La signora di madreperla

- di Pina Amarelli

Dalla figura di una donna lieve con la carnagione delicata che incede flessuosa alla pasta, la sovrana della cucina.
È la favola di Livia e del "Don Alfonso" raccontata nel suo ultimo libro da Maria Orsini Natale, vate dei tesori gastronomici campani.
Una famiglia al lavoro col dono dell'inventiva e della cortesia nell'esclusivo locale di Sant'Agata sui due Golfi.

Una storia che sa di favola, ma le cui radici sono profonde e ben salde nel territorio dove questa saga familiare ha avuto origine e dove la storia si dipana ogni giorno in nuovi capitoli, mixando sapientemente la realtà con l'estro e la fantasia.
Motivo conduttore l'esaltazione della splendida natura della costiera sorrentina, della sua straordinaria ricchezza considerate in chiave quasi pittorica, impressionistica, con il sole che sembra avvolgere, nelle foto che illustrano il testo, le immagini dei protagonisti del libro.
I primi colori che mi hanno colpito sono sicuramente quelli dell'Autrice, di questa Signora della scrittura che può oramai, a pieno titolo, essere definita "Vate" dei tesori gastronomici della Campania.
Il primo colore di Maria Orsini Natale è quello dell'anima, che si estrinseca nel suo inno di ringraziamento al Creatore per quanto, attraverso la natura, ha voluto donarci.
E la preghiera si articola nel fascino di un'antica cucina dove a scandire gli esatti tempi di cottura dell'attenta massaia sono le preghiere: un'ave, un gloria al padre o un padrenostro secondo le necessità richieste dal piatto in preparazione, a sottolineare che il cibo ci proviene da dio, ma anche il tempo ci è stato concesso da Nostro Signore. Ogni minuto della nostra vita va speso per glorificarlo e la migliore orazione che gli si può rivolgere è certamente il sublimare i suoi doni naturali trattandoli con cura e servendoli ai nostri cari con religiosa devozione.
D'altronde la tavola è il vero momento d'incontro, è l'occasione in cui si ritrovano le affinità spirituali, si addolciscono i conflitti, si stringono le alleanze, si instaura un clima di serena distensione, specie in un mondo, come quello attuale, dove si viaggia ad incredibili velocità dimenticando, o addirittura spesso ignorando, la nostra meta finale.
L'altro colore che mi ha colpito, nelle foto dell'Autrice, è il rosso giovanile ed oserei dire carnale delle sue labbra.
Esse sembrano assaporare ogni parole che scrive, gustare antiche pietanze, schiudersi ad esperienze gastronomiche innovative, mentre l'acceso combinarsi delle tinte dell'abito accentuano, con gli inserti in patchwork, la matrice mediterranea che fa da sfondo al racconto, sottolineata dall'originale monile-conchiglia che sfoggia al collo.
Ancora in tema di figure femminili e coloro voglio raccontarvi la mia prima impressione quando, a pagina 12, ho letto il titolo "La signora di madreperla".
Il pensiero, precedendo la lettura delle righe, è andato subito a Livia.
Nel mio immaginario è lei la signora di madreperla: incedere lieve, figura flessuosa, carnagione delicata e biondi capelli, sorriso dolce ed espressione gentile, il tutto magnificamente enfatizzato dagli abiti chiari che indossa nei ritratti a corredo del libro.
Stupendo scoprire, dopo pochi istanti, che la madreperla signora della cucina è la pasta, tipica del sud ma con una storia cinese che si fa leggenda nel racconto di Marco Polo.
Meravigliosi anche i nomi che contraddistinguono questi antenati delle nostre paste; l'arabo "ittryya" che nel suono evoca il nervoso tirare dell'impasto per farne vermicelli e il latino "lagane", vocabolo dal ritmo piano, che fa pensare alla tranquillità della sfoglia docile al taglio che la prepara a sposarsi al condimento.
A Napoli i maccheroni si affermano presto, assumendo il connotato del lusso contrapposto alla povertà della tradizione di un popolo mangiafoglie, di un lusso democratico in quanto obiettivamente non molto costoso.
Diventano il simbolo di una festa che tutti possono sognare e che arricchisce di sapore i momenti più importanti della vita. Basta pensare, infatti, che un formato lungo e bucato, particolarmente adatto ad intridersi bene di sugo, viene battezzato "zita", cioè la sposa dell'antico dialetto partenopeo e solennizza, con la sua presenza, il rito del matrimonio.
Ma la pasta non è solo fantasia culinaria e festaiola.
Essa diviene ben presto industria, e fiorentissima, tanto da indurre amministratori lungimiranti come quelli della Gragnano di metà Ottocento, a ridisegnare l'impianto urbanistico della cittadina: il corso principale, dove avevano sede i famosi pastifici, viene costruito orientandolo secondo lo spirare del vento per favorire la fase di essiccazione dei maccheroni che allora avveniva con l'esposizione all'aria naturale di canne sulle quali si metteva la pasta ad asciugare.
Di Livia, della nostra signora abbiamo detto. Ma non basta perché il "Don Alfonso" di Sant'Agata sui due Golfi è soprattutto una famiglia che prende le mosse da nonno Alfonso e dalla sua avventura americana per arrivare ad oggi, passando attraverso le appassionate notti trascorse in cucina da Livia e Alfonso novelli sposi fino alla perfetta équipe odierna con Ernesto e Mario protagonisti insieme ai genitori.
Continuità familiare, idee condivise a costituire un patrimonio unico e irripetibile come è quello delle aziende familiari che, al valore aggiunto dei valori che affermano, sommano anche il non assolutamente trascurabile risultato di rappresentare, oggi, circa il dieci per cento del Pil.
MARIA ORSINI NATALE: "Don Alfonso 1890: una storia che sa di favola". Editore Avagliano, Salerno, novembre 2003.