La vertigine di Mesola

- di Imma Sommaruga

Uno spettacolare terrazzo selvaggio sul mare di Anacapri. Il grigio del pietrame arso dal sole, l'odore forte dei pini e dei fiori selvatici, il rumore delle onde che sbattono sugli scogli. Nicola, il pescatore detto Gesù, e la leggenda della bella signora anacaprese che, in questo posto tra cielo e mare, incontrava l'amante, un marinaio.

Sono riuscita ad arrivare a Mesola sulla roccia di Anacapri. Da sola. Il mare è in tempesta. Guardo in basso accanto al bastione aggettante del fortino: le onde sbattono con violenza contro gli scogli, alzando una schiuma che si frange armoniosa con un movimento simile a una danza.
Seduta su uno scoglio osservo dall'alto la furia della natura. Il blu dell'acqua diventa verde per le onde e poi bianco per la schiuma. Il selvaggio e grigio pietrame, arso dal sole, tra una rada vegetazione spontanea, si carica di colore dove l'acqua lo bagna, come se bevesse con avidità il benefico succo regalato dalla Natura.
Tutti i sensi beneficiano di questo spettacolo: le narici sono invase dall'odore dei pini, dei fiori selvatici, dall'olezzo salmastro che sale su dal mare. I respiri sono più profondi e lunghi, l'ossigeno irrora il cervello e rende più vivide le sensazioni. Le orecchie sono piene del rumore forte, prepotente che le onde producono. La pelle freme all'impatto con la possente bellezza, mentre le piccole goccioline che salgono dall'acqua si posano lievi sulle carni nude, per asciugarsi poi al benefico calore dei raggi solari. E il vento, che muove le onde, accarezza la mia carne con un lieve alito.

Gli occhi sono avidi di farsi penetrare dalla forza, dalla bellezza e dalla violenza dell'ambiente naturale e si spalancano per accogliere dentro di sé il favoloso spettacolo.
La bocca vorrebbe bere l'acqua salata; così si apre, avida di suggere con la lingua l'aspro sapore del sale. E così, quella comunione tra uomo e Natura, che i poeti romantici inglesi auspicavano, oggi si è verificata per me. Il mio animo, turbato dai problemi contingenti della mia piccola esistenza terrena, ha trovato ristoro e pace, temporaneamente, nella osservazione di questo fenomeno naturale. Chissà se ci sarà, nel ricordo, l'emozione purificata di cui parlava Wordsworth: se, a posteriori, rivedere con l'"inward eye" - l'occhio interiore - questo spettacolo mi provocherà la stessa sensazione di smarrimento, ma senza angoscia.
Non posso negare che si prova, per chi arriva sul baratro, forte, il desiderio di sprofondare giù nell'abisso, di far precipitare il corpo su queste dure e aguzze rocce, come per entrare in un quadro di William Turner. Diventare e farsi così goccia del mare, andare girovagando nella vastità degli oceani, trasformata in vapore acqueo, salire su nel cielo azzurro e volteggiare felice fino a condensarsi in nuvola e ridiscendere soddisfatta sulla terra insieme ad altre gocce, in una mitica e proteiforme metamorfosi.
C'era in quello spettacolo qualcosa di mitico. Un giorno, mentre meditavo queste ed altre cose, una voce arrivò ai miei orecchi a fendere rumori e sensazioni consuete, una voce che si avvicinava e si faceva sempre più forte.

"Ciao signò", mi disse. Volsi lo sguardo in basso e riconobbi la fonte di quella cantilena. Era un uomo di mezza età col volto bruciato dal sole: Nicola il pescatore detto Gesù.
Questo soprannome glielo avevano appiccicato per via della sua folta barba rossiccia. "Che fai signò, me pari incantata". "Qui sopra tutto è bellissimo, tutto è calmo e tempestoso, solo qui trovo pace in una sorta di coincidenza dei contrari". Non so se Gesù capisse tutto quello che dicevo, ma da quella volta ogni volta che lo incontravo mi intrattenevo con lui a decantare le bellezze del posto e ad ascoltare le sue vecchie storie. Seppi che qui, proprio dove io succhiavo quelle linfe della natura, una bellissima nobildonna del luogo si incontrasse con il suo amante, un avvenente povero pescatore. Gesù, forse per difendere la categoria, faceva elogi sperticati al rude e vigoroso amante.
"Era proprio bello, signò, e che femmena quella, 'na signora". Dopo aver fatto l'amore lui cantava accompagnato da una chitarrella mentre lei, raccogliendo le vesti con le mani delicate, copriva i seni e ascoltava il canto appassionato.
Dopo quel racconto, il luogo si sarebbe popolato anche di questi due fantasmi. Quando il vento soffiava pensavo di udire i sospiri degli amanti e quando si faceva più forte mi sembrava, o forse volevo che fosse così, che una melodia lontana facesse da contrappunto allo stridore dei venti, e qualche volte mi abbandonavo al sonno. Ero arrivata a Mesola, ero giunta a casa.