime nasce il desiderio di scoperta e di avventura. Un po' come quei viaggiatori che, tra il XVIII ed il XIX sec., visitarono le Eolie nel corso del loro Grand Tour. Non meri turisti ma viaggiatori.
Lazzaro Spallanzani e Deodat De Dolomieu, il curioso Luigi Salvatore d'Austria e l'artista Gaston Vuillier.
L'eclettica Elpis Melena e il prolifico Alexander Dumas padre.
I loro appunti e le loro pagine come interessanti diari di viaggio scritti con l'inchiostro dell'entusiasmo e della poesia.
Gli occhi spaziano tra storia e colori, ma la barca ci riconduce al porto. L'isola del re Eolo, ancora una volta, ci accoglie ospitale così come fece con Ulisse al quale regalò l'otre dei venti che lo avrebbero ricondotto in patria, eppure un pizzico di nostalgia ci vorrebbe ancora lì, a fendere quelle onde cullate dal fuoco.

