La sognatrice dell'arcipelago

- di Giuseppe Pompameo

Nella piccola isola delle Ebridi, al largo della Scozia, Katherine era venditrice di palloncini e di sogni, ma uno lo tenne tutto per sé, stregata da Max, l'uomo che arrivava su una mongolfiera.
Realtà o illusione? Un fazzoletto a pois rossi per un saluto, l'incanto di un tramonto, e tutto fu subito un rimpianto, una nostalgia lontana ...

Era come se il tuffatore avesse sempre un conto aperto con il vuoto. Ne aveva paura, una dannata paura, eppure lo cercava, lo attraversava, si lanciava nell'accogliente, immobile solitudine dell'aria, per sentirne, ogni volta, il profumo, lo sfiorìo. Per innamorarsene, sedotto e abbandonato, il tempo di una vertigine, d'un pensiero verticale. Il tuffatore e il suo breve abisso, il suo tuffo alla moviola che, puntuale, s'interrompeva misteriosamente proprio sul più bello, ad un respiro dalla superficie dell'acqua. Sempre così.
Ecco, Katherine faceva, di solito, sogni come questi, storie senza finale, senza voci. Katherine sognava i sogni degli altri. E già, perché lei di questa sua singolare qualità ne aveva fatto, sin da ragazza, un mestiere.
Sull'isola lo sapevano tutti. Erano anni, ormai, che sognava a tariffa oraria e poi, al risveglio, raccontava ai legittimi destinatari cosa ci fosse dentro quelle bolle di fantasia, raccontava quelle storie ad una ad una, senza dimenticare niente.

Berneray, nell'arcipelago delle Ebridi, se all'alba la guardavi da lontano, più che a un'isola somigliava ad un vago impasto di nuvole e mare, una striscia di terra, perduta nell'Atlantico, al largo della Scozia. Isola di pioggia e sole, di cieli indifesi, capricciosi, isola affollata di echi, di assenze. Un conato di mondo, lungo come un apostrofo, dove la luce cambiava colore e direzione al mutare del vento, luce che azzittiva i pensieri, quasi che, ogni volta, la spostasse di peso una mano di silenzio.
Il tempo, laggiù, trascorreva piano, appena slogato dal verso intermittente degli uccelli che, di tanto in tanto, come decalcomanie trasparenti, si staccavano, schizzando via dal paesaggio, e, con traiettorie imprevedibili, planavano sul respiro corto delle onde. Di notte, a vegliare i pensieri degli insonni, il rimestìo della risacca che, a intervalli regolari, si frangeva, solitaria come una nostalgia, sulla traccia pietrosa della battigia.

L'uomo della mongolfiera passava nel cielo sopra Berneray quando Katherine meno se l'aspettava. Si fermava lassù, sospeso tra realtà e fantasia, ad attendere che lei si svegliasse, o dormisse ancora, chissà, nome a scomparsa sussurrato a fior di labbra. Quello era l'unico sogno che appartenesse davvero a Katherine, il solo che faceva per sé. Anche quel pomeriggio tutto cominciò come sempre, ma stavolta, era quasi il tramonto, accadde che la donna non si rese ben conto se il suo fosse sonno o veglia. Lo vide passare e fermarsi, se lo immaginò o, forse, lo intravide nel lucernario che stava proprio sopra il suo letto, in alto a destra. Lo rico nobbe subito nell'azzurro virato rosso fuoco di un sabato tiepido di maggio. Ma sì, era lui, figura in controluce che si offriva, lasciandosi cullare, all'aria neghittosa di un ormai già quasi invisibile primavera. Sì, adesso era proprio sopra di lei, sopra la sua testa - o, piuttosto, dentro la sua testa? - che aspettava, che attendeva un cenno, un segno propizio dalle nuvole.
All'improvviso, però, accadde qualcosa d'imprevisto: quasi dormisse, quasi fosse sveglia, Katherine non riuscì più a misurare la distanza tra il suo cuscino e il cielo, a distinguere se tutto ciò che stava vivendo fosse davvero la solita illusione, o, invece, un lampo di realtà, un'avventura degli occhi che non avrebbe mai osato immaginare.

