Indice
- Numero 18 - Luglio 2005
- L'Editoriale - Cuori di musica
- Estate, casomai si va in Dubai
- L'assalto alla roccia di Anacapri con le scale dei lampionai di Napoli
- Quelle barche che da Capri raggiungevano l'Elba
- Le mie dodici Capri
- L'isola invisibile che si mostṛ una sola volta
- L'isola controcorrente
- Quando i ragazzi di Ischia andavano a caccia col tiramolla
- Asolo, luogo dell'anima
- Il pittore delle isole
- Cento di questi anni
- Le incredibili storie estive dalla riviera romagnola
- La guerra lampo del soldato Gargiulo
- Al mare con Fido
- Giallo mare
- L'amore al tempo della Rivoluzione
- La scommessa di Houdini
- Il reporter dell'Isola
La scommessa di Houdini
- di Alessandro Cecchi Paone
Cento dollari per cominciare. Di origini ungheresi, cercò fortuna negli Stati Uniti. Gli espedienti delle evasioni facili. L'incontro con Sarah Bernhardt. L'inganno di Conan Doyle e di Teodhore Roosevelt. Un mito, suo malgrado, e una vita di magie e illusioni. La falsa fine nella pagoda cinese. Morì invece di peritonite.
Può un mago essere il re degli scettici? Può un uomo che ancora oggi è simbolo di mistero diventare l'icona della scienza razionale? Può. Ma solo se stiamo parlando di Ehrich Weiss. In arte: Houdini.
Figlio di una coppia ebrea originaria di Budapest, il piccolo Ehrich si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti a cercare fortuna nel nuovo continente. Era il 1878 e i Weiss erano poverissimi: il piccolo Ehrich faceva il lustrascarpe e lo strillone. Mestieri umili di chi doveva dare una mano ad una famiglia numerosa.
Pochi amori: la madre, una ragazza, Bess, la donna che diventerà moglie, amica, compagna, assistente, e gli spettacoli circensi. I suoi eroi erano gli illusionisti e gli equilibristi. E lui divenne, nel tempo, la sintesi perfetta tra i due.
I vent'anni arrivarono con inquietudine e una voglia di scappare. Stufo delle sagre di paese e degli spettacoli da quattro soldi, prese i 100 dollari che aveva messo da parte e, dopo essere entrato in un locale, fece una scommessa con gli avventori: li avrebbe dati a chiunque sarebbe stato capace di imprigionarlo. Erano ammesse corde e manette.
Tutti scommisero contro di lui, convinti che avrebbero fatto soldi facili. Ma niente e nessuno lo imprigionò. E dopo quel locale ce ne fu un altro. E un altro ancora e così via. Presto i giornali iniziarono ad interessarsi al giovane mago dall'evasione facile. Ed Ehrich divenne, per tutti, Houdini. Il grande Houdini.
Idolo, simbolo, icona. Il paragone che oggi potremmo fare per cercare di comprendere cosa significasse Houdini per la cultura dell'epoca è quello con le più celebrate rockstar di oggi. Lui ammetteva candidamente di essere un illusionista, una persona che gioca con la nostra incapacità di comprendere il trucco che si cela dietro l'apparenza. Ma più ammetteva la banalità della sua arte, più la gente comune si convinceva del contrario.
Ben presto il mondo si convinse che il grande Houdini doveva per forza avere capacità sovrannaturali. Lo pensò Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, che dietro l'apparenza razionalista coltivava i suoi interessi per lo spiritismo. Di lui disse che: "Solo attraverso la materializzazione si può spiegare la sua capacità di evadere da quelle trappole". Lo pensò la grande ballerina Sarah Bernhardt che gli chiese se, con la sua magia, avrebbe potuto farle ricrescere la gamba che le era stata amputata. Lo pensò persino un presidente, Theodore Roosevelt, che affermò: "Houdini deve possedere doti telepatiche. Solo in questo modo posso spiegarmi come lui possa leggere nel mio pensiero".
Ma Houdini non possedeva alcuna capacità medianica. Al contrario, divenne, dopo il 1913, un acceso detrattore di ogni spiritismo e di ogni fenomeno paranormale. Il dolore per la perdita della madre lo portò a frequentare sedute spiritiche nella speranza di poterla contattare dopo la morte. Trovò solo inganni, che seppe smascherare. Da quel momento in poi i suoi viaggi nelle grandi città divennero una vera e propria caccia ai maghi impostori. Li irretiva, li seduceva, li studiava. E poi, la sera dello spettacolo, davanti alla folla che gremiva i teatri, li sputtanava con corrosiva ironia.
Rovinò in questo modo la reputazione di più di un sedicente medium e, insieme, del bel mondo che aveva il tempo per deliziarsi con l'occultismo.
E la sua magia? Trucchi. Espedienti. Improbabili, ingegnosi e raffinati, certo: ma sempre trucchi erano. A cui si aggiungeva un gran senso dello spettacolo. Fu la sua condanna. L'uomo che sapeva evadere da ogni lucchetto rimase prigioniero del mito, della sua immagine sovrumana. E quella immagine, nel tempo, divenne paranoia.
Amareggiato dalla creduloneria della gente, iniziò ad alimentare lui stesso le voci più strampalate sul suo conto. A che pro smascherare il mito se poi l'uomo comune lo riedifica più imponente di prima? Il mito travalica la verità. La conserva, ma la amplia. Cancella le tracce di verità e le sostituisce con il desiderio, il gusto del tragico, il senso del perfetto.
Un uomo così non poteva morire in maniera comune. Il mondo intero ricorda la fine del mito Houdini nella tragedia di quel "numero" maledetto. Quello della "pagoda cinese", in cui, legato a testa in giù in una vasca di vetro sigillata, si fece scoppiare i polmoni per eseguire l'impossibile. Era la notte di Halloween, quella in cui le saghe celtiche vogliono che i morti tornino a vivere. Le cronache riportano un addio toccante. Le sue ultime parole, rivolte all'adorata Bess, furono: "Morirò. Ma se c'è un modo per evadere dalla morte, lo troverò e tornerò da te".
Questa è, nella memoria collettiva, l'uscita di scena del mitico Houdini. Commovente, vero? Sì, ma falso. Perché la fine di Herich Weiss fu molto più banale. Certo, morì anche lui, il 31 ottobre 1876. Ma per una stupida peritonite.

