Indice
- Numero 50 - Aprile 2010
- L'Editoriale - Otto anni di navigazione
- Luna, andata senza ritorno
- Caro Petisso
- La straordinaria Villa Lysis raccontata da Ada Negri
- Quando il sindaco di Capri era Edwin Cerio
- L'isola del gioiello che sorge da un lago
- Il mare di stella
- L'uomo-pesce che vive a Posillipo
- L'isola dei crateri laboratorio di un dio
- Perché la "Santa Maria" non piaceva a Colombo
- L'isola plurale
- Bach e Romantica, un amore alla Gaiola
- Belle tra le buche
- Il traliccio di Punta Carena
- La sognatrice dell'arcipelago
- La rotta senza ritorno della corazzata Yamato
- Picnic a Kinshasa
- Il piroscafo dei cavi marini
- Il reporter dell'Isola
La rotta senza ritorno della corazzata Yamato
Orgoglio della Marina imperiale giapponese non aveva uguali nel mondo. A pieno carico dislocava 72mila tonnellate.
Partì alla volta di Okinawa per una missione suicida, provvista di carburante per il solo viaggio d'andata. Doveva arenarsi su una spiaggia dell'isola e fungere da batteria contraerea. Fu affondata prima che raggiungesse l'obiettivo.
Sei mesi prima, la fine della "sorella minore", la corazzata Musashi.
Più bella di una donna, dicevano. E ne carezzavano con gli occhi i fianchi poderosi, il lungo corpo regale, i gingilli luccicanti che aveva addosso. Una regina, più di una regina. Una imperatrice. Un'imperatrice del mare.
Un'imperatrice giapponese. Le onde, anche le più selvagge, la solleticavano appena. Buffetti d'acqua lungo il suo incedere maestoso. Tremila uomini spasimavano per lei. E lei li accoglieva tutti. Si lasciava guidare da loro. Li sentiva possederla con grazia perché lei era troppo grande, immensa, gigantesca e neanche tremila uomini potevano domarla del tutto. Gioiva se gli uomini le lucidavano i gingilli, se erano allegri e cantavano. Partirono insieme incontro a un destino da melodramma.
Era un pomeriggio di aprile e il mare li aspettava, lei e i tremila uomini, perché procedessero nell'esagerato splendore di lei e nel tranquillo corteggiamento degli uomini, attenti a sfiorarla con ordine e ammirazione. Lei si chiamava Yamato, affascinante nome orientale. E i suoi uomini avevano occhi a mandorla. Partirono da Tokuyama nel tripudio di mille e mille ammiratori.
Lei era la più grande e potente corazzata che fosse mai stata costruita. Nella gigantesca culla dell'arsenale di Kure era cresciuta, sempre più immensa, sempre più bella. Più bella di una donna. Ma, a terra, molti sapevano che Yamato e i suoi tremila uomini non andavano incontro a un fulgido destino lasciando il porto di Tokuyama. Quel viaggio, in partenza, sapeva già di morte. Segretamente, tutto era stato preparato per un viaggio senza ritorno. Segretamente, alcuni uomini si ribellarono al viaggio suicida e dettero a Yamato una speranza di ritorno. Forzarono gli ordini di riempire i serbatoi della corazzata col combustibile necessario solo a raggiungere la meta. Ne misero di più perché il destino di Yamato non fosse segnato in partenza. Sperarono che lei, più bella di una donna, tornasse a casa. Alla partenza, i fiori si mischiarono alle lacrime.
La Yamato, a pieno carico, pesava 72mila tonnellate. Nessun'altra nave ne reggeva il confronto. Il suo solo vestito d'acciaio pesava 21mila tonnellate. Aveva una autonomia di ottomila miglia (14mila chilometri) e poteva raggiungere una velocità di 27 nodi, ma, agghindata di nove cannoni, di due torri trinate a prua e una a poppa, ripieni di carburante i serbatoi per alimentare le sue dodici caldaie a vapore, più tutti gli altri armamenti e gli uomini a bordo, non superava i 18 nodi (33 chilometri l'ora). A conti fatti, era sontuosa, ma lenta. Lentamente andò incontro al suo destino. Per tutta la guerra nel Pacifico aveva fatto poche apparizioni, senza grande impegno. Alle Midway, nel giugno di tre anni prima, il 1942, non era arrivata alla distanza giusta per puntare tutte le bocche da fuoco sulle portaerei americane.
