La sagra del mare a Procida

- di Mariella Scotto

Ogni anno, sul porto, l'isola ricorda i marinai periti nei viaggi per il mondo.
L'ansia, l'attesa, il mancato ritorno, il dolore di chi ha aspettato inutilmente il rientro dei suoi uomini. La leggenda della donna che in un forestiero sceso dal traghetto ha sognato di vedere il figlio perduto.

A Procida, in una casa piccola affacciata sulla Marina, è vissuta una donna a cui il mare ha rubato un figlio. Uno dei tanti "caduti in mare", marinai e marittimi procidani da sempre in giro per il mondo. Ogni anno, da 60 anni, l'isola di Procida dedica una ricorrenza a queste morti: "La Sagra del mare". La prima sera della "festa" si tiene la messa all'aperto, sul porto, dedicata ai caduti in mare. La donna di cui parla il racconto, ha sempre aspettato il ritorno di suo figlio, individuandolo in ogni forestiero approdato sull'isola.
Quale voce viene sul suono delle onde / che non è la voce del mare? / E' la voce di qualcuno che ci parla, / ma che, se ascoltiamo, tace, / proprio per esserci messi ad ascoltare. / E solo se, mezzo addormentati, / udiamo senza sapere che udiamo, / essa ci parla della speranza / verso la quale, come un bambino / che dorme, dormendo sorridiamo. / Sono isole fortunate, / sono terre che non hanno luogo, / dove il Re vive aspettando. / Ma, se vi andiamo destando, / tace la voce, e solo c'è il mare. (Fernando Pessoa, poeta portoghese).

Ferdinando. Era sceso a Procida. Dove c'è il mare si è abituati ai forestieri in tempo d'estate. Pochi altri sbarcano su un'isola quando l'autunno è già inoltrato, quand'anche i giorni di novembre siano dolci degli umori del mare, ancora animato dallo spirito di chi l'ha solcata: i grandi oceani degli avi, delle notti e delle albe trascorse a guatare gli orizzonti. L'acqua, nelle isole, ha i riflessi gialli della terra dove vivono creature uniche e anomale: lucertole di salmastro arrampicate a scorticare le facciate a calce che il tempo scolora; la mucillagine untuosa dello scirocco, il polpo dell'aria umida che molleggia estenuante sulle giornate di maltempo. Allora i venti increspano il mare, come i brividi sulla pelle, e lo sollevano a schiaffo sulle scogliere. Le giornate s'allungano, il calore rosa del sole si fa pallido, come malato e le ore si dilatano nella pancia di attese immobili.
La marina del porto, dove un tempo c'era stata solo sabbia vulcanica scura e doppia, è una riga sotto l'alzata di finestre e terrazzi, confine assai sottile tra la terra e tutta l'acqua che la circonda. E' là che aspettano la notte gli abitatori insonni di un mondo evaso: giocatori di carte e boccette nei soppalchi dei bar o cercatori d'amore rintanati nelle macchine, ognuno badando a trasportare le ore fino al momento di ritirarsi. A quell'ora tutta l'altra gente è tornata alle case; l'aria pesante di vapore e nebbie è più fiacca e non c'è da fare.

Uno straniero che sbarca in tempo d'inverno, è sempre una stranezza. Non si capisce subito cosa ci sia capitato a fare su un'isola. Era comparsa dal niente, sulla lingua di basalto deserta per l'ora tarda. Una figura d'uomo nell'oscurità lucida come catrame, scivolata dal traghetto quasi deserto che riporta a casa gli ultimi pendolari della giornata. Nessuno l'aveva notata a bordo. Al massimo, a inquadrarla per un attimo, qualcuno avrebbe ipotizzato che fosse diretta a Ischia dove i turisti vanno anche in bassa stagione.
Quando il portellone era crollato al suolo col suo rumore sordo, l'uomo, invece, si era fermato a Procida. Aveva passato la traversata fuori, per tutto il tempo finché, tra la nebbia, aveva osservato affiorare la terra. Quasi d'un tratto, come nata dal silenzio o emersa dall'acqua. Gli era sembrato che tutto il mondo fosse racchiuso in quello che vedeva, nella striscia senza prospettiva di finestre vicine e sfalsate, spente o accese, una sull' altra, disegnate su una linea. Disceso dalla nave, era rimasto fermo, sospeso di faccia all'isola, mentre la nave silenziosa alle sue spalle riprendeva il mare, lentamente, riavvolgendosi nel buio.
Prendeva fiato, o coraggio, e intanto notava meglio ogni cosa: la fuga delle case e l'alzata imperiosa di un palazzo sormontato da merli. Gli parve, così immerso nel buio, l'ingresso ad una landa misteriosa; poi attraverso le arcate ampie e spalancate aveva colto il lampo di fasci luminosi, fari di automobili. Dunque c'era una strada che correva dietro a ciò che si vedeva: essa sembrava impennarsi ripida in salita, alle spalle di quelle ombre. Per qualche minuto restò immobile, poi s'incamminò, lentamente, con il carico pesante, così appariva, di una borsa a tracolla. Andava incerto, seguendo la traiettoria dei locali sulla strada. Le serrande erano chiuse e tutte spente le insegne; solo i portoni stretti erano spalancati per la metà, lasciando intravedere i primi salti di lunghe scalinate inghiottite dalle mura. Portavano, probabilmente, ai finestroni enormi che si vedevano dal basso, arcuati come falci. La strada si era spopolata dopo il via vai delle macchine che avevano raccolto, ognuna le sue, le persone sbarcate. Per strada era rimasta la mescolanza rada di ragazze e ragazzi immersi nel fumo nuvoloso delle loro sigarette. Distesi su sedie metalliche dentro e fuori un paio di bar, sotto luci fredde di neon, gli sembrarono stranieri di una scena irreale in quella marina addormentata sotto gli archi ed i merli.

Una morsa gli strinse un punto preciso dello stomaco; aveva fame, non mangiava da quando era partito. Ora andava indeciso per quella strada ch'era una banchina sconosciuta, disseminata di reti, alcune coperte da teloni, in una debole luce rischiarata da lucignoli appena. Procedeva, la via scura di lava, appaiata al mare che la lambiva, silenzioso e docile come un cane. Piccole barche, fissate agli anelli affondavano appena nei colori molli delle case rovesciate a mare.
In un cono d'ombra più nera, un crocifisso spalancava le braccia al cielo, chiuso in una cancellata. Si fermò a osservare anche quello, rivolto al suo gesto disperato, quasi potesse fermarsi a parlarne. Ognuno ha la sua croce, avrebbe detto.
Povero cristo. Anche tu.
C'era un'altra via larga che fuggiva in salita sull'altro lato, mentre la banchina continuava dritta fino a un campanile. Di nuovo si fermò, incerto e allora sentì un rumore, un sussurro...
Ferdinà, Ferdinà, sei tu?
La voce non sembra provenire da nessuna parte.
Ferdinando, sì turnate? Ferdinà!
Nessuno c'era in strada oltre a se stesso intento a decidere una strada da prendere; si sentiva nel silenzio come in una bolla avvolgente e la nave, arrivata lontano, navigava tranquilla pareggiando le luci della costa, prima del mare aperto.

Chi è?
L'uomo sollevò la testa, cercando di seguire la scia sonora lasciata dalla voce, non poteva essersi sbagliato, l'aveva sentita chiaramente.
Cercava con gli occhi verso i balconi, fra le ombre delle balaustre e si girava tutt'intorno parendogli strano che le parole fossero dirette proprio a lui. Era impossibile, lui non si chiamava Ferdinando e su quell'isola non conosceva ancora anima viva, ma una voce aveva chiamato, di questo era sicuro. Era sembrata una specie di pianto, un singulto soffocato provenuto dall'alto, dalla direzione delle profezie che s'imprimono a un destino. La cosa, al pensiero, gli faceva impressione visto ch'era appena sbarcato e continuava a virare lo sguardo a ventaglio al di sopra della testa.
Nel buio non distingueva, poi l'occhio s'abituò e cominciò a decifrare l'immagine di un'aureola oluminosa: forse una chioma di capelli scompigliati.
Chi è? Per favore.
Ferdinando, aspetta. Mò sto scennenno.
Tornò una sospensione irreale ma solo per qualche istante, poi un'ombra lunga come un ombrello si disegnò nella sagoma di uno dei portoni aperto per la metà. Chissà che cosa vedeva, essa, a sua volta: anche l'uomo era una cosa immobile, così immerso nella semi oscurità, in piedi sotto al crocefisso.
L'ombra del portone si tuffò in strada con la velocità di un gatto. Attraversò d'un salto la strada deserta e lo raggiunse, buttandogli al collo due braccia nodose e convulse.
Ah, comme te sì fatto "sicco".

Vieni, vieni - sussurrava - Sali, sali a casa.
La testa gli arrivava appena al petto e là si puntava come un chiodo. Spingeva e s'incurvava come un'onda, con le mani teneva ferme le braccia perché niente la staccasse da quella presa affannosa.
Che fa? Chi è. Mi guardi, per favore. Non sono chi pensa: io non mi chiamo Ferdinando.
Ma la donna non lo sentiva ed emetteva, ora, un lungo suono, lamentoso come un richiamo a labbra serrate, una nenia isterica che a tratti si faceva acuta e a tratti sfumava, la guancia affondata al petto.
Lui non si muoveva più in quella morsa che lo cullava; si sentiva, in una stretta muscolosa che lo avvinghiava e intorno c'era tutta quell'acqua silenziosa. Rimasero così finché i fari delle automobili cominciarono a inondarli della loro luce e allora lui si staccò lentamente. La donna non fece resistenza: sollevò la faccia rigata da solchi fondi, gli occhi sbarrati pieni di terrore e lacrime che crollarono rapide sul petto incavato, all'altezza dei seni, dove non c'era la curva del petto. Il tessuto grezzo di lana nera aveva una rientranza sinistra, due fosse scavate nelle terra: quella donna doveva esser stata operata. Gli strani occhi di uccello, senza ciglia, lo fissavano pieni di sospetto.
E allora,chi sì tu? E pecché Ferdinando non c'è, eh?
Non so. Io sono venuto ora, con la nave.
Eh! La nave - aggiunse con tono amaro e si staccò rapida come una tarantola. Con uno scarto improvviso e imprevisto, si riavviò i capelli: le mani scesero a cercarsi gli occhi e li asciugò, poi ricaddero rabbiose sulla maglia afflosciata sul petto liscio.
Si girò su se stessa, fulminea come una volpe, e di nuovo attraversò la strada, infilandosi nel portone, sparendo così com' era apparsa.