Era confusa. Quell'uomo, sospeso sull'isola con un pallone, adesso era come se entrasse ed uscisse dal suo orizzonte ottico - reale o fantastico, a quel punto chi avrebbe mai potuto dirlo?
Curiosa sensazione, pareva quasi che lui la stesse osservando, aggrappato a un coccio d'infinito, che le stesse sussurrando, da lontano, una scorciatoia per le stelle. Insomma, Katherine non sapeva più se rimanere con la testa sul guanciale, a fissarlo da laggiù, oppure se uscire all'esterno della sua piccola casa dal tetto giallo e, magari, tirar fuori dalla tasca dei ricordi, pardon dei desideri, un fazzoletto bianco. Il solito fazzoletto, con quei pois rossi che, puntualmente, come coriandoli, volavano via ogni volta che provava a salutarlo.
Ma che strano tempo, il tempo dei sogni, dell'amore, sembra tutto vero, tutta vita, e poi, appena ti svegli, ecco che svanisce, tutto falso, resta soltanto il sapore dolceamaro di una memoria senza mandanti. Ma quel pomeriggio fu diverso. Lui, il pilota della mongolfiera, si chiamava Max e aveva lo sguardo di un'aquila, il sorriso fuggiasco di un'ombra che attraversava sempre nello stesso verso, da est ad ovest, il cielo di Berneray, senza lasciare traccia che non fosse il vuoto dietro di sé. Appunto, il vuoto. Quell'uomo, lassù, per Katherine distava un sogno, ma a chi raccontarlo, a chi? e perché?, se lui, ogni volta, se ne volava via a bordo di un saluto? Già, il saluto a mano aperta che Max le lasciava, mentre guadagnava il largo, mentre col suo binocolo puntava di nuovo l'orizzonte che invece da lì, per Katherine, era lontano l'infinito istante di un risveglio.

Quel pomeriggio, però, non andò così. Un riverbero di cielo proiettò sulla terra brulla di quel pezzo d'isola il taglio di luce di un tramonto stremato. Fu come credere e non credere, allo stesso momento, ad una scia, a un'eco di felicità smarrita nell'aria soffice di maggio.
Katherine, allora, si alzò, aprì la porta di casa per correre fuori, ma fuori da che cosa? da un sogno o dalla realtà?
Appena mise il naso oltre l'uscio, Max le sembrò improvvisamente più vicino, più distante, e lei, per la prima volta, ricambiò il suo "ciao" con un gesto imbarazzato delle dita, gesto veloce, rosso come il tramonto di un sorriso.
Il mondo, ora, aveva altri rumori, altre voci, tutto sembrava reale, eppure, insieme, tutto pareva uscito da una grande, fragile bolla, scoppiata di colpo, punta dalla punta di un ago magico che, a poco a poco, cuciva e ricuciva il vero al verosimile.
Max, nel frattempo, era già un rimpianto che agitava la mano, una nostalgia lontana negli occhi inzurrati di Katherine.

Lei, allora, con il suo fazzoletto dello stesso colore dei capelli, adesso improvvisamente incanutiti, col suo fazzoletto senza più vento, corse di nuovo a casa. Si stese sul letto per riprendere il sogno giusto da lì, da dove l'aveva interrotto per correre incontro a quel trucco di realtà, maledetta realtà. Sicuro, d'ora in poi Max, sospeso a quel gancio di tempo incantato, l'avrebbe aspettata per sempre, fedele ad ogni tramonto in cui lei lo avesse cercato. Perché, pensò Katherine, non c'è niente di più eterno e fedele di un sogno, di un fantasma che ti attende a un angolo di sonno, ad un passo dal risveglio.
Lui continuò a salutarla, ininterrottamente, fino al mattino dopo, senza fermarsi, senza smettere mai, prima di congedarsi ed aspettarla nel doppio fondo di un altro dormiveglia. Era come se la venditrice di palloncini avesse sempre una partita aperta con il cielo, un conto da regolare. Ogni palloncino colorato, un sospiro. Quando poi ne scappava via uno dalle mani di un bambino, non lo guardava più, quasi avesse paura di innamorarsi del suo destino d'aria. Lo immaginava soltanto, leggero, felice in tutto quel niente, e tanto le bastava.

Ecco, Katherine, mentre sognava per gli altri, s'imbatteva in vaghe, strane iperboli del nulla, in ospiti apparentemente senza senso e senza preavviso del suo sonno a cottimo. Di nessuno di loro ricordava le parole, i gesti, i nomi. Soltanto due, sempre gli stessi, somigliavano, come sosia, ai personaggi del suo solito sogno. Max e Katherine, Katherine e Max. Quasi che il tempo non passasse mai, non fosse trascorso mai.
Come se l'amore fra un temerario tuffatore all'incontrario, solo a bordo di un pallone, ed una sconclusionata venditrice di palloncini, sognatrice incallita per cuore e per mestiere, fosse un appuntamento già promesso, già mancato. Un incontro durato il tempo che una mongolfiera impiegava ad entrare e uscire da una nuvola.
Laggiù, intanto, già moriva maggio ed un ultimo fiato di primavera asciugava al sole un fazzoletto bianco, nudo, pieno zeppo del ricordo di cento pois rossi, volati via come coriandoli, portati via dal vento, a farsi memoria di tramonto altrove. Magari là dove finiva e, ogni volta, ricominciava daccapo il cielo, dove nessuno avrebbe mai saputo immaginare il finale della storia.