Neanche fra le isole Marshall e Gilbert aveva arrecato danni al nemico. Raggiunta dal siluro di un sommergibile statunitense, nel 1943, aveva fatto ritorno a casa. Ma era sempre l'orgoglio del Sol Levante. E alla battaglia nel Mare delle Filippine, nel 1944, sparò 104 colpi dei suoi potenti cannoni e fatto decollare i suoi sette aerei. Fu la battaglia i cui vide perire sua sorella, Musashi. La perse sei mesi prima che Yamato partisse per la missione suicida verso Okimawa. Musashi, corazzata giapponese non meno bella, ma sorella minore di Yamato, ingaggiò una disperata battaglia davanti alle colline e ai vulcani spenti dell'isola di Leyte, nel cuore dell'arcipelago filippino. Ci vollero 17 bombe e 20 siluri per piegarne la resistenza. Si rovesciò a babordo affondando, lacerata e annerita. Era il 24 ottobre 1944. Ora Yamato sta navigando nel Mare interno del Giappone. Lunga 263 metri e larga 39, procede in tutto il suo splendore. La governa il vice-ammiraglio Yokuyama. All'Imperatore, nella residenza di Tokyo, arrivano subito brutte notizie. Quand'è ancora nelle acque territoriali, la Yamato viene avvistata da due sommergibili e da un ricognitore americani.
La Yamato procedeva con un elegante corteo.
L'accompagnavano un incrociatore leggero e otto cacciatorpediniere, un corteo per un viaggio di festa e fu invece il suo funerale. Gli ordini dell'Ammiragliato giapponese erano precisi. La Yamato doveva fare da esca alle portaerei americane. Doveva attrarle con la sua prorompente bellezza per allontanarle dall'isola di Okinawa dove gli americani erano sbarcati in massa e quell'isola bisogna riconquistarla. Gli americani vi erano giunti con 1500 navi per lo sbarco, con 40 portaerei, 18 corazzate, 32 incrociatori, 200 cacciatorpediniere. E avevano occupato l'isola dove alcuni strenui difensori giapponesi continuavano a sparare.
Non fu ingaggiata per nessuna sfida la Yamato. Il compito che le venne assegnato umiliava la sua potenza. Non doveva battersi contro il nemico navigando. Doveva andare dritta verso l'isola di Okinawa e arenarsi sulla spiaggia di Hagushi, non lontano dall'aeroporto dell'isola, per diventare una semplice batteria costiera nel cuore dell'occupazione americana. Questo era l'umile traguardo della più grande corazzata della seconda guerra mondiale. Verso il mezzogiorno del 7 aprile 1945, quattrocento aerei oscurarono il cielo del Pacifico e a ondate successive presero di mira la Yamato. L'inferno sul mare di quel giorno è scandito dai comunicati di guerra. Alle 12,41 la corazzata giapponese fu colpita per la prima volta da due bombe. In rapida successione fu raggiunta da 13 siluri e altre 10 bombe. La spiaggia di Okinawa era ancora lontana.
Ferita e sofferente la Yamato andò ancora avanti. Fino a che, alle 14,20, una gigantesca esplosione prima la rallentò, poi la bloccò. Si inclinò sul fianco sinistro. Tutt'attorno l'acqua ribolliva, si apriva e si chiudeva. La Yamato affondò in un periodo di tempo che sembrò una eternità. Affondò inclinata sul fianco sinistro. Il mare, attorno, era tutto agitato fino a che l'immensa voragine d'acqua inghiottì la corazzata. Era l'8 aprile 1945.
Il grande scafo d'acciaio scese giù, sempre più giù. Non arrivò mai alla spiaggia di Hagushi. Quando la Yamato affondò, l'isola di Okinawa era ancora lontana 370 miglia. I superstiti furono 269. Più di duemila fra marinai e ufficiali morirono.
Il piccolo corteo che accompagnò la corazzata si batté alla morte. Abbatterono dieci aerei americani. Ma quattro cacciatorpediniere affondarono. Cinque, gravemente danneggiate, riuscirono a far rotta sul Giappone.
Spezzata in due, fra cento e cento relitti, la Yamato giace oggi su un letto di sabbia a trecento metri di profondità sul luogo dell'affondamento. Due esplorazioni ne hanno perlustrato i resti nel 1985 e nel 1999. A Kure, dove fu costruita, è sorto un museo in ricordo della sua disperata impresa.
Okinawa, restituita dagli americani ai giapponesi nel 1972, è l'isola della longevità. Durante l'occupazione statunitense morirono 150mila abitanti. Oggi Okinawa, come per una rivincita sul suo passato di morte, vanta la più alta concentrazione di centenari nel mondo. Un gruppo di scienziati ha identificato nell'alimentazione, nell'attività fisica, nella gestione dello stress e nei rapporti sociali il segreto della vita longeva a Okinawa. La dieta è a base di patate dolci, di tè verde e soia. La curcumina ha un effetto notevole sull'invecchiamento cerebrale.
La maggior parte degli abitanti di Okinawa sono pescatori e agricoltori. A 90 anni fanno ancora giardinaggio e ballano. Camminano molto. Sono ottimisti. Hanno dimenticato la guerra.
E' una comunità molto solidale. La Yamato è diventata un ricordo lontano, un videogioco, un film, un'astronave della serie di Star Trek, lei che era più bella di una donna. Le alghe stanno coprendo il suo corpo spezzato a trecento metri di profondità, su un letto di sabbia